Approfondimenti
Le agitazioni nelle fabbriche durante la prima guerra mondiale
05/05/2008

Le agitazioni nelle fabbriche durante la prima guerra mondiale Le agitazioni nelle fabbriche durante la Prima Guerra Mondiale assunsero un’importanza ragguardevole: il ruolo delle maestranze in una guerra basata sull’industria (armi e vettovaglie sono a questo punto ormai totalmente di produzione industriale) è, infatti, centrale ai fini dell’esito stesso della guerra. Per tale motivo tutti i paesi tentano di introdurre diverse forme di controllo volte a limitare ciò che poteva costituire una perdita di giornate di lavoro, in primis le agitazioni stesse, ma anche assenze per malattie, trasferimenti…
Le manifestazioni di dissenso nelle fabbriche assunsero così in ogni paese caratteristiche diverse a seconda del grado di oppressione subito, dei rapporti di forza fra le classi, fino ad assumere in alcuni casi un carattere rivoluzionario. In tutti i paesi la protesta si scatenò a partire da motivi concreti, che creavano nei lavoratori la sensazione di essere vittime di un’ingiustizia. Questo è rilevato da tutta la produzione letteraria sulle agitazioni nella prima guerra mondiale, ed in particolare dall’opera di Moore1 . Il filo conduttore di questa ricerca è la constatazione di come l’ingiustizia sia il motore della ribellione che muove anche settori lavorativi passivi o tendenzialmente conciliatori, e di come il fattore politico –le idee socialiste- godesse di attenzione minoritaria e di scarsa importanza. La produzione marxista che si rifà a Lenin e a Trotskij ha chiaramente affermato a sua volta come il senso di ingiustizia scaturito da problemi e bisogni di tipo materiale sia il motore dell’avanzamento di classe che porta alla ribellione. Moore tuttavia sostiene che l’ingiustizia è inizio e fine della ribellione: a causa di essa ha inizio la ribellione, che cessa con la soluzione del problema. La chiara polemica di Moore verso i rivoluzionari, visti in ultima analisi come astuti manovratori di scioperi e malcontenti, è esplicitata quando dichiara che la rivoluzione d’ottobre instaurò una dittatura minoritaria2 . La teoria marxista controbatte a sua volta che se la rivoluzione di Ottobre fosse stata realmente un golpe non si spiegherebbe come né Kerenskij né le Armate Bianche riuscirono a far fallire la rivoluzione3.
In tutti i paesi si partì quindi da rivendicazioni sindacali, si passò in alcuni casi a rivendicazioni più avanzate riassumibili nel celeberrimo “pace, pane, terra”4 e, qualora i regimi non fossero stati ritenuti capaci di concedere quanto richiesto, si arrivò a movimenti rivoluzionari5.

ITALIA
L’Italia, late comer dell’industrializzazione, non aveva, di fatto, mai conosciuto la democrazia borghese: un regime sostanzialmente autoritario volto a sfruttare e reprimere i lavoratori fu lo strumento scelto dalle classi dirigenti per colmare il divario con le altre nazioni.
Con l’inizio del conflitto fu istituita la Mobilitazione Industriale, dapprima sottosegretariato e poi ministero per le armi e le munizioni, che sottopose alla giurisdizione militare gli stabilimenti militari, ausiliari ed il personale “requisito” di stabilimenti non ausiliari per garantire la produzione richiesta dallo sforzo bellico. La gestione dello stato nei rapporti di lavoro, basata su norme repressive e sulla presenza fisica di militari in fabbrica, venne mutuata dalle esperienze austriache e tedesche. La giornata di lavoro minima fu fissata in dieci-dodici ore più lo straordinario obbligatorio ed il cottimo per tutti. La possibilità di aumenti salariali era quindi “affidata” al lavoratore stesso proprio tramite straordinari o cottimo. I militari in fabbrica, con funzione di capireparto e sorveglianti, spesso impartivano ordini che, però, data la loro imperizia, risultavano spesso dannosi per i macchinari, con conseguente multa per i lavoratori, o per i lavoratori stessi, che rimanevano spesso feriti o uccisi. Multe, carcere, e nei casi più gravi il fronte erano le punizioni, impartite per ogni infrazione, anche piccola, e lo strumento per l’epurazione politica ed il controllo sociale.
