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Censimento generalo dell’agricoltura

Prima tabella slyde. Ci sono alcuni dati a diverse scadenze temporali. Le prime 3 colonne della tab. si riferiscono alle date quando sono stati fatti i censimenti generali dell’agricoltura, gli ultimi disponibili. A novembre il prossimo censimento. I dati riportati nella tab. non sono di natura censuaria, ma sono riferiti ad un campione di aziende, stratificato con criteri statici, in modo da rendere al meglio comparabili i dati raccolti con quelli dei censimenti. Questa rilevazione si chiama indagine sulle strutture agricole, effettuata nell’intervallo tra due censimenti, in tutti i paesi europei. Anche se è un campione, permette di fare confronti tra paesi europei, perché c’è un problema di confrontabilità dei dati tra paesi nei censimenti.

Superficie agricola utilizzata e superficie agricola totale

A queste quattro scadenze temporali, sono stati riportati i dati in termini di numero d’aziende (prima riga), variazioni % per le ultime colonne, nelle altre righe troviamo la superficie agricola utilizzata e totale. Le ultime due righe riportano le dimensioni medie delle aziende agricole italiane, in termini di superficie agricola utilizzata e totale. Un’azienda agricola è un’unità tecnico – economica, anche se composta su appezzamenti di terreno non contigui, gestita in modo unitario e può includere impianti; se si tratta di un’azienda zootecnica, può includere stalla e sala di mungitura, se è un’azienda vitivinicola include cantina e attrezzature del caso, nella quale vi è una persona fisica o giuridica che gestisce i fattori della produzione, assumendosi il rischio d’impresa. La superficie agricola utilizzata è una quota della superficie agricola totale, in particolare è la quota coltivata, utilizzata, a seminativi o a culture arboree o legnose/agrarie, oppure a pascoli e orti familiari, o anche a castagneti da frutto. Altre categorie di coltivazioni legnose, non da frutto, non fanno parte della superficie agricola utilizzata, come i boschi. Se, ad esempio, un castagneto viene utilizzato per produrre legno, e non frutto, non sta dentro la SAU. Inclusi anche i terreni a riposo, quei terreni che un anno sono coltivati, e un anno no, oppure più anni sono coltivati e un anno no, nella rotazione agronomica. Questa pratica serve a mantenere la fertilità del terreno, a preservarla nel tempo; anche se quei terreni, in un dato anno, sono a riposo, non sono coltivati, fanno parte della SAU.
Nella superficie agricola totale, tutta la superficie inclusa nelle aziende agricole, oltre alla SAU, ci sono le superfici a boschi, ad arboricoltura da legno, terreni incolti e le superfici aziendali per le recensioni, la viabilità, che sono superfici di servizio. Un ettaro di terreno è una superficie di 10mila m2, un quadrato di 100 mt di lato. Quante aziende agricole ci sono oggi in Italia? Nel 2005 ci sono circa 1 mln e 800 mila aziende agricole. Erano molte di più nel passato, si sono ridotte ad un ritmo notevole. Se guardassimo oggi, nel 2010, il dato del 2005, questo sarebbe ancora più ridotto. Mediamente, più del 10% ogni decennio, 1.5% all’anno. Un trend di riduzione analogo, leggermente meno accentuato, ha riguardato i terreni coltivati. La SAU è -29%, la SAT è -25%. Di quali sono i valori assoluti di questi dati? 11 mln di ettari nel 2005, erano 15 mln nell’82. Stiamo parlando di un periodo nel quale il grosso della contrazione del settore, insieme all’esodo agricolo avvenuto negli anni ‘50/’60, dove la superficie agricola era ancora maggiore, s’avvicinava ai 25 mln di ettari. Se vedessimo il dato al 2010, ci sarebbe un ulteriore riduzione. Un settore, quindi, in fortissima contrazione, non soltanto in termini di contributo all’economia nazionale, anche nella base produttiva. Cosa è successo alla dimensione delle aziende agricole? Erano, mediamente, 7.3 ettari nell’82 e 9.7 nel 2005. C’è stato un incremento delle dimensioni medie delle aziende, ma non si è trattato di un incremento eclatante; se si pensa che c’è stata una moria di aziende che ha fatto si che, quasi 1 azienda su 2 di quelle operanti nell’82, oggi non esistono più. Un processo di aggiustamento strutturale molto forte che, per un settore, le cui dimensioni delle unità produttive sono così piccole, inadeguate; a fronte di una modificazione del settore, in termini aggregati, così intensa, non c’è stato un cambiamento negli assetti proprietari, tale da determinare una crescita significativa delle dimensioni di queste aziende. In termini di SAU, la situazione è ancora peggiore e la crescita è stata minore. Seconda tabella slyde. Altro dato fondamentale è la ripartizione delle aziende agricole della superficie coltivata per zona altimetrica, in Italia. Nella prima parte della tabella ci sono dati assoluti, nella seconda parte dati %. Di questi 11 mln di ettari di SAU, poco meno di 6 mln di ettari, pari al 44%, si trovano in collina.
