Forme e metodi del gioco didattico nella scuola primaria

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Francesca Caroli Contatta »

Composta da 122 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 14537 click dal 06/07/2010.

 

Consultata integralmente 35 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Un tempo il gioco era soltanto associato al divertimento, alla ricreazione ed il suo fuoco centrale era costituito dall'attività in se stessa e non dagli esiti e dai prodotti; era il tempo concesso prima di dedicarsi a cose più serie o una pausa dopo prolungati impegni di studio, relegato ai margini della giornata scolastica e confinato nella sfera del tempo libero. Spesso ha assunto la funzione di premio, di ricompensa e di rinforzo di condotte positive, mentre il suo valore intrinseco è stato negato e il suo significato autentico disconosciuto. L'aspetto educativo, in definitiva, era totalmente trascurato.
In realtà il gioco, in tutte le sue forme assume una valenza educativa determinante nel processo di evoluzione dall'infanzia all'età adulta. Il gioco è per sua natura e per suo statuto educante; è infatti attraverso di esso che il soggetto impara a conoscere il mondo, a sperimentare il valore delle regole, a stare con gli altri, a gestire le proprie emozioni, a scoprire nuovi percorsi di autonomia e a sperimentare per tentativi ed errori le convinzioni sulle cose e sugli altri. L'attività ludica è più che un semplice divertimento: in realtà, essa è qualcosa di spontaneo e automotivato e costituisce un mezzo attraverso il quale l'ambiente viene sperimentato e conosciuto.
Ancora, il gioco è campo privilegiato di osservazione in quanto, per la spontaneità che lo contraddistingue, costituisce un contesto valido nel quale è possibile osservare vari e diversi stili individuali nonché peculiarità attinenti ad ogni singolo soggetto. E' veramente sorprendente notare quanto e come i bambini riescono facilmente ad esprimere le loro idee e le loro emozioni attraverso il gioco, in particolare quelle emozioni e quei sentimenti che non osano confessare a se stessi e agli altri. Nelle situazioni di gioco, i soggetti si trovano nella condizione di dover negoziare il contenuto e le modalità dell'attività nelle varie fasi del suo svolgimento. Ogni gioco, per essere giocato, deve essere compreso. Quando pensiamo ad un'attività ludica immaginiamo, ad esempio, a qualcosa di strutturato, con regole ben precise e pensiamo anche che la ''comprensione'' di tali regole possa avvenire solo mediante la trasmissione di esse, per questo il ruolo dell’insegnante è essenziale.
Che il gioco sia un mezzo efficace nel campo dell'apprendimento è un fatto noto a tutti, ma il riconoscimento del suo valore formativo è una conquista degli ultimi tempi. Il compito del presente lavoro è di comprendere quale valore assuma l’azione ludica nella didattica, come stimolatrice non solo di apprendimenti, ma anche di formazione ed educazione della persona nella sua globalità. Quando un soggetto gioca non è sempre cosciente del fatto che sta utilizzando la maggior parte delle sue potenzialità e lo fa divertendosi.
Vari studiosi, nel corso degli anni, si sono interessati alle teorie del gioco, fra queste possiamo elencare quelle di maggiore spicco: la teoria antropologica, dello sviluppo di Piaget, dello sviluppo di Vygotskij e la teoria socio-costruttiva.
Non è semplice dare una definizione al gioco in quanto il concetto è per sua natura ambiguo e sfuggente, sicuramente il gioco è divertimento, euforia, ma allo stesso tempo impegno, concentrazione e serietà. Il gioco è molto utile per entrare in relazione e creare il gruppo, ci aiuta a rispettare gli altri e le regole che il gioco stesso impone, ci aiuta ad esprimere le proprie emozioni e a raggiungere il benessere e la comunicazione corporea.
Per ciò che riguarda l’agire didattico sicuramente l’insegnante deve conoscere bene la propria materia, ma anche gli alunni ed avere delle attitudini da educatore. La comunicazione didattica deve fondarsi sulla costruzione dei processi conoscitivi, sulla costruzione di competenze, abilità e valori, per questo i contenuti della didattica devono essere modificati e basarsi di più sulla qualità che non sulla quantità delle nozioni da trasmettere.
I tratti di qualità del docente sono la capacità di ascolto, di porsi interrogativi sul proprio operato, incrementare la propria professionalità attraverso aggiornamenti continui. Così come non esiste un solo modo di apprendere non esiste una sola metodologia; bisogna considerare i prerequisiti cognitivi, gli atteggiamenti, le esperienze fatte dal discente, cioè tutte le caratteristiche motivazionali ed affettive.

Mostra/Nascondi contenuto.
5 CAPITOLO I IL VALORE DEL GIOCO NELL’INFANZIA 1. 1. Le teorie del gioco. La considerazione del rapporto tra gioco e educazione ha attraversato fasi alterne nella storia del pensiero pedagogico, ora per guardare al gioco come occupazione né seria né utile ma necessaria come valvola di svago e ricreazione, ora per indagare le caratteristiche del gioco in quanto dimensione fondamentale dell’esperienza umana e infantile in particolare; ora per guardare al gioco con sospetto in quanto pericolosa forma di ozio, di allontanamento e fuga dalla realtà, ora per riconoscere la valenza positiva e formativa di abilità come l’immaginazione, la creatività, la finzione attivate dal gioco, ora per ritenere il gioco un’attività di rango inferiore in quanto occupazione e forma di pensiero “irrazionale”, attività ingannevole da limitare e controllare nelle sue forme più libere e istintive oppure da piegare a fini didattici solo nelle sue forme più regolamentate-strutturate, ora per sottolineare le possibilità evolutive connesse all’esperienza ludica e la sostanziale abilità tra gioco e lavoro. La letteratura sul gioco infantile riflette infatti questa intensa ambivalenza connaturata del gioco stesso; la rivalutazione del gioco in pedagogia risale al XIX secolo e va collegata all’emergere e alla progressiva evoluzione del sentimento dell’infanzia. A partire dall’epoca moderna si fa avanti, infatti, una considerazione dell’infanzia come età separata e protetta (la separazione tra mondo degli adulti e mondo dei bambini che caratterizza la nascita della famiglia borghese) che è collegabile anche al progressivo diffondersi della letteratura per l’infanzia nelle scuole e allo sviluppo del mercato del giocattolo. Il gioco nasce come categoria pedagogica associata all’infanzia e si assiste a un proliferare di teorie positive sul gioco che ne mettono in luce le valenze e le potenzialità evolutive, le qualità socializzanti, cognitive e affettive, il significato formativo e la sua “sfruttabilità” educativa e didattica.1 Si pensi a quella di Frobel che per primo pone il gioco al centro della formazione infantile e intuisce la potenza degli oggetti e dei materiali che, impregnati di indicazioni e suggerimenti, orientano le condotte ludiche, mediano i processi di conoscenza e sostengono, simbolicamente, l’intuizione della totalità del reale e 1 G. Staccioli, Il gioco e il giocare, Carocci, Roma, 1998