Dopo un periodo di scioperi frequenti contro l’eventualità della guerra durante l’anno della neutralità, scoppiò infine il conflitto. La classe operaia professionalizzata, rimasta nelle fabbriche per la sua necessaria competenza, si trovò come immobilizzata. Inoltre l’ingresso di nuove maestranze per rimpiazzare i coscritti ed aumentare la produzione bellica produsse svariate tensioni: donne e ragazzi visti talvolta come la causa dell’invio al fronte di compagni, talvolta come contadini inurbati, portatori di una mentalità conservatrice e contraria alla lotta di fabbrica; in alcuni casi, “falsi” operai, imboscati che attiravano su di loro l’odio delle maestranze.
Proprio donne e ragazzi furono i primi a riprendere le agitazioni: sia perché le repressioni in fabbrica indussero in loro un avanzamento della coscienza di classe, sia perchè le punizioni tendevano ad essere meno dure nei loro confronti, soprattutto perché non rischiavano l’invio al fronte. Le proteste quindi ripresero e si basarono su motivi oggettivi (condizioni durissime di vita e di lavoro, repressione sociale e politica) e soggettivi (rivolta morale verso una guerra avvertita come voluta dai padroni ma il cui prezzo era sostenuto dalla povera gente). Il motivo scatenante era solitamente un provvedimento repressivo verso i compagni o una rivendicazione salariale6 , che produceva una spinta che si propagava spesso in altri stabilimenti. La parola d’ordine della pace fu da subito onnipresente in ogni rivendicazione- peculiarità questa dei lavoratori italiani, che erano sempre stati in maggior parte inequivocabilmente contrari al conflitto-. Dal 1917 si ebbe un riavvicinamento fra città e campagna: scioperi partiti in una delle realtà cominciarono ad estendersi anche all’altra. Inoltre, sempre dal 1917, gli scioperi si fecero meno frequenti ma più intensi, lunghi e partecipati. La classe operaia tornò a lottare nella sua totalità, scoppiarono le rivolte a Torino, Livorno, Terni, Napoli, in Lombardia: fu, insomma, un anno di alta conflittualità7 .
Il 1918 fu invece un anno di relativa calma - a differenza di ciò che avvenne in Germania ed Austria - dovuta all’estensione delle zone di guerra a quasi tutto il centro-nord Italia proprio per porre un freno alla rinnovata combattività operaia. L’anno seguente tuttavia la rabbia esplose nuovamente assumendo carattere rivoluzionario nel “Biennio Rosso”.
Un caso a parte costituì la mobilitazione unitaria dei metalmeccanici liguri, appoggiata dall’USI8 che durò tutta la guerra e la cui rivendicazione era l’adozione di un memoriale unico, una sorta di statuto dei lavoratori. La mobilitazione fu gestita dalla base, che scavalcò addirittura il segretario della Camera del Lavoro, e comprese ostruzionismi e scioperi.

GERMANIA ED AUSTRIA-UNGHERIA
La Germania era un paese fortemente industrializzato, con una classe lavoratrice più istruita rispetto alla media europea e fortemente integrata, ma con uno stato in cui burocrazia e militari avevano grande potere.
Con lo scoppio della guerra l’SPD9 ed il sindacato acconsentirono alla dichiarazione del Burgfrieden, cioè alla sospensione di ogni attività politica o rivendicazione sociale in nome della pace interna e del bene della patria. Dopo l’appoggio dell’SPD alla guerra, le dimostrazioni contro il conflitto cessarono, ed anzi, fra molti operai la posizione dei socialdemocratici e la chiamata alle armi parvero la realizzazione del sogno di essere finalmente accettati nell’ordine sociale10.
La rappresentanza dei lavoratori sembrò tornare indietro ai tempi di Bismarck, quando fu favorita la creazione di commissioni e consigli di fabbrica nella speranza di ingabbiare la conflittualità sociale e togliere consensi ai socialisti. Repressione e militarizzazione avevano così, di fatto, l’avallo dei rappresentanti dei lavoratori. Furono istituite commissioni paritetiche per la ricomposizione delle vertenze e le fabbriche furono militarizzate, fino ad arrivare, nel 1916, alla Legge sul servizio ausiliario, che stabiliva la mobilitazione di tutta la forza lavoro per lo sforzo bellico.
