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Il progetto globale di Stalin e la pulizia etnica

La pulizia etnica non porta necessariamente al genocidio. Nel caso in questione, malgrado l’elevata mortalità registrata durante i trasferimenti è improbabile che i russi intendessero distruggere questi popoli nella loro totalità.- l’intenzione consapevole non è tanto distruggere fisicamente gli individui appartenenti a questi gruppi etnici ma di salvarli per rieducarli. Ciò che bisogna far scomparire è la nazione in quanto tale e strappandola a un territorio che è parte della sua esistenza e quindi della sua coscienza. Questa è la ragione per cui l’amministrazione sovietica non lasciava i deportati privi di viveri. Ai deportati era concessa la possibilità di una redenzione, e a volte anche di un reinserimento nella società sovietica che avveniva in vari modi: potevano arruolarsi nell’esercito in tempo di guerra, i loro figli venivano liberati e dopo il 1956 alcuni deportati tornarono nelle loro terre di origine.
Bisogna anche tener conto del contesto degli anni 30: è l’epoca in cui il potere staliniano decreta la vittoria del socialismo nella costituzione del 36 e cioè l’assenza di qualsiasi nemico di classe nella società sovietica. Ma ossessionato dalla questione della sicurezza, esso cerca già altri nemici interni: in primo luogo gli individui asociali che l’obbligo del passaporto permette di identificare e braccare nelle città, ma soprattutto le nazioni che il potere definisce prima sospette, poi traditrici. La stigmatizzazione di alcuni gruppi nazionali non può dunque prescindere dal progetto globale di Stalin, impegnato su una politica di igiene della popolazione. Intere nazioni furono così definite nemiche del socialismo e finirono per assumere una connotazione razziale, nel senso che le loro caratteristiche politiche devianti erano considerate intrinseche. La categorizzazione stigmatizzante operata da Stalin è in parte legata alla tentazione socialdarwinistica ed eugenetica che spesso prevale in una parte dell’Europa a cominciare dalla fine del XIX secolo e che il nazismo adotterà come politica di stato in ambito sociale. In Russia l’eugenetica era sviluppata tanto da influenzare il pensiero come dimostra la tendenza a conferire al comportamento asociale un carattere ereditario.  Solo a questo punto è possibile operare un paragone con la Germania nazista per ricordare che in un progetto di ingegneria sociale in cui alcuni uomini possono essere considerati diversi e superflui, la categorizzazione rappresenta il punto di partenza di un processo che potrebbe sfociare nel genocidio. La mancanza di un’ideologia razziale articolata, il carattere utilitaristico di questa pulizia etnica e il fatto che la mortalità dei deportati non fosse intenzionale fanno si che la Russia di Stalin non possa essere considerata colpevole del crimine di genocidio nel senso proprio del termine anche se alcuni massacri potevano assumerne la forma esteriore. Alcuni storici ritengono che si debba distinguere tra gli stati che commettono atti di carattere genocidiario come l’Unione Sovietica negli anni 30 e 40 i veri e propri stati genocidi ari per i quali la possibilità del genocidio è inscritta nei loro obiettivi e nella loro gestione del contesto.
di Filippo Amelotti
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