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Il ruolo dell'ECU e dei meccanismi di intervento


L'ECU è Un'unità Monetaria Composita, costituita cioè da un paniere di quantità determinate di ogni valuta partecipante.
Le funzioni dell'ECU sono ben definite da una risoluzione del Consiglio Europeo.
L'unità monetaria può essere impiegata:
- come denominatore comune del meccanismo dei tassi di cambio;
- come base per la determinazione dell'indicatore di divergenza;
- come unità di misura dei meccanismi di credito concessi nell'ambito del sistema;
- come strumento di regolamento fra le autorità monetarie dei paesi aderenti alla Comunità.
L'uso dell'Unità monetaria non implica un allargamento della liquidità internazionale. La creazione di Ecu è infatti subordinata al conferimento del 20% delle riserve in oro e in dollari da parte delle banche centrali.
L'Ecu comincia a conoscere un certo sviluppo dalla seconda metà degli anni 80, in particolare nell'ambito del mercato obbligazionario e del mercato azionario.
L'Ecu è stato ampiamente utilizzato all'interno dei mercati privati, svolgendo principalmente il ruolo di moneta di riferimento per le attività di credito internazionale.
Per quanto riguarda i tassi di cambio, il Sistemo monetario europeo si basa su un regime di parità fisse, con possibilità di intervento sul mercato dei cambi.
Lo SME prevede 2 tipi di relazione tra le monete comunitarie: i tassi di cambio bilaterali ed i tassi di cambio centrali rispetto all'ECU. I corsi centrali di ciascuna moneta in ECU sono utilizzati per determinare la griglia delle parità bilaterali, ossia una tabella a doppia entrata in cui sono riportati i tassi di cambio di ciascuna moneta rispetto alla altre valute comunitarie.
Il sistema della griglia permette di individuare le monete che si trovano in “opposizione”.
Si tratta di una situazione in cui una delle 2 monete si trova al suo margine sul mercato dei cambi della seconda moneta, mentre quest'ultima si colloca al margine opposto sul mercato della prima. In questo caso le banche partecipanti hanno l'obbligo di intervenire entro i limiti prestabiliti. Ciò avviene con l'acquisto di valuta debole da parte della banca centrale della moneta che si rivaluta mediante la vendita della moneta forte ad opera della banca centrale della moneta in via di deprezzamento.
Il meccanismo di cambio del Sistema prevede un ulteriore vincolo, stabilito dalla c.d. Soglia di divergenza. Tale soglia svolge una duplice funzione:
- fa scattare una presunzione di intervento a carico del paese interessato, il quale, dovrebbe adottare misure correttive con interventi sul mercato dei cambi; provvedimenti di politica monetaria interna ed, eventualmente, modifica delle parità centrali con l'ECU;
- consente di individuare la moneta che si discosta dall'andamento medio comunitario in termini di ECU, in modo da poter stabilire a quale paese debba attribuirsi l'onere dell'aggiustamento.
La risoluzione del dicembre 1978 precisa che “una formula paniere-Ecu sarà utilizzata quale indicatore per individuare divergenze fra le monete della Comunità. Una soglia di divergenza sarà fissata per ciascuna moneta al 75% della divergenza massima”.
Se la soglia fosse fissata in modo uniforme per tutte le valute il meccanismo comporterebbe svantaggi per le valute il cui peso è debole all'interno del paniere, essendo il corso dell'ECU in queste monete più instabile rispetto a quello delle monete con elevata ponderazione. In questa ipotesi, i paesi a moneta debole dovrebbero effettuare gli interventi per il mantenimento dei margini in ECU molto prima che i tassi di cambio bilaterali avessero raggiunto i limiti prefissati.
L'indicatore di divergenza costituisce lo strumento idoneo a misurare il grado di utilizzazione da parte di ciascuna moneta dello scarto massimo di divergenza; e un fattore per realizzare la simmetria all'interno del sistema monetario dello SME. La questione si pone in quanto esiste il problema del paese n-simo che implica problemi di indeterminatezza che danno luogo a 2 possibili soluzioni, la prima di natura egemonica o asimmetrica e la seconda di natura concentrata o simmetrica. Nel primo caso, se il paese leader (es Germania) fissa in maniere autonoma il proprio stock di moneta con un determinato tasso di interesse, il paese periferico (es Italia) dovrà adottare lo stesso tasso di interesse. Nel secondo caso la presenza dell'indicatore di divergenza dovrebbe far scattare, com'è noto, una sorta di campanello d'allarme in ordine alla valuta che si sta allontanando dalla sua parità centrale.