Inizialmente la tregua sembrò funzionare: si ebbero per lo più lamentele e richieste riguardo ai salari senza giungere ad effettuare scioperi. In particolare una rivendicazione fu quella della libertà di cambiare lavoro per avere salari più alti, avversata da padroni e militari perché comportava perdita di preziosa manodopera negli stabilimenti con paghe ritenute troppo basse. Tuttavia, le condizioni di vita cominciarono a peggiorare anche in Germania; gli aumenti di stipendio compensavano appena quelli dei prezzi, e la politica conciliatoria si rivelò un fallimento. Di conseguenza si formò un’opposizione sia nella socialdemocrazia11 sia nel sindacato, che organizzò tre grandi scioperi a Berlino. Nel 1916, il 28 giugno Karl Liebknecht fu arrestato con l’accusa di tradimento; immediatamente scesero in sciopero i tornitori, seguì poi Berlino con 55.000 aderenti. Nell’ aprile 1917 lo sciopero fu convocato in seguito alla riduzione di un quarto della razione di pane destinata a ciascuno secondo le regole annonarie. Nel 1918 lo scioperò partì non appena si seppe dello sciopero di Vienna. L’opposizione intervenne nella maggior parte delle dispute salariali, organizzò manifestazioni, specie contro arresti (per esempio il già citato arresto di Karl Liebknecht dello Spartakusbund12 ) e contro le coscrizioni punitive. Le iniziative ebbero un grande sostegno delle categorie dei metalmeccanici turnisti e dei metalmeccanici di Lipsia.
Man mano che il regime si rivelava per niente disposto ad acconsentire alle richieste sindacali, la coscienza dei lavoratori avanzò fino a chiedere esplicitamente la fine della guerra e dell’Impero –con il sostegno delle masse, esercito compreso- e a diventare un movimento rivoluzionario, a partire dal celebre ammutinamento dei marinai di Kiel il 28 ottobre 1918 e dalla creazione dei consigli degli operai e dei soldati fino alla rivolta del 3 novembre con la conseguente fine dell’impero.
Anche l’impero austro-ungarico aveva una classe lavoratrice piuttosto integrata, soprattutto per quanto riguardava i lavoratori di lingua tedesca. Le condizioni di lavoro erano migliori rispetto alla media europea, il sistema scolastico meno selettivo rispetto al ceto e di qualità decisamente buona: tutto sommato il regime degli Asburgo riuscì a mobilitare consenso intorno a sé per un certo periodo di tempo. La peculiarità dell’impero dal punto di vista sociale stava, però nell’avere alcuni poli industriali circondati da realtà rurali, dove c’era inferiore sindacalizzazione e politicizzazione, e dove c’erano diffuse simpatie conservatrici. I conflitti sociali, tenuti sotto controllo in maniera analoga a quella tedesca, ebbero una prima avvisaglia nell’inverno di fame che vi fu fra il 1916 ed il 1917. Emerse una rinnovata conflittualità sociale, una vera e propria ondata di scioperi e proteste, in cui si avvicendarono manifestazioni per i beni di prima necessità, disordini, resistenza passiva, scioperi fino ad arrivare ad esplosioni di rabbia contro commercianti e venditori del mercato nero. Queste mobilitazioni furono per lo più spontanee e senza la guida della socialdemocrazia e del sindacato, verso i quali vi era ancora un diffuso discredito a causa della politica di collaborazione rispetto alla guerra13.
Il 1917 senz’ombra di dubbio preparò la scossa finale. Per la prima volta dallo scoppio della guerra si tornò a festeggiare il Primo maggio, con astensione dal lavoro. Il governo sperò di lasciar sfogare i lavoratori, ed effettivamente il Primo maggio non portò disordini.
Qualcosa riguardo alla rivoluzione di febbraio in Russia trapelò ed arrivò alle orecchie dei lavoratori. Si trattava di notizie censurate, riguardo alle speranze di pace e alla formazione di consigli dove i lavoratori si erano organizzati in maniera indipendente dalle istituzioni ma sufficienti a galvanizzare il movimento pacifista.
