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Passioni orali, separazione, tempo. Il mito di Antigone

Tra paziente e terapeuta si possono creare molteplici forme di distacco, con diverse espressioni per indicarlo; ma si può verificare anche il non-distacco: l’impossibilità di distinguersi, di quei pazienti tendenti ad annettere l’altro, ad includerlo nel loro mondo; il terapeuta diviene una sorta di alter ego per quei pazienti che vivono la convinzione di essere doppi e condividere le gioie creative, l’oppressione, i fantasmi della fusionalità.
I pazienti consentono la nascita dello spazio transizionale nel quale il sentimento della fusione può realizzarsi ogni volta, essendo sottoposto all’ansia della separazione e alla necessità di elaborarla, può sopravvivere fino a quando per mezzo dell’azione o della necessità impersonale o della pensabilità, esso potrà incontrare un distacco meno intollerabile e crudele.
Spesso pazienti con legami originari di natura fredda, perversa e ambivalente preferiscono restare legati ad oggetti incompleti, che non contengono evoluzione, preferiscono essere schiavi d’amore, piuttosto che affrontare il senso di odio dissolvente, di vuoto abissale e di falso che deriverebbe loro da una cambiamento sostanziale. Essi hanno bisogno di continuare la loro attività fallita di sublimazione, legata alle modalità orali del cibarsi, nutrirsi e nutrire, selezionare, rifiutare, ma possono farlo solo per mezzo di qualcun altro.
La necessità di idealizzare momentaneamente il terapeuta, e di accettarne solo segretamente il nutrimento, per poi ritenersi liberi di svuotarlo a proprio piacimento, serve a non lasciare tracce di presenza, legame, desiderio, bisogno, mentre nello stesso tempo può assicurare l’illusione dell’immortalità.
L’amore che questi pazienti possono provare per (o contro) se stessi e per chi è coinvolto nel processo di sviluppo del loro mondo interno, può consentire loro di tollerare e di attraversare catastrofi, specie se questo può servire a salvare legami che sono in stato di pericolo.
Tutta l’esistenza degli esseri umani è attraversata dall’esperienza del distacco, della fine e del possibile inizio e quindi del mutamento; essa, con il presentarsi infinite volte nel corso della vita è quella che fornisce il senso soggettivo e la fisionomia di un individuo. I pazienti per i quali la vita stessa è il tentativo, a volte non riuscito,  di prepararsi al distacco, temono di non poterlo affrontare perché non hanno mai sentito di essere al mondo, di parteciparvi, di essere nati, o temono di non poter sopravvivere al panico che il distacco procura loro. Vivere è come uno stato di lunga apnea, in attesa di una pausa dal tormento di lasciare, di perdere.
Il mito di Antigone spiega bene il dolore del distacco: Antigone non può sopravvivere se al corpo del fratello non sarà data sepoltura (è stato ucciso in battaglia quindi non è degno di questo onore) e sceglie piuttosto la condanna a morte per non piegarsi al volere della legge. La donna sembra dovere affrontare la rimozione impossibile di un oggetto-distacco, perduto in circostanze e con modalità tali che la sua fine è attualmente inaccettabile. Antigone chiede dove si situerà suo fratello, cosa sarà del luogo vuoto che lo avrebbe dovuto ospitare e che gli è interdetto; chi sarà lei stessa dopo la sparizione della sua anima vagante e non sepolta, dove sarà dopo che è stata separata da lui. Ma non dispone di altra risposta che il divieto della legge: di restare unita a lui e allo stesso tempo di condurne la perdita. Se non può dare sepoltura al fratello, rimarrà unita in sé con il fratello defunto e con il rito, svolto al proprio interno, del suo compianto.
L’analista conduce il paziente nel terrore del futuro e del passato e nell’angoscia della loro ineluttabilità, tentando di essere più sano delle morte contenuta in essi. Il paziente lo ignora, fino al momento in cui lo avrà saputo e trovato in se stesso, e il suo terrore sarà stato un po’ meno angosciante per lui. Allora il tempo di ciò che è avvenuto e deve ancora avvenire gli sarà restituito.
di Paola Alessandra Consoli
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