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Ribbentrop a Roma

27 ottobre - 29 ottobre 1938

Il ministro degli esteri tedesco von Ribbentrop, in visita a Roma, interloquisce ripetutamente con Mussolini e con Ciano e ad essi espone il pensiero del Cancelliere tedesco. Hitler, secondo quanto riferisce Ribbentrop, ha esitato fino a questo momento a stipulare una alleanza tripartita, sia per timore di indebolire la posizione di Chamberlain e Daladier che appaiono, tra tutti, i più favorevoli ad una politica di distensione con le potenze dell'Asse, sia per non provocare il riarmo delle democrazie, sia, infine, per evitare che si formasse una vera e propria alleanza franco–britannica e che gli Stati Uniti si avvicinassero ulteriormente a Londra e a Parigi.
Dopo Monaco, però, la situazione è cambiata. Gran Bretagna e la Francia hanno già studiato e steso punto per punto accordi militari (il che non è vero); il riarmo delle democrazie difficilmente può essere intensificato. Gli Stati Uniti, con il loro atteggiamento, hanno dimostrato, durante la crisi dei Sudeti, di essere pronti alle più clamorose ritirate. Ora Hitler ritiene che, fra quattro o cinque anni, lo scontro tra dittature e democrazie sia inevitabile e considera necessario approfittare delle favorevoli disposizioni esistenti in Giappone verso una alleanza con le potenze dell'Asse, prima che riprendano il sopravvento le correnti fautrici di una intesa con Washington.
Ribbentrop cade dalle nuvole e rimane contrariato quando Mussolini accoglie tali proposte in modo sostanzialmente negativo.
Ecco come Ciano verbalizza il discorso del Duce: «Il Duce è d'accordo che vi sarà la guerra, nel giro di pochi anni tra l'Asse, la Francia, l'Inghilterra. Ciò è nel dinamismo storico. Si è determinata una frattura insanabile tra i due mondi. Bisogna riconoscere che tra Londra e Parigi esiste una alleanza difensiva simile a quella che ora viene proposta dalla Germania. Inoltre sono già in atto contatti tecnici fra gli Stati Maggiori. Tra Italia e Germania, invece, non esistono patti scritti, poiché ormai si possono considerati sorpassati i protocolli di Berchtesgaden che contemplavano problemi contingenti. Esiste il patto anti-comunista di Roma, in cui predomina il carattere ideologico e ci impegna a fondo insieme con il Giappone. Non si deve però dimenticare che tra l'Italia e la Germania vi è la solidarietà dei regimi, nonché l'interesse reciproco ad aiutarsi anche se l'impegno non è consacrato in un documento ufficiale. L'attitudine dell'Italia è stata chiara nel passato e lo sarà sempre quando fossero in gioco le sorti dei due regimi. Crede che si debba arrivare alla conclusione di questa alleanza, ma fa una precisa riserva sul momento in cui converrà stringere tale patto. Premette che si esprimeva con la chiarezza che è doverosa verso gli amici e che considera l'alleanza un impegno sacro che si deve in qualsiasi evenienza rispettare ed eseguire al cento per cento. Perciò bisogna fare un esame della situazione in Italia. L'Asse ormai è popolare: gli italiani sono fieri di questo sistema politico che ha già dato formidabile prova nelle recenti vicende mondiali. Nei confronti però di una alleanza militare l'opinione pubblica sarebbe in alcuni suoi settori ancora impreparata. L'aviazione è favorevole, la marina abbastanza favorevole, l'esercito favorevole nei bassi gradi, mentre nei medi gradi e soprattutto negli alti gradi esistono ancora dei larghi settori di riserbo. Resta bene inteso che quando il governo deciderà tale alleanza tutti obbediranno e nessuna obiezione verrà mossa. I contadini e anche gli operai sono simpatizzanti con la Germania nazista e vedrebbero con favore qualsiasi nuovo impegno. La borghesia invece meno. La borghesia continua a guardare a Londra con un certo interesse e ciò perché i borghesi identificano erroneamente la potenza con la ricchezza. Un'altra ragione di freddezza nei confronti di una alleanza con la Germania sarebbe rappresentata dalla lotta tra il nazismo e il cattolicesimo, mentre l'accordo diventerebbe molto popolare se una distensione in materia religiosa si determinasse in Germania. Il Duce afferma che è sua volontà di fare questa alleanza allorchè l'idea sia stata fatta convenientemente maturare nelle grandi masse popolari. Oggi ancora non lo è. Il popolo è giunto alla fase "Asse": non ancora a quella della alleanza militare. Vi può del resto giungere molto rapidamente».
Inoltre, Mussolini, probabilmente per rendere meno amaro il boccone, aggiunge che, quando giungerà il momento, non si farà una alleanza difensiva, ma una offensiva: «Noi non dobbiamo fare una alleanza puramente difensiva. Non ve ne sarebbe bisogno perché nessuno pensa di attaccare gli Stati totalitari. Vogliamo invece fare una alleanza per cambiare la carta geografica del mondo».
A questa affermazione Mussolini aggiunge quello che gli sta più a cuore: se si dovrà fare una alleanza offensiva occorrerà: prima di tutto, che gli scopi da raggiungere dai tre Stati siano chiaramente definiti e concordati; poi, che l'alleanza sorga da una amicizia radicata e profonda tra i popoli. Quando queste ultime condizioni si avvereranno e sarà ormai chiara l'inevitabilità dell'urto, l'alleanza sorgerà naturalmente come una logica conseguenza della situazione.
Ribbentrop è, chiaramente, colto alla sprovvista: coma fa il popolo italiano a non riconoscere l'immenso aumento di forza che una alleanza con la Germania gli porterebbe? La Germania ha già mobilitato 400.000 uomini alla frontiera con la Francia, all'epoca di Monaco (altra bugia); insieme alle forze italiane l'alleanza sarebbe stata irresistibile.
Nonostante i suoi vari "corteggiamenti" e le sue pressanti insistenze, Ribbentrop torna a casa con niente in mano.

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