Nel gennaio 1918, quando ormai l’intero paese, civili e militari, soffriva la fame. Si ebbe uno sciopero generale a Vienna e dintorni. Fu questo sciopero a dare l’inizio alla ribellione, che non risparmiò alcun ramo dell’esercito, e si rivolse verso la guerra, il governo e scavalcò la dirigenza socialdemocratica, rimasta su posizioni riformiste. Operai e marinai pubblicarono pamphlet con le loro rivendicazioni. In seguito al fallimento del tentativo di contattare gli scioperanti viennesi ed i dirigenti del partito per coordinarsi e sostenersi, l’insurrezione dei marinai fu repressa, ma era ormai evidente come anche in Austria le rivendicazioni avessero ormai assunto carattere rivoluzionario. Il 1918 vide la socialdemocrazia dividersi in diverse correnti, i lavoratori ed i soldati organizzarsi in consigli e l’impero austro-ungarico sfasciarsi. Diverse le tesi, che vanno dall’implosione14 all’atto di costituzione rivoluzionario15 .

GRAN BRETAGNA E FRANCIA
La Gran Bretagna era non solo una grande potenza industriale ma anche una democrazia liberale di lunga data. La sua classe operaia era la più antica e la più integrata; il sindacato aveva un enorme potere di contrattazione.
Il governo inglese non aveva che da gestire la propria superiorità industriale dislocando al meglio la propria forza lavoro e favorendo la mediazione fra sindacati ed associazioni padronali. Un problema che si trovò ad affrontare fu la leva volontaria, che ridusse fino al 20% la manodopera, specie nei settori che producevano per la Marina Militare, rischiando di danneggiare lo sforzo bellico proprio nel settore in cui la superiorità britannica era indiscussa.
Non per questo non ci furono agitazioni: al contrario, una classe operaia forte scoprì quali vantaggi l’azione diretta potesse far ottenere –specie agli operai specializzati rimasti in fabbrica, contesi dai vari settori produttivi-. In una situazione in cui il governo non poteva elaborare una politica chiara ed uniforme per colpa della competizione fra vari ministeri e commissioni che avevano competenza in materia, la classe operaia sfruttò appieno i rapporti di forza favorevoli per ottenere numerose concessioni.
I motivi principali delle agitazioni furono l’aumento degli affitti e, dopo l’introduzione della leva obbligatoria nel 1916, la dilution e la tutela della manodopera specializzata. L’offensiva tedesca con l’invasione del Belgio neutrale stroncò sul nascere una possibile dimostrazione contro la guerra, fungendo al contrario da catalizzatore del consenso.
La politica di concessioni ( aggiustamenti salariali, calmiere sugli affitti, certificati e liste per la tutela della manodopera specializzata) permise la suddivisione dei costi della guerra, evitando che questi ricadessero quasi esclusivamente sui più poveri, come successe in Italia. Cito a riguardo la tesi storiografica di Hinton16 a riguardo, per il quale queste concessioni furono una politica volta ad allontanare la rivoluzione, a cui si può contrapporre quella di Reid17 ,che sosteneva invece come non vi fosse alcun pericolo di rivoluzione, dal momento che lo sforzo bellico aveva migliorato le condizioni sia degli operai specializzati sia dei padroni, gli uni con le concessioni, gli altri con l’impulso dato all’industria dalla guerra.
Anche la Francia aveva ormai consolidato una tradizione democratica ed egualitaria. Furono create commissioni che includevano associazioni padronali e sindacati per gestire la forza lavoro e risolvere le vertenze. Con l’arrivo di forza lavoro piuttosto politicizzata dall’estero, soprattutto, dal Belgio invaso, oppure altamente sfruttata ed emarginata dalle colonie, si avviò un processo di radicalizzazione delle maestranze che portò a scioperi e manifestazioni, specie a Parigi ed in Normandia.
La Bassa Normandia in particolare era una zona solo parzialmente industrializzata, anzi, in via di de-industrializzazione. La tipologia più diffusa di industria era l’azienda tessile, in cui lavoravano per lo più abitanti del luogo, contadini che lavoravano di mala voglia in una fabbrica e che non avevano alcuna intenzione di organizzarsi per avanzare rivendicazioni. Le uniche eccezioni erano Caen, dove i gruppi Thyssen e Schneider avevano esportato le acciaierie, Dives-sur-mer dove c’era uno stabilimento elettrometallurgico, alcuni stabilimenti chimici nella zona di Honfleur, le miniere di ferro a sud di Caen, e Cherbourg, dove c’era un polo metallurgico legato all’arsenale, e che costituiva il principale centro di insediamento della classe operaia –qui sindacalizzata e combattiva, durante il conflitto come in precedenza-. L’arrivo di lavoratori rifugiati, immigrati e dalle colonie produssero la sovracitata radicalizzazione: dei trenta scioperi tenutisi nella regione durante il conflitto, in otto giocarono un ruolo rilevante lavoratori stranieri insoddisfatti delle loro condizioni di vita o di lavoro. Un’altra categoria che rivestì un ruolo militante furono le donne, che giunsero a scioperare marciando per le strade con una bandiera rossa; da menzionare anche i ferrovieri, soldati che prestavano servizio sul loro posto di lavoro, che assicurarono la continuità e addirittura la sopravvivenza dell’attività sindacale a livello nazionale18 .

