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Dualismo nord-sud. Stao Pontificio e Regno delle due Sicilie

Stato Pontificio: composto da Marche, Lazio e Umbria è uno stato arretrato e così si presenterà al 1861 anche se ci sono delle distinzioni tra Marche ed Umbria dove c'è un sistema mezzadrile ed il Lazio dove invece c'è il latifondo.
Il sistema mezzadrile è legato alle rendite, non c'è innovazione ma è produttivo. Le Marche erano il granaio di Roma. Grazie al patto mezzadrile l'agricoltura era così produttiva da essere esportata. Riguardo il latifondo, come al sud i proprietari terrieri sono nobili che vivono a Roma, lontani dalle loro proprietà, vivono di rendita, sono disinteressati (una agricoltura detta “di rapina”).
La manifattura è composta da cartiere, seta grezza (Fossombrone, Ascoli, Osimo). Tendenzialmente nel corso del 1600 e fino al 1800 sono regioni che si ripiegano su se stesse, non riescono ad iniziare percorsi di sviluppo perché lo stato, il governo pontificio non ha mai saputo introdurre politiche e riforme economiche, non ha svolto il ruolo piemontese, austriaco.
La corte pontificia consumava molte risorse dello stato. Il problema vero era l'incapacità di gestire le risorse e l'economia del territorio.
Ancona nel 1700 è un punto di riferimento come Livorno per il commercio ma queste eccellenze erano soffocate dal resto.
Fossombrone con il suo setificio era molto importante, esportava fino in Inghilterra.

Regno delle due Sicilie: L'agricoltura è basata sul latifondo, con immense proprietà terriere in mano a pochi aristocratici, baroni che le gestiscono con mentalità feudale. I latifondi si configurano come stati nello Stato, al di là delle leggi generali. I nobili avevano prerogative di amministrare la giustizia. Nei latifondi era usato il lavoro salariato, i braccianti (invece al centro Italia c'era la mezzadria ed al nord l'affittanza). Con i braccianti aumenta il divario tra ricchi e poveri e le vittime di ingiustizie.
I baroni vivevano a Napoli, lontani dalle terre e si disinteressavano, volevano solo vivere di rendita. Il grano veniva esportato ma il denaro era usato per lo stile di vita aristocratico e non per investire (come era invece in Toscana o in Piemonte). Quindi l'agricoltura diventa improduttiva perché non investiva.
L'agricoltura era secca ed aveva bisogno di canali per l'irrigazione che non vennero fatti. Aumentano invece le produzioni specializzate come agrumi e legumi che vengono esportate ma questa agricoltura realizzata in aree ristrette non era in grado di dare sviluppo.
Mancavano le infrastrutture, strade, collegamenti, sistemi di comunicazione. C'erano aree industriali di filande presenti intorno a Napoli, Caserta, Salerno e coste campane ma le manifatture erano quasi tutte straniere (svizzere, tedesche, inglesi). Questa rete manifatturiera aveva una sua vivacità di esportazioni ma era fragile, protetta da dazi doganali, ma destinata a scomparire con il 1861 perché non in grado di reggere la concorrenza del nord. L'equilibrio precario fu rotto dall'Unità d'Italia,  paradossalmente non fu uno stimolo ma la fine della fragile struttura manifatturiera capace di creare quel poco di ricchezza.
La ricchezza infatti veniva da esportazioni alimentari e della seta.
Le cartiere di Amalfi e le industrie meccaniche erano protette dai dazi che finirono con l'Unità d'Italia, un danno per loro.
Nell'Italia meridionale c'è assenza di un attivo ceto borghese. Anche nello Stato Pontificio ma un ceto borghese minimo si crea. Al nord è forte, non al sud.
Tratto da STORIA ECONOMICA CONTEMPORANEA di Barbara Pavoni
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