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Il dilemma del potere delle alleanze: conclusioni

Il dilemma del potere delle alleanze: conclusioni 

Se le alleanze devono essere concettualizzate, in primo luogo, come uno strumento per ottenere la conformità altrui, è lecito attendersi che il dilemma del potere delle alleanze giochi un ruolo centrale: il timore che l’alleato diventi troppo forte ben riflette la necessità di controllarne le mosse, evitando che esso si emancipi e si sottragga così al nostro controllo; parimenti, il timore speculare che esso diventi troppo debole è un effetto del bisogno che abbiamo dei suoi servizi: un alleato troppo fragile non sarà in grado di aiutarci, e anzi ci obbligherà a farcene carico. 
Tali tendenze si manifestano indifferentemente all’interno tanto delle alleanze simmetriche quanto di quelle asimmetriche. 
Aggiungendo poi la dimensione omogeneità-eterogeneità, è logico ipotizzare che il timore di un rafforzamento dell’alleato sia avvertito con un’intensità maggiore nelle alleanze eterogenee, i cui membri si trovano spesso su posizioni divaricate, mentre il timore di un indebolimento dell’alleato trovi riscontro soprattutto in quelle omogenee, ove la presenza di una solida causa comune fa passare in secondo piano le preoccupazioni relative al rafforzamento dell’alleato. 
Queste ipotesi possono ora essere rivisitate, osservando che persino nelle alleanze omogenee è solo in condizioni estreme (= il corso o l’imminenza di una guerra) che il timore di un eccessivo rafforzamento dell’alleato cede il passo al timore opposto di un suo eccessivo indebolimento. 
È all’interno di questa lotta per il potere tra gli alleati, poi, che Cesa specifica meglio il dilemma della sicurezza delle alleanze di Snyder in alcune sue manifestazioni. 
Dopo aver notato che tale dilemma si manifesta soprattutto quando la guerra è una possibilità reale, Cesa ipotizza che esso fosse più acuto soprattutto nelle alleanze simmetriche, per la consapevolezza che ogni parte ha bisogno dell’appoggio dell’altra, mentre nelle alleanze asimmetriche è soprattutto il membro più dipendente ad essere sensibile al dilemma, mentre il membro meno dipendente deve guardarsi soprattutto dall’intrappolamento. 
In realtà, nelle 2 alleanze asimmetriche qui studiate, la Gran Bretagna (= l’alleato meno dipendente in entrambi i casi) non mostra mai una qualche preoccupazione di rimanere intrappolata: essendo il leader delle 2 alleanze, l’iniziativa è spesso nelle sue mani, ed è ben consapevole della posizione di superiorità della quale gode rispetto agli alleati. Casomai, essa teme la perdita del controllo sugli alleati minori, i quali sono così importanti non solo per la causa comune, ma per tutta la sua politica estera. 
Quanto agli alleati minori, se la prospettiva di essere abbandonati è certamente più consistente, essa non deve essere tuttavia esagerata: infatti, dal momento che l’alleato maggiore trova vantaggioso esercitare potere su di loro, questi non è del tutto credibile quando agita la minaccia di abbandono nel caso in cui essi non si pieghino alla sua volontà. In realtà, l’alleato maggiore ha altre frecce nel suo arco: basti pensare all’implicito ricatto commerciale fatto valere spesso dalla Gran Bretagna nei suoi rapporti con le Province Unite, o all’abilità con la quale la diplomazia britannica gioca su più tavoli, negli anni dell’alleanza anglo-francese, tirando le fila di un complesso dispositivo diplomatico su scala continentale che lascia sempre meno spazio alla Francia. 
Quanto alle 2 alleanze simmetriche, il dilemma abbandono/intrappolamento si fa sentire in modo più deciso nel caso delle relazioni austro-francesi ⇒ i rapporti di forza, da soli, non sono sufficienti a rendere conto delle varie forme assunte dal dilemma della sicurezza delle alleanze. 
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Anche in questo caso, l’ulteriore distinzione tra alleanze omogenee ed eterogenee contribuisce a mettere meglio a fuoco le condizioni alle quali le tesi di Snyder sono, più o meno, fondate. 
Si è visto come il rischio di intrappolamento sia particolarmente evidente nelle alleanze eterogenee, dove l’esistenza di molteplici cause particolari predispone ogni alleato a tentare di piegare l’alleanza ai suoi scopi. 
Nelle alleanze omogenee, invece, specialmente quando esiste un chiaro nemico comune, si è ipotizzato che il rischio di intrappolamento fosse più modesto. Ora, esso è effettivamente inesistente nei rapporti anglo-prussiani, ma per quanto riguarda l’alleanza anglo-olandese, il discorso è un po’ più complesso, dato che le Province Unite tentano più volte di trovare un’intesa con la Francia, malgrado la protezione offerta dalla Gran Bretagna. 
Secondo Snyder, poi, il timore di abbandono e quello di intrappolamento sono strettamente correlati = le misure adottate per scongiurare il primo rendono più probabile il secondo, e viceversa. 
Tuttavia, afferma Cesa, questa relazione, pur convincente sul piano logico, risulta però meno automatica sul piano storico, visto che, nei casi esaminati, il timore di abbandono è, in certa misura, indipendente da quello di intrappolamento. La preoccupazione che l’alleato giunga ad una pace separata è comune tanto alla Prussia quanto alla Gran Bretagna, ma essa non contribuisce in alcun modo al loro intrappolamento, poiché nessuno dei 2 paesi si trova a combattere una guerra che non è la sua. 
Allo stesso modo, per l’Austria e per la Francia, il rischio di abbandono comporta la preoccupante prospettiva di vedere l’alleato schierato con il nemico (la Francia con la Prussia, l’Austria con la Gran Bretagna) e ciò contribuisce senza dubbio a tenere viva la loro alleanza, malgrado le recriminazioni reciproche. Ma i 2 paesi non giungono mai, per questo, a rischiare l’intrappolamento. 
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È forse solo nel caso dell’alleanza anglo-francese che si registra una corrispondenza simile a quanto suggerito da Snyder: infatti, la Francia si piega sino a farsi intrappolare (ad esempio nella guerra alla Spagna) e, più in generale, sino a farsi compromettere agli occhi di altri alleati, vecchi o potenziali, perché teme altrimenti di essere abbandonata dall’avversario inglese. 
Anche l’atteggiamento tenuto con l’avversario non ha necessariamente quelle implicazioni per i rapporti con gli alleati che Snyder suggerisce: 
− una politica di fermezza con l’avversario dovrebbe, da una parte, rassicurare l’alleato e diminuire il rischio di un suo abbandono; dall’altra, però, lo mette nelle condizioni di intrappolarci; 
− una politica di conciliazione con l’avversario dovrebbe, da una parte, permettere di frenare un alleato irruento, limitando così il pericolo che esso ci intrappoli; dall’altra, però, lo scontenta, predisponendolo ad abbandonarci. 

