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Viaggiare altrimenti: uno sguardo antropologico al mito di Medea

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Anteprima della tesi: Viaggiare altrimenti: uno sguardo antropologico al mito di Medea, Pagina 13
Viaggiare altrimenti: uno sguardo antropologico al mito di Medea | 19 
 
addolorata, grida: ‹‹Ahi, me sventurata, misera in tante pene! Ahi, ahimè, come vorrei 
morire!›› (vv. 96 -97). In queste parole sono evidenti i sentimenti di Medea, da un lato il 
dolore e dall‟altro lo smarrimento, entrambi originati sia dal fatto che l‟eroina ha reciso 
i legami con il passato9, sia perché il suo sogno di diventare „greca‟ sta per svanire. 
Esule due volte viene da dire, ma anche sola, donna ripudiata per le sue doti magiche e 
quindi temibile, straniera che esprime più volte il desiderio di morire. È il primo 
momento in cui si inserisce la protagonista che farà la sua comparsa poi intorno al verso 
214.  
Dopo l‟esposizione dei fatti antecedenti, la parodo segna l‟ingresso delle donne 
di Corinto, solidali alla moglie tradita e la invitano a non disperare: 
CORO: In qual modo potrebbe ella mai venire alla nostra presenza e ascoltare le nostre 
parole, perché deponga il tristo furore e l‟ardire dell‟anima? Almeno non manchi agli amici 
la mia sollecitudine! Va‟ dunque e conducila qui fuori dalla casa. Dille che anche noi le 
siamo amiche. Ma affrettati, prima che possa fare del male là dentro: il suo dolore si muove 
impetuoso (vv. 173 – 184). 
 
 C‟è in queste parole del coro una sorta di identificazione del femminile, che si 
prospetta come l‟unica via di collegamento tra le donne corinzie e Medea. Un punto di 
incontro di due culture, quella barbara e quella greca, che però sotto il segno del 
„femminile‟ non sono più in contrapposizione ma si compenetrano tra loro, come una 
forza unica contro il maschilismo della società ateniese. La conclusione della parodo 
segna l‟ingresso in scena di Medea. In un gioco di metafore si può descrivere la barbara 
eroina come una donna vestita di abiti greci, simile per quanto sostenuto in precedenza, 
alle donne del coro. Abiti come metafora di un‟identificazione con una cultura tanto 
sognata, quanto mai raggiunta, in virtù anche del fatto che, nell‟epilogo della tragedia, 
subirà una metamorfosi dovuta soprattutto al suo essere barbara e straniera all‟ordine 
civile. A prescindere da questi particolari si può con sicurezza affermare che la 
caratterizzazione dell‟eroina con vesti barbare esprime con tutta la sua forza e il suo 
carico antropologico, la condizione di esule, di esclusa dalla società greca che tanto ella 
ha sognato e aspirato.  
                                                 
9
 Si fa riferimento alla terra natia di Medea, la Colchide, in primo luogo e al legame con il padre Eeta, che 
ha reciso nel momento in cui ha seguito Giasone verso la Grecia. 
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Informazioni tesi

  Autore: Emanuele Romani
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia culturale ed etnologia
  Relatore: Laura Faranda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 227

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