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"Ossessione", opera prima di Visconti



Non erano stati tanto i pregi letterari quanto la forza polemica e il valore d’urto che la storia poteva avere nel contrasto che essa presentava con un panorama cinematografico, e più in generale culturale, dove l’assenza di conflitti, l’intimismo crepuscolare, il puritanesimo piccolo borghese e la commedia di costume rappresentavano il comune e non discusso denominatore.
In effetti Ossessione fu una clamorosa opera di rottura per il suo esclusivo fondarsi su sanguigne passioni e per l’inedita sua proposta d’un paesaggio non armoniosamente riposante; per la laica chiusura della vicenda entro un ambito realisticamente umano refrattario a qualsiasi consolazione; per il fermo rifiuto alla passiva accettazione del quotidiano e ordinato scorrere delle cose; per il pessimistico concorrere di realtà e di sentimenti verso un tragico epilogo.
L’opera, inoltre, mette in evidenza, proprio nell’organizzazione del racconto, una notevolissima saldezza strutturale: diviso in due parti dalla netta cesura/censura del delitto (di cui grazie allo strumento dell’elissi si raccontano il prima e il dopo, ma non ci viene mostrato l’atto in sé), il racconto si arricchisce di una ulteriore complessità psicologica. Si registra prima la fatalità dell’incontro Gino/Giovanna e poi l’insostenibilità della loro convivenza nel rimorso, interrotti, in ambedue le fasi, dal vano proporsi per Gino di una via di fuga dal suo ineluttabile destino: un’alternativa rappresentata prima dal personaggio dello Spagnolo e poi da quello della ballerina Anita.

Tratto da LUCHINO VISCONTI di Marco Vincenzo Valerio
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