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Il Giappone e la Russia nell'economia industriale

Alla metà dell'800 le condizioni di vita in Giappone sono simili a quelle dell'Europa del 600: c'è un imperatore che conta poco, il potere è nelle mani di grandi signori feudali, vi è una società poco dinamica e militarizzata, che rifiuta gli scambi con l'estero e che tenta di mantenersi isolata.

Nel 1853 l'occidente si presenta in Giappone, sotto forma di una squadra di navi da guerra degli Stati Uniti, e pone un aut aut al paese del Sol Levante: se il governo giapponese non avesse aperto il suo mercato ai prodotti occidentali, Tokyo sarebbe stata bombardata. Vengono così stipulati dei patti che impediscono al Giappone di innalzare barriere doganali (sul modello “trattati ineguali” imposti dagli europei alla Cina).

Il Giappone si trova costretto ad accettare i trattati, ma si pone l'obbiettivo di svilupparsi al livello dei paesi occidentali, in modo da poter rialzare la testa e arrivare ad essere una grande potenza industrializzata.
Il protagonista dello sviluppo è lo stato giapponese, che parte dall'agricoltura, applicando un'imposta che, per poter essere sostenibile per i contadini, questi avrebbero dovuto aumentare al massimo la produttività: ciò da una parte genera un gettito fiscale consistente e certo nel tempo, dall'altra determina l'aumento della produttività agricola e consente al Giappone di diventare presto un paese esportatore di prodotti agricoli. Sempre lo stato si incarica di sviluppare l'industria, creando nuove fabbriche: è un processo pubblico (a differenza di quello inglese).
Per creare capitale umano, i rampolli delle elites vengono mandati a studiare all'estero e si incentiva l'immigrazione di cervelli e capacità professionale. Alla fine del XIX secolo il Giappone è in grado di proporsi come potenza regionale asiatica: conquista la Corea, ma il suo obbiettivo è la Cina.
Nel 1904-5 il Giappone è in grado di muovere guerra a un grande paese europeo - la Russia - e di sconfiggerlo: è la prima guerra che un paese europeo perde nei confronti di un paese non-europeo.


La Russia


Alla metà dell'800 la Russia è un paese altamente arretrato, dove i 2/3 della popolazione è contadina e oltre il 50% del PIL deriva dall' agricoltura, basata sua volta sulla grande proprietà terriera. La servitù della gleba è abolita nel 1861.
Nel 1856 la Russia zarista esce sconfitta dalla guerra di Crimea, durata 3 anni, combattuta contro l'Impero Ottomano, aiutato da Inglesi e Francesi; questa sconfitta rende evidente la necessità di un ammodernamento del paese, che cerca di partire dall'agricoltura: viene offerta un'indennità in denaro alla nobiltà russa che perde il privilegio della servitù della gleba; quest'indennizzo però, attraverso un meccanismo perverso, ricade sulle spalle degli ex-servi della gleba, che si vedono così costretti a riscattare la loro libertà → ciò finisce quindi per non portare a una modernizzazione immediata e questa situazione si trascina sino al 900.
Nel 1905 c'è un tentativo di insurrezione.
Nel 1907 il governo cancella tutte le rate che i contadini dovevano ancora pagare: l'obbiettivo era quello di creare uno strato di piccoli proprietari contadini, che avrebbero portato a un aumento della produttività della terra e che sarebbe dovuto essere un fattore di stabilità sociale. Questa manovra è messa in atto però troppo tardi e quando scoppia la Prima Guerra Mondiale la Russia non ha ancora risolto i suoi problemi di fondo e le sue contraddizioni sociali.
Nell'immobilismo di questo periodo si era però realizzato un inizio di industrializzazione, possibile grazie all'intervento dello stato e agli investimenti esteri, fattori sostitutivi dell'iniziativa privata nazionale: vengono costruite linee ferroviarie e fabbriche, per lo più indirizzate alla produzione bellica.
Gli investimenti diretti esteri, spesso dovuti a speciali clausole dei contratti di fornitura con le industrie straniere, che subordinavano l'acquisto di dette forniture al fatto che venissero prodotte sul suolo russo, si concentrano nell'area di Mosca e San Pietroburgo, dove si formano quindi anche i primi nuclei di proletariato industriale.
di Silvio Traverso
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