L'andamento dei tassi di cambio: i riallineamenti.

L'analisi dell'evoluzione del sistema monetario europeo si può suddividere in 3 precisi intervalli temporali. Il primo va dal marzio 1979 al gennaio 1987 in cui si registrano 11 riallineamenti; il secondo va dal febbraio 1987 all'agosto 1992, con un solo riallineamento, mentre il terzo si limita a considerare l'intervallo giugno 1992-agosto 1993.
Una breve rassegna delle strategie adottate da alcuni paesi nel periodo 1987-1991 permette di formulare alcune principali conclusioni:
a) i movimenti del tasso di cambio all'interno della banda sono usati in molti paesi con flessibilità;
b) l'intervento nel mercato dei cambi viene usato intensivamente, generalmente prima che i tassi di cambio raggiungano i margini di intervento obbligatorio, ma non è mai abbastanza sufficiente da eliminare le pressioni speculative;
c) la pressione speculativa termina solo dopo la modificazione dei tassi di interesse ufficiali o di mercato.
Nel terzo periodo 92-93, le pressioni sul mercato dei cambi impongono 5 riallineamenti che portano  all'allargamento della banda di oscillazione degli accordi di cambio. Durante questa fase, l'uso flessibile della banda di oscillazione produce però buoni risultati in quei paesi, come la Danimarca, che in precedenza ne avevano fatto uso; si dimostra inefficacie nei paesi il cui ricorso non viene interpretato come un segnale di difficoltà ma come un segnale di mutamento di strategia.
Gli interventi nei mercati esteri, se realizzati unilateralmente, appaiono insufficienti a controllare le tensioni, mentre si dimostrano maggiormente efficaci quando sono coordinati.
Nella sostanza, i mercati percepiscono la mancanza complessiva di coordinamento. Cominciano cioè a manifestarsi i problemi derivanti dall'ancoraggio della politica monetaria del sistema ad un singolo paese, evidenziando che si la scelta dell'ancora viene lasciata alla libera competizione il sistema corre il rischio di diventare incerto ed instabile.
Ecco perchè un cambiamento istituzionale in grado di migliorare la credibilità complessiva del sistema è preferibile ad una competizione prolungata tra le monete. L'avanzamento verso l'unificazione monetaria richiede una diversa struttura istituzionale che stia alla base del coordinamento politico.
L'obiettivo dello SME era dunque quello di creare un'area di stabilità monetaria in un contesto mondiale di profonde e marcate oscillazioni monetarie. L'esistenza di una moneta ancora (il marco tedesco) consentiva da un lato di ridurre i tassi di inflazione, in linea con quelli del paese leader, e dall'altro di creare un meccanismo di difesa contro la politica di “benign neglet” degli USA, in una fase di acuta crisi del sistema monetario internazionale e di assenza di una sua adeguata e credibile proposta di riforma. Nella sostanza le funzioni di policy erano divise tra il “paese centro- la Germania- e i paesi restanti”.
In tal modo la Germania trasmetteva la sua politica monetaria agli altri paesi, i quali potevano riallineare la parità nei confronti del marco qualora la pressione esercitata dalla moneta tedesca risultava insostenibile. Per alcuni paesi, come l'Italia, lo SME ha rappresentato un forte vincolo verso l'adozione di politiche espansive, consentendo di realizzare importanti risultati in direzione della convergenza del livello dei prezzi. Tutto il meccanismo di funzionamento si basava sulle regole di politica monetaria, stabilite dalle autorità tedesche e sulla volontà dei paesi membri di piegarsi alle esigenze del paese leader. Il sistema conosceva così due forme di asimmetria. La prima riguardava il diverso peso degli interventi dei paesi in deficit rispetto ai paesi in surplus; la secondo il ruolo svolto dal marco tedesco, in qualità di standard monetario.
Tratto da POLITICA ECONOMICA di Alessandro Remigio
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