I casi storici, però, suggeriscono relazioni meno lineari: nelle alleanze eterogenee, dove i nemici non sono gli stessi, un alleato non ha motivo di adottare una politica di fermezza con il nemico principale dell’altro ⇒ né la Francia né l’Austria arrivano mai a questo punto nei loro rispettivi rapporti con la Prussia e con la Gran Bretagna. Al contrario, esse si premurano sempre di lasciare una porta aperta con i loro alleati tradizionali, proprio come mezzo di pressione sugli alleati attuali. 
E quando i rapporti di forza sono sbilanciati, come nel caso anglo-francese, la determinazione mostrata dall’alleato maggiore nei confronti del proprio nemico è ovviamente fonte di apprensione per l’alleato minore, il quale avverte il pericolo di essere trascinato a combattere una guerra che non lo riguarda ⇒ la Francia si trova spesso, suo malgrado, intrappolata dalla politica intransigente della Gran Bretagna nei confronti degli avversari = un esito opposto rispetto a quello previsto da Snyder. 
Una strategia di conciliazione con l’avversario principale dell’alleato è invece tipica delle alleanze eterogenee; essa certamente riduce il rischio di intrappolamento, e certamente scontenta l’alleato, MA ciò non significa che questi possa davvero lasciare l’alleanza: 
− nelle alleanze simmetriche, il bisogno reciproco scoraggia l’abbandono; 
− nelle alleanze asimmetriche, se la parte più dipendente è tentata da una politica di flessibilità nei confronti dell’avversario dell’alleato maggiore, essa non si espone tanto al rischio di abbandono, quanto a quello di essere posta in una posizione ancora più difficile dalle continue pressioni che giungono dall’alleato (ad esempio, la Francia si sforza frequentemente di mediare tra la Gran Bretagna e i suoi avversari, ma tale mediazione è sempre condotta alle condizioni imposte da Londra). 

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La varietà delle forme assunte dai dilemmi appena ricordati è una funzione dei rapporti di forza tra gli alleati, e di come i loro rispettivi contesti situazionali li predispongono l’uno nei confronti dell’altro. 
Affermare che le alleanze si trasformano e muoiono a seconda del mutare delle “circostanze” che le ispirano è più che ovvio. 

Tratto da TEORIA DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI di Elisa Bertacin
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