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Rivoluzione sociale del 1959 in Ruanda

La rivoluzione sociale del 1959-61 che sfocia nell’indipendenza nel luglio 62 non ha modificato in alcun modo l’immaginario socio razziale, ne ha soltanto invertito i termini per adattare l’ideologia ruandese al nuovo rapporto di forze che consacra il potere degli hutu. Infatti lo Stato e la Chiesa belgi, cambiando la loro strategia in un ambiente terzomondista trionfante appoggiano pienamente la maggioranza hutu per dare stabilità al nuovo potere postcoloniale ed evitare il ripetersi del tragico conflitto del Congo. Negli anni 60 si assiste ad una semplice inversione del segno socio razziale: l’hutu diventa autoctono, l’unico vero indigeno e fondatore dell’organizzazione sociale; il tutsi è invece ormai assimilato ad un invasore straniero. Sono mantenute le carte d’identità con la menzione dell’etnia e viene presto adottato un sistema di contingentamento nelle assunzioni del personale pubblico e degli insegnanti così come nell’arruolamento militare per mostrare alla minoranza (9%) qual è il suo vero posto.
Gli avvenimenti del 72-73 costituiscono una tappa importante lungo una strada che porta al genocidio del 94. la crisi comincia nella primavera 72 in Burundi dove un tentativo insurrezionale da parte degli hutu scatena una insurrezione militare che provoca 100.000 vittime tra gli hutu  e 200.000 emigrano in Ruanda. La strumentalizzazione di questo avvenimento da parte del potere di Kigali è decisiva e già premonitrice. Si assiste così ad un irrigidimento dell’antagonismo etnico con la stigmatizzazione di un nemico interno. Il regime totalitario inizia in Ruanda con l’ascesa al potere del generale habyararimana nel luglio 73. se ai tutsi viene promesso che d’ora in poi verrà lasciato in pace, l’esercito diventa però monopolio esclusivo degli hutu. Il clientelismo su cui si fonda la nuova repubblica di Habyarimana si allarga a un’intera etnia mantenuta in stato di soggezione e considerata responsabile di tutte le decisioni e gli orientamenti futuri del potere.
La paura rappresenta un fermento decisivo al processo di genocidio. Negli anni 80 la paura è dovuta a una minaccia che sembra incombere sul paese: il fatto che il milione di tutsi in esilio abbia costituito un fronda patriottico ruandese (FPR) diventa un casus belli.
Inoltre è più facile giustificare le atrocità commesse contro un gruppo se in passato ha usato violenza a voi ai vostri simili o se vi convincono che ne userà ancora. Questo clima di paura legittima una prospettiva di massacro contro gli altri.
di Filippo Amelotti
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