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Differenze culturali ed etnocentrismo


Da un punto di vista antropologico e culturale si è notato che i soggetti di una stessa cultura hanno più facilità di riconoscere in una determinata espressione i medesimi stati d'animo; come detto sopra dipende sempre dal contesto in cui si inserisce la comunicazione. Ad esempio si è visto che alcune culture dell’africa centrale e meridionale tenderebbero ad avere un tono di voce che per un europeo è generalmente considerato alto: quello stesso tono di voce in Europa significa aggressività mentre in alcuni paesi africani è considerato assolutamente normale e non indicherebbe un alterazione emotiva. Ma non si può mai generalizzare: allo stesso modo nel Vecchio Continente tedeschi e britannici sono abituati a non gesticolare mentre parlano mentre gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo per il loro modo di “sbracciarsi”. Ognuno di noi proprio grazie ai flussi culturali globali di cui si diceva potrà certamente rievocare alla mente un episodio personale in cui si è trovato a  constare che uno stesso gesto può essere considerato in molti modi diversi a seconda del contesto in cui si trova. Non va dimenticato poi che la comunicazione è già di per sé una relazione, uno scambio con l’altro in cui si partecipa entrambi; mittente e destinatario sono immersi nella situazione comunicativa e vi partecipano con la stessa quota perché anche il silenzio e l’ascolto sono forme di comunicazione.  Quello che l’antropologia culturale si pone di evidenziare in questo frangente è che quando ci accingiamo ad entrare  nella relazione comunicativa con l’altro dobbiamo sempre chiederci: quale è il punto di vista? sono i miei occhiali che mi permettono di capire questa affermazione, questo gesto oppure per comprenderli devo mettere gli occhiali dell’altro? Ciò che io considero naturale può non esserlo altrettanto per la persona che ho di fronte perché le abitudini, gli usi ed i costumi sono appresi; di conseguenza anche molte valutazioni qualitative sono apprese per esempio: in Europa non si mangia il cane che si mangia, invece, in alcuni paesi asiatici. Viceversa in Europa sono ritenute buone e commestibili alcune specie animali che in altri paesi non si mangerebbero mai per ragioni culturali ( la mucca è sacra in buona parte dell’India). Questo per sottolineare che persino i concetti  buono o cattivo non sono innati ma “imparati”, esattamente come bello-brutto (pensiamo all’ideale femminile nell’epoca rinascimentale) e molti altri. Da un punto di vista sociale queste regole comunicative o di senso comune servono come abbiamo più volte ripetuto ad identificarsi in un gruppo; una volta identificati poi si è portati ad assumere anche gli schemi mentali di quello stesso aggregato umano. E’ ovvio che tali schemi valorizzeranno positivamente i comportamenti consolidati all’interno e ci faranno considerare strani gli atteggiamenti non consolidati che, generalmente, vengono dall’esterno (a parte i fenomeni di devianza). Di conseguenza l’appartenente ad una comunità tenderà a sovrastimare positivamente tutto ciò che è ingroup e sovrastimare negativamente tutto ciò che è outgroup. Ciò , ovviamente, vale anche per le persone, gli atteggiamenti, la comunicazione, i valori e quanto altro vi possa venire in mente. Naturalmente, in un ottica interculturale, tali atteggiamenti non consentirebbero un genuino scambio fra culture. Gli occhiali culturali che percepiscono l’outgroup negativamente non ci permetterebbero di individuare nell’altra cultura aspetti che potrebbero arricchire la nostra visione analitica ed emotiva. Tali occhiali ci permettono di percepire dei veri e propri comportamenti “normati”, vale a dire, sanciti come condivisibili dal gruppo al quale apparteniamo. In questo modo il gruppo si comporta come un legislatore fornendoci una serie di regole che tutti seguiamo per il bene nostro e della collettività. Tutto ciò può essere considerato alla base dell’etnocentrismo cioè quell’atteggiamento comune a tutti i popoli della terra per cui si è portati a considerare la propria cultura come migliore o addirittura superiore alle altre. Questo meccanismo del quale non siamo consapevoli non va sottovalutato perché è alla base dei conflitti. Un conflitto può essere causato nel momento in cui alcune norme di una collettività non sono considerate tali da un'altra. Storicamente le guerre sono state proprio interpretate come momento di scontro tra organizzazioni culturali. In queste occasioni emerge  un ordinamento valoriale che trionfa sull’altro ed al quale tutti si devono immediatamente uniformare (pena il sanzionamento sociale che nella guerra è la vera e propria eliminazione). 
Tratto da ANTROPOLOGIA CULTURALE E DELL'EDUCAZIONE di Barbara Reanda
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