Solo 1/3 in pianura e poco meno di ¼ in montagna. Il 52% delle aziende agricole si trova in collina, percentuale superiore a quella della superficie, e che testimonia della particolare gravità del problema delle dimensioni aziendali, nella zona del paese dove c’è la maggior parte della superficie. Terza tabella slyde. Questa tabella, con riferimento al 2003, mostra la ripartizione della superficie agricola coltivata per grandi circoscrizioni geografiche e grandi categorie di utilizzo della superficie. I seminativi, incluse le culture cerealicole, foraggiere avvicendate (coltivate su base annuale), culture industriali, oleaginose ed ortive, tutte le coltivazioni di piante erbacee; mentre le culture permanenti sono tutte le coltivazioni di piante arboree, come vite, olivo, frutticoltura, ecc. Prati permanenti e pascoli sono superfici coltivate in modo estensivo per il pascolo del bestiame, lo sfalcio estivo del prato per l’alimentazione del bestiame. Ci sono anche boschi, arboricoltura da legno, superficie inutilizzata le altre tare, e abbiamo la ripartizione: dei 12 mln di SAU registrati nel 2003, 7 mln a seminativi, quasi 2.5 mln prati permanenti e pascoli, 2.5 mln di ettari per le culture permanenti. Quarta tabella slyde. Tabella più complessa che ci dice cosa c’è dietro il dato medio dimensionale delle aziende agricole italiane, in base alla disponibilità del terreno. Oltre al numero d’aziende, si guarda ad un altro parametro che riguarda il fattore produttivo del lavoro, ed entriamo dentro il dato medio, dividendo le aziende agricole italiane per classi di dimensione. La prima colonna, ad esempio, riporta il numero di aziende con meno di 5 ettari di superficie, la seconda colonna tra 5 e 10 ettari di superficie e così via. Dei 2.5 mln di aziende presenti nel 2000, nell’agricoltura italiana, ben 2 mln ricadevano nella classe dimensionale minore (< 5), quasi l’82%. Queste aziende, così piccole e numerose, concentravano a se solo il 19% della superficie agricola italiana, meno di 1/5. Divengono erogate la metà delle giornate di lavoro erogate in tutto il settore agricolo italiano. Sono aziende, rispetto alle altre classi, che utilizzano meno terra e più lavoro. La classe successiva, tra 5 e 10 ettari, è meno rappresentata come le altre, solo l’8.5% di numerosità d’aziende, e il dato si riduce via via progressivamente, fino all’1.4% dell’ultima classe (> 50). Le aziende, tra 10 e 20 ettari, col 5%, in altri paesi sarebbero definite aziende piccole, nel nostro paese sono di medie dimensioni.
Se guardiamo le % che esprimono l’importanza degli altri parametri della superficie, ci rendiamo conto che c’è un’inversione del trend, perché la % di superficie detenuta è crescente, fino all’ultima classe del 36%, più di 1/3 della superficie totale dell’agricoltura italiana, posseduta solo dall’1.4% di aziende. Quando si parla della struttura dell’agricoltura italiana, si parla di polarizzazione, ossia l’agricoltura italiana è fatta di un numero esageratissimo di microaziende, e sommando le ultime tre classi dimensionali, s’arriva al 10% di numero d’aziende, chiamato il decimo eminente, nel senso di importanza produttiva. Per quanto riguarda le giornate di lavoro, si riducono progressivamente. Giornate di lavoro intese in termini assoluti, erogate nelle diverse categorie, si riducono costantemente, passando da una classe all’altra. Le aziende molto grandi, che si trovano nell’ultima classe, lavorano il 36% della s uperficie agricola italiana, utilizzando meno del 10% della forza lavoro utilizzata in agricoltura, e ciò vuol dire che sono aziende che si comportano in modo diverso quelle che si trovano a sinistra e a destra della distribuzione. Guardando i dati medi vediamo che, se le giornate mediamente lavorate in un anno, a livello aziendale, crescono progressivamente, in termini unitari, quando si va a dividere le giornate lavorate per gli ettari, le cose si ribaltano. Sono 64 giornate annue, in media, nelle aziende più piccole, fino ad arrivare a 6 giornate all’anno per ogni ettaro coltivato. Questo si spiega con tre ordini di ragioni: due delle quali riguardano una strategia messa in atto dalle piccole imprese, per superare questa strettoia data dalla poca disponibilità di terra. Il loro fattore illimitante, che vincola la possibilità di generare più reddito, di produrre di più, è la terra.

