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Il genocidio armeno tra oblio, negazione e riconoscimento tardivo

Le potenze alleate, Russia inclusa avevano citato nella loro dichiarazione del 24 maggio 1915 il crimine di lesa umanità perpetrato dai turchi precisando che avrebbero considerato personalmente responsabili i membri del governo così come tutti coloro che avranno preso parte ai massacri. Dopo l’armistizio del 1918 esse manifestarono l’intenzione di applicare i principi del diritto internazionale ai responsabili dei massacri degli armeni. Il trattato di Sevres del 10 agosto 1920 inserì vari articoli in cui veniva richiesto che un tribunale designato dagli alleati processasse i responsabili dei massacri. Ma non fu possibile cogliere questa occasione perchè intervennero considerazione di varia natura, innanzitutto politiche: l’ondata di nazionalismo che invade la Turchia smembrata  e si traduce nell’ascesa al potere di Mustafà Kemal provoca dei dissensi tra gli alleati. Francesi e italiani non vogliono urtare la suscettibilità del nuovo potere emergente e gli inglesi continuano a sostenere l’autorità del sultano e del suo governo. Inoltre poiché le condizioni dell’armistizio non prevedono l’occupazione del suolo turco, la Turchia mantiene la propria sovranità, soprattutto in materia di giustizia. Gli alleati trovano difficoltà nel tentativo di fornire le prove legali documentarie dato che non hanno né il potere né la competenza giurisdizionale necessaria. Quindi nel 1921 gli inglesi sono costretti a liberare 50 tra dirigenti civili e militari che avevano catturato e tenuto prigionieri come noti sterminatori. Dopo l’armistizio il governo ottomano ha voluto imporre agli alleati la propria giustizia per dimostrare di voler cooperare con loro e per fare in modo che la Turchia fosse trattata con indulgenza in occasione della futura conferenza di pace. Quindi il sultano istituì una corte marziale per processare i ministri e dirigenti del comitato di unione e progresso che avevano trascinato il paese in guerra. Nel processo viene formulato un atto di accusa fondato sulle deportazione concepite e decise dal comitato centrale dell’Itthad e sullo sterminio di tutto un popolo che costituisce una comunità distinta. La sentenza del 1919 condanna a morte i 3 principali istigatori Talat, Gemar e Enver e a 15 anni di prigione gli esponenti del secondo piano. La corte però respinge la prova dell’azione di stato stabilendo che i responsabili avessero agito non in qualità di ministri ma come membri di un’associazione segreta colpevole di cospirazione.
La vittoria dei kemalisti nel 1921 comportò l’invalidamento di tutti gli atti di governo di Costantinopoli, dei trattati, dei decreti e anche delle decisioni dei suoi tribunali. Le corti marziali furono abolite, i giudici arrestati e i documenti processuali fatti sparire. Il nuovo stato kemalista elaborò una tesi ufficiale che addossava la responsabilità di tutte le calamità cui gli armeni furono esposti nell’impero ottomano agli stessi armeni e ai loro intrighi. Il governo e il popolo turco sono solo ricorsi a misure repressive e rappresaglie.
Nel 1965 di fronte all’ostinato tentativo della Turchia di non riconoscere la responsabilità storica del governo turco, i rappresentanti della comunità armena devono dimostrare di aver subito il genocidio incoraggiando una ricerca storica. Tutti i dati acquisiti sono destinati ad essere esposti alle organizzazioni internazionali. Il governo turco allora contrattacca costruendo una storiografia che invalidi le prove del presunto genocidio. Nel 1973 la commissione per i diritti umani dell’ONU definisce gli avvenimenti del 1915 il primo genocidio del secolo. Nel 1984 il tribunale permanente dei popoli emette la propria sentenza stabilendo che gli avvenimenti in questione sono un crimine di genocidio. Nel 1987 il Parlamento europeo riconosce il crimine di genocidio e stabilisce anche che il suo mancato rinascimento da parte della Turchia sia un ostacolo insormontabile all’esame della candidatura turca alla comunità europea.
I turchi negano nella loro storiografia l’esistenza di un vero popolo armeno, senza storia, né territorio.

di Filippo Amelotti
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