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L’ordine simbolico nella società: ostacolo ai processi di integrazione


Per un corretto bilanciamento normativo del rapporto fra eguaglianza e diversità occorre che non solo il tempo, ma anche lo spazio pubblico della società venga liberato da fattori condizionanti i processi di autoidentificazione delle comunità.
Come nel tempo la memoria, sono i simboli ad ostacolare nello spazio pubblico  processi di integrazione.
Tali sono gli effetti soprattutto del simbolismo utilizzato dai pubblici poteri per indirizzare verso una tendenza determinata gli spazi di cui dovrebbero assicurare la neutralità.
Naturalmente il simbolismo può essere utilizzato a tal fine anche da parte dei cittadini e delle formazioni sociali, ma, se non imposto dai pubblici poteri, esso è allora espressione del diritto all’identità personale e del pluralismo sociale, che lo Stato costituzionale di diritto ha il dovere di assicurare.
Lo Stato, infatti, ha il dovere di essere laico, ma non può pretendere che lo sia ogni cittadino e, quindi, ha il dovere di fare quanto in suo potere per neutralizzare lo spazio pubblico, ma, contestualmente, anche di favorire la libera espressione della propria identità simbolica ad ogni cittadino.
Il simbolismo di imposizione pubblica è uno strumento di potere.
Nonostante l’emergere del principio di laicità, nella sua accezione prima di separazione e di rottura dell’unione tra trono e altare, quell’utilizzazione aveva resistito per forza d’inerzia, ben oltre la durata dei fattori che ne avevano giustificato l’insorgenza, grazie alla dislocazione territoriale di religioni e culture, che ne evitava lo scontro e finanche il contatto.
La società multiculturale ha fatto venir meno questa separatezza e ha, quindi, evidenziato la raggiunta inidoneità dei simboli religiosi ad assolvere la funzione simbolica del mettere insieme: essi ormai dividono.
Ciò ne spiega l’assenza nell’ordine simbolico dell’Unione Europea: e ciò è conforme ad una laicità pluralista, che, per il fatto di rispettare tutte le diversità in questo campo, neppure aveva tollerato un richiamo alle radici “cristiane”.

Tratto da EGUAGLIANZA E DIVERSITÀ CULTURALI E RELIGIOSE di Stefano Civitelli
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