Ordinamenti produttivi

Come fanno queste imprese molto piccole, per cercare di superare questo vincolo? Fanno due cose: adottano ordinamenti produttivi più intensivi, che valorizzano al massimo ogni ettaro di terreno, ad es ordinamenti produttivi dove incide di più la presenza di culture arboree. Ordinamenti produttivi che utilizzano più lavoro e meno terra. Anche la tecnologia produttiva utilizzata, a parità di produzione, nelle piccole aziende, sarà più intensiva di lavoro, di manodopera; nelle aziende grandi, sarà una tecnologia meno intensiva di manodopera, perché la manodopera è un costo esplicito e le aziende grandi hanno il vantaggio in termini di capacità di investire.
Dietro a questa diversa intensività di uso dei fattori, terra e lavoro, ci sono innanzitutto questi due fattori: ordinamenti produttivi differenti e tecnologie diverse. Terzo motivo di natura demografica, dove l’agricoltura italiana, in particolar modo la componente delle piccole aziende gestite direttamente dall’imprenditore, sono gestite perlopiù da persone anziane, la cui produttività del lavoro, è molto diversa rispetto agli operai salariati che lavorano nelle grandi aziende. Il dato statistico sovrastima il lavoro erogato nelle piccole aziende, perché una giornata di lavoro viene misurata uguale per tutti, ma 8 ore lavorate da un imprenditore 70enne o più anziano, pensionato e sta lì nella sua azienda, perché gli piace, è la sua vita, non ha altro da fare, sono molto diverse da 8 ore lavorate da un operaio salariato in una grande azienda. Quinta tabella slyde. Un altro fattore della produzione molto importante è la componente zootecnica dell’agricoltura italiana. Sono dati aggregati e un po’ grezzi, che riguardano il numero di capi presenti nell’agricoltura italiana, divisi per specie: bovini, suini e ovicaprini. La specie di gran lunga più importante sia quella bovina, dove abbiamo sia gli allevamenti bovini da carne che da latte. Un bovino vale circa come 6 suini e 10 capi ovini. Al 2004 abbiamo poco più di 6 mln di capi bovini, 8.5 mln di capi suini e 9 di capi ovini. L’allevamento bovino ha subito un vero e proprio tracollo nel corso del tempo, si è ridimensionato moltissimo l’importanza di questa produzione. Invece, la produzione di ovicaprini è in ascesa ed è fortemente concentrata in 3 regioni: Sardegna, e pari merito d’importanza, Sicilia e Lazio.