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Note:

1. Barrington Moore, Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta, Edizioni di comunità, Milano, 1983
2. Moore, op. cit., pag. 357
3. A tal proposito si veda Leon Trotskij, Le lezioni dell’ottobre, Pioneers Publishers, 1937 e In difesa della Rivoluzione Russa, Copenhagen 1932; T. Grant, Russia:dalla rivoluzione alla controrivoluzione, A. C. Editoriale, Milano, 1998
4. Furono le parole d’ordine con cui i bolscevichi conquistarono l’appoggio delle masse. Socialisti ed anarchici di tutt’Europa le fecero proprie (vedi Grant, op. cit. oltre alla bibliografia generale)
5. Il caso russo non è qui trattato per la sua peculiarità che richiederebbe un lavoro a parte
6. I continui aumenti dei beni primari avevano eroso il potere d’acquisto dei salari; le donne, di solito incaricate della spesa, erano sovente le prime ad accorgersene. Si veda a proposito Giovanna Procacci, in La protesta delle donne delle campagne in tempo di guerra, estratto del volume “Annali Cervi” XIII/1991, in State Coercion and Worker Solidarity in Italy (1915-1918): the Moral and Political Content of Social Unrest, estratto da “Annali” della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1990/1991,.
7. Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Bulzoni editore, Roma, 1999
8. Unione Sindacale Italiana, a cui aderivano i sindacalisti rivoluzionari di matrice varia. In seguito divenne poi punto di riferimento sindacale per gli anarchici.
9. Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito socialdemocratico tedesco
10. Moore, op.cit., pag. 276
11. La scissione dell’USPD, Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands, Partito socialdemocratico indipendente, che si andò ad affiancare alla formazione di estrema sinistra Spartakusbund
12. Lega di Spartaco, la formazione a sinistra dei socialdemocratici. Le personalità di spicco erano Rosa Luxemburg e, appunto, Karl Liebknecht
13.Krieg und Revolution. cit., pp. 6-7
14. Per esempio Herbert Dachs, Univ-Prof. Universität Salzburg
15. Sul caso dell’Austria-Ungheria si invita a consultare la tesi da me scritta L’Austria fra socialdemocrazia e fascismo (1918-1938)
16. Hinton, The First Shop Steward’s movement, 1973
17. “Dilution, trade unionism and the State in Britain durino the first World War” in J. Zeitlin e S. Tolliday, Shop floor bargaining and the state, 1985
18. Haimson –Sapelli (a cura di), Strikes, social conflict and the First World War. An international perspective, Annali Feltrinelli 1990

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Haimson –Sapelli (a cura di), Strikes, social conflict and the First World War. An international perspective, Annali Feltrinelli 1990;
Isnenghi, Mario - Rochat, Giorgio, La Grande Guerra, Sansoni, Milano, 2004;
Moore, Barrington jr., Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta, Edizioni di comunità, Milano, 1983;
Procacci, Giovanna, Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Bulzoni editore, Roma, 1999;
Procacci, Giovanna, La protesta delle donne delle campagne in tempo di guerra, estratto del volume “Annali Cervi” XIII/1991
Procacci Giovanna, State Coercion and Worker Solidarity in Italy (1915-1918): the Moral and Political Content of Social Unrest, estratto da “Annali” della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1990/1991;
Procacci, Giovanna, Gli studi sulla Prima Guerra Mondiale in Italia. Uso pubblico e condizionamenti culturali, in Quaderni Forum, 2000
Winter, Jay – Robert, Jean.Louis, Capital cities at War, Cambridge University press, Cambridge, 1997

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