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Agricoltura e bonifica nell'Italia del 1800


AGRICOLTURA E SQUILIBRI REGIONALI
Il territorio

Alcune parti d'Italia avevano conosciuto opere di bonifica anche prima dell'unificazione (Piemonte e Lombardia avevano creato canali negli anni 30 e 40 del 1800 con eccellenze idrauliche tecniche).

Siccome le aree paludose erano in Toscana, Lazio e Sud, si inizia ad intervenire lì.
Altro problema: tra la fine 1700 e inizio 1800 l'Italia conosce la fase di massimo disboscamento tanto che il paesaggio cambiò radicalmente sopratutto sugli Appennini che erano più accessibili delle Alpi. Questo selvaggio disboscamento porta un dissesto idrogeologico che dura ancora oggi.
Quindi le bonifiche già alla fine del 1800 avevano anche motivo di porre riparo a questo dissesto, non solo per creare campi da coltivare.

Il dibattito fu complesso ma ad una legge per la bonifica si arriva solo nel 1881, la legge Baccarini. Essa diede l'impulso alla bonifica in area Padana (Polesine, Ferrara) perché diede il contributo maggiore all'agricoltura.
Molti interventi furono fatti in Maremma, a Roma, Puglia, Calabria, Sicilia ma i risultati furono deludenti perché era più difficile.
Continuarono nel periodo giolittiano sopratutto al sud e furono fatte molte opere pubbliche, acquedotti, strade, dighe, laghi, reti fognarie, case coloniche per garantire la presenza contadina sul territorio.

Però ad una definitiva bonifica del territorio agrario si arriverà solo nel ventennio fascista, fu la bonifica integrale e funzionò. Sopratutto nell'Italia meridionale (tavoliere delle puglie e agropontino (latina, lazio meridionale) dove c'erano solo paludi malariche e inaccessibili).
Si fondarono città nuove come la stessa Latina.
Il fascismo lo fa perché fa politica autarchica, l'Italia doveva essere autosufficiente e il modo per farlo era l'agricoltura, non l'industria.

Tratto da STORIA ECONOMICA CONTEMPORANEA di Barbara Pavoni
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