L’ovinicoltura

L’ ovinicoltura laziale è fondamentale per l’ ovinicoltura italiana, in generale, e per la nostra regione, non solo perché lo è come contributo alla formazione del valore aggiunto agricolo regionale, ma anche perché gli allevamenti ovicaprini adottano delle risorse che non sarebbero utilizzabili in altri processi produttivi. I terreni non sono solo un bene scarso nel nostro Paese, non è un fattore produttivo indifferenziato, ma è fortemente specifico; ci sono, quindi, possibilità si sostituire processi produttivi differenti tra di loro, molto limitati, perché le condizioni ambientali, pedologiche del terreno, rendono possibili alcuni usi e non altri. Il settore produttivo, soprattutto nella componente primaria, agricola, che ha il compito di soddisfare la domanda dei consumatori, si scontra con delle rigidità notevoli.
Ciò giustifica, in parte, l’attenzione particolare che la PA, la Regione, lo Stato, l’UE ho storicamente riservato al settore agricolo, soggetto non solo alle alee climatiche, ma anche a delle difficoltà a riconvertire fattori produttivi da un uso a un altro. Un altro aspetto, riguardo il tracollo della zootecnia bovina in Italia, è la forte contrazione drastica che segue il processo d’espansione, piuttosto veloce nel nostro Paese, avvenuto per effetto della PAC, che aveva incentivato molto generosamente le produzioni bovine da carne e da latte. Produzioni importanti in Francia, Olanda, Germania, Danimarca e, in via secondaria, nel Regno Unito; una porzione ampia degli Stati membri, politicamente molto forte, che erano riusciti ad esercitare un’azione di pressione, fin dalla nascita della PAC, molto importante per proteggere quelle produzioni che, nelle agricolture nazionali dei loro paesi, erano molto diffuse in tutte le aziende.
La PAC, per tutti gli anni ’60, ’70 e ’80, ha protetto fortemente, con misure d’intervento di mercato, le produzioni cerealicole e la zootecnia bovina, e l’aiuto era concesso a tutti gli agricoltori dei paesi membri.
Anche l’Italia che, dal punto di vista delle condizioni produttive, non ha un vantaggio comparato in queste produzioni di zootecnia bovina, ma sotto l’effetto di questi aiuti dati agli agricoltori, ha visto un’espansione notevole di tali settori. Alcuni sostengono che questa espansione è stata un male per l’Italia, perché  ha sottratto risorse produttive, terra soprattutto, a produzioni per le quali il nostro Paese aveva una maggiore vocazione, produzioni per le quali l’Italia avrebbe potuto sfruttare un vantaggio comparato rispetto agli altri partner europei e, beneficiando della creazione del mercato unico, avrebbe potuto specializzarsi nelle tipiche produzioni mediterranee (ortofrutta, vite e olivo). E invece, sotto l’effetto distorsivo di questi incentivi, avrebbe riorientato una parte dei fattori produttivi verso la zootecnia bovina. Progressivamente, questo sostegno si è andato a ridurre fino ai giorni nostri, si è smantellato per effetto del lungo processo di riforma della PAC. Sono entrate in vigore, nella prima metà degli anni ’90, delle direttive in materia socio – sanitaria sulla produzione del latte, che ha tagliato fuori tutte le aziende con bovini più piccoli, perché dovevano fare degli investimenti per poter corrispondere a nuovi obblighi, ma che non hanno potuto fare.
Sul settore si sono abbattute le due tornate d’emergenza di BSE; la prima negli anni ‘96/’97, la seconda 7/8 anni dopo circa, determinando un calo dei consumi, un crollo del mercato per alcuni anni, dando il colpo di grazia alla nostra zootecnia. Sesta tabella slyde. Anche nel caso della zootecnia, la tabella mostra dei dati sulle dimensioni delle aziende, evidenziandoli sempre per classe dimensionale, dove la dimensione è data dal numero di capi allevati. < 10 significa allevamenti con meno di 10 capi in stalla, 10 – 50 sono allevamenti tra 10 e 50 capi, fino a < 100. Dati riferiti al 2000. Le aziende con capi bovini erano 171mila, un piccolo gruppo rispetto alle aziende agricole totali in Italia; di queste 171mila, il 45%, poco meno di 1 su 2 aveva meno di 10 capi in stalla. Aziende molto piccole. 64mila, pari al 37%, aveva tra 10 e 50 capi, e così via. Se andiamo ad analizzare il numero medio di capi per azienda, la situazione si fa ancora più polarizzata. Abbiamo il 7% delle aziende che possiede più della metà dei capi presenti in tutte le aziende bovine italiane, il 52%, mentre le 78mila aziende che ricadono nella classe dimensionale minore, hanno solo il 5.2% dei capi, e in media ne hanno solo 4. All’estremo opposto, quelle grandi, le pochissime che hanno più di 100 capi, ne hanno 236 in stalla. C’è poi una distinzione, in cui vengono enucleate le vacche da latte, dove si può notare come la polarizzazione è ancora maggiore. Meno del 4% hanno più di 100 vacche da latte in stalla, raccolgono il 30% di tutte le vacche da latte presenti nella zootecnia italiana. E anche qui c’è una concentrazione geografica molto forte, di bovini da latte, in primis la Pianura Padana che concentra circa il 90% della produzione. I produttori di latte hanno beneficiato, a lungo, di produttori di altri settori, del sostegno dei prezzi sul mercato, grazie alla loro capacità di organizzarsi molto bene in difesa dei propri interessi. è stato sviluppato un modo per misurare le dimensioni aziendali, in termini di valore della produzione che realizzano. Il valore della produzione che realizzano è chiamato dimensione economica delle aziende, che permette di sommare le diverse produzioni che si fanno nelle aziende agricole, che sono imprese multi prodotto, a differenza dei settori industriali ove succede meno frequentemente, perché c’è meno differenziazione. Non è difficile trovare un’azienda agricola, che attivi contemporaneamente 4, 5, 6 processi produttivi differenti. Verso la fine degli anni ’80, l’UE ha definito un parametro che è il Reddito Lordo Standard (RLS), una metodologia unificata a livello europeo, che consente di fare confronti sulle dimensione delle imprese nei diversi paesi europei. Il RLS, oltre a misurare in termini economici le dimensioni dell’impresa agricola, consente di misurarne sinteticamente la specializzazione produttiva, di capire tra i tanti processi produttivi attivati in un’azienda, qual è quello prevalente in termini economici.
Tratto da ECONOMIA DEL SETTORE AGROALIMENTARE di Valerio Morelli
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