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Origini della pena: la vendetta

La pena storicamente nasce come vendetta (legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente), prima che si arrivi a parlare di prevenzione c’è stato un cammino di secoli, bisogna arrivare alle teorie illuministe. Oggi la legge del taglione non esiste, eppure dal punto di vista storico, l’introduzione della legge del taglione segna un balzo in avanti di civiltà giuridica, paragonabile a quella del passaggio dalle teorie assolute della pena alle teorie relative (teoria preventiva). Con la legge del taglione c’è questo balzo in avanti, perché segna un limite al diritto di vendicarsi da parte della vittima e a vantaggio della collettività, intesa come non più esercitata dal privato leso (o dai suoi famigliari), ma vendetta di tipo pubblico esercitata dall’autorità. La regola fino a quel momento era la vendetta illimitata. Questa è stata la matrice storicamente più importante in relazione alla ratio del punire: la vendetta, la retribuzione, in cambio del male commesso con il reato, il reo subisce un altro male consistente nella pena (teorie retributive). Secondo le TEORIE RETRIBUTIVE la pena non serve a nulla, non deve perseguire ad alcuno scopo; quando l’ordinamento decide di punire qualcuno, secondo i sostenitori di queste teorie, è necessario che ciò accada senza ragioni di sorta, ecco perché sono assolute. Tra coloro che sostengono queste tesi troviamo Kant, che più volte si pronuncia a favore della pena intesa in senso retributivo, addirittura in uno scritto indica che se gli abitanti di un’isola deserta decidessero di lasciare deserta l’isola e disperdersi per il mondo, prima di allontanarsi dall’isola dovrebbero comunque giustiziare quanti sono ancora detenuti, perché la colpa di questi soggetti non ricada su di loro che non hanno preteso la punizione. Kant dice che gli assassini devono morire, prevede per loro la pena di morte, perché nessuna altra forma di sanzione può essere equilibrata rispetto all’azione di chi ha deliberatamente tolto la vita ad un’altra persona. Egel la vede allo stesso modo di Kant, riprende la categoria dell’imperativo categorico, e si rifà a quanto dice Kant che indica che l’essere umano non può mai essere un mezzo ma deve essere sempre un fine, quindi non si può strumentalizzare il prossimo per il raggiungimento dei propri scopi. Egel riprende questo concetto per dire che se l’obiettivo della pena fosse davvero preventivo (punisco Tizio perché altri cittadini non commettano lo stesso reato) noi avremmo strumentalizzato il reo, lo avremmo utilizzato come un mezzo per ottenere un fine che riguarda altri, così facendo l’avremmo degradato al ruolo di oggetto, ma invece va onorato come soggetto e per onorarlo è prevista la pena di morte, in modo tale che il soggetto si senta riconosciuto come tale.
Se la pena viene vista come vendetta, non può avere la forma di giustizia. Oggi la pena come pura vendetta non risolve i problemi, anzi ne genera di altri. Non ha senso per punire un assassino rendersi assassini a propria volta!
Il 10 ottobre è la giornata mondiale per la pena di morte. I paesi abolizionisti nel mondo sono 139, di questi sono in 91 quelli che l’hanno del tutto abolita, 11 la mantengono solo per situazioni del tutto eccezionali (ad esempio per i crimini di guerra), 37 sono i paesi che ce l’hanno nel novero della loro legislazione ma non l’hanno mai applicata negli ultimi 10 anni. 58 nazioni invece applicano la pena di morte, di queste il 90% delle condanne si concentra in 5 paesi: Cina (anche per reati comuni coma la corruzione, la frode fiscale, l’appropriazione indebita, per il bracconaggio), l’Iran (in crescita e prevede la pena di morte anche per i minorenni), Pakistan, Arabia Saudita e gli Stati Uniti. In Europa l’unico paese che mantiene la pena di morte è la Bielorussia. Ogni anno sia in sede di Parlamento Europeo che di Nazioni Unite vengono fatti degli appelli affinché cessi l’uso della pena di morte.
di Valentina Minerva
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