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Prima guerra mondiale: distruzione assoluta del nemico


La prima guerra mondiale che raggiunge un livello di violenza senza precedenti fa capire ai contemporanei che un certo tipo di guerra non esiste più.
Il primo aspetto rivoluzionario riguardò la concezione della guerra: il conflitto pone fin dal suo inizio il problema della distruzione assoluta del nemico. Non bisogna solo intensificare al massimo la lotta militare ma anche aggredire le popolazione di cui si vuole stroncare la volontà di resistenza. Numero altissimo di vittime delle quali metà non ha sepoltura. Al consenso di questa morte di massa anonima si è spesso giunti al piacere di dare morte. È una violenza multiforme che va dalle atrocità commesse durante le invasioni alla durezza dell’occupazione militare. Il civile è considerato un nemico oggettivo ed è di per sé una minaccia anche quando non compie alcuna azione.
I racconti dei rifugiati, i commenti della stampa, e i rapporti delle commissioni d’inchiesta hanno costruito una realtà distorta basata su un nemico rappresentato come assoluto e barbaro e perciò oggetto di tutto l’odio possibile. Questa rappresentazione del nemico che è la stessa per tutti i belligeranti arriva a essere costruita scientificamente a partire da un abbruttimento e da una disumanizzazione del nemico che legittimano il suo annientamento. Il nemico totale, già considerato barbaro, diventa prima semplice animale e poi animale nocivo. La sua morte non suscita alcuna pietà. La guerra ha potuto essere interpretata in termini di lotta razziale il cui obiettivo è distruggere la razza avversa. L’alta mortalità è dovuta anche alla creazione di una cultura di guerra imperniata sull’odio per il nemico.

Tratto da IL SECOLO DEI GENOCIDI di Filippo Amelotti
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