Dino Buzzati e il racconto di Natale

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Maria Chiara Banchio Contatta »

Composta da 75 pagine.

 

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Dino Buzzati e il racconto di Natale di Maria Chiara Banchio

«Ora, come diceva Voltaire, se non sbaglio, tutti i generi sono ammissibili in letteratura, tranne il genere noioso. Io scommetto che molti miei illustri colleghi, se avessero fatto proprio un apprentissage giornalistico, scriverebbero dei libri molto più leggibili di quelli che scrivono. […] E questo succede perché sono scritti da gente che non sa il vero mestiere dello scrivere, il quale coincide proprio col mestiere del giornalismo, e consiste nel raccontare le cose nel modo più semplice possibile, più evidente possibile, più drammatico o addirittura poetico che sia possibile». Così afferma Buzzati in una delle numerose dichiarazioni rilasciate ad Yves Panafieu. Già da queste parole si intuisce la dedizione e l’ammirazione che egli ha per il lavoro di giornalista.
Dino Buzzati scrive principalmente per il «Corriere della Sera», dove comincia a lavorare nel 1928; inizialmente viene destinato all’archivio, poi da qui passa alla cronaca, in qualità di reporter. Nel 1933 compare il suo primo racconto in elzeviro, spazio dove lo scrittore bellunese riuscirà a dare il meglio di sé attraverso i suoi racconti. «L’elzeviro è stato un genere per il giornalismo e la letteratura. Alle sue spalle c’è la storia della terza pagina intesa come un capitolo autonomo del nostro giornalismo». La forma giornalistica dell’elzeviro calzava a pennello per la personalità dell’autore, per il suo modo di praticare insieme giornalismo e letteratura. Buzzati infatti non ha mai considerato il lavoro di giornalista come una mestiere marginale, a cui contrapporre la più “nobile” attività letteraria; egli considerava giornalismo e letteratura come attività complementari. Buzzati inoltre è stato uno dei pochi in grado di fare racconti prendendo spunto dai fatti di cronaca: «Mentre si distingue per la sua aderenza alla realtà quotidiana e cronachistica, ugualmente si distingue per la virtù di staccarsene muovendo per un'altra orbita, dove tuttavia i dati di partenza sono tutti rispettati».
È interessante notare la devozione con la quale Buzzati si dedica al proprio lavoro di giornalista, anche nel momento in cui raggiunge una posizione di spicco nella letteratura italiana. Così lo ricorda un collega: «Non ho conosciuto nessuno che avesse come Buzzati la “religione del giornale”. […] C’era in Buzzati un senso di “debito” verso il “Corriere” che pure aveva servito con tanta fedeltà, generosità e disinteresse: sembrava sempre che egli, arrivato ormai alle cime del successo, scrittore entrato nel libro migliore della letteratura italiana di questo secolo, dovesse ogni giorno riconquistare i galloni, quasi sottoporsi ad un nuovo esame di maturità».
Buzzati, come si è detto, non fa distinzione tra scrittura giornalistica e scrittura letteraria: «Il giornalismo e la letteratura sono la stessa identica cosa, il vero mestiere dello scrivere il quale coincide proprio con la tecnica del giornalismo, consiste nel raccontare le cose». Nel suo passare «discretamente da una forma che si voleva paraletteraria (l’articolo di giornale) a quella definita letteraria (il racconto)», Dino Buzzati fa parte a pieno titolo di quella tendenza, descritta nel paragrafo precedente, che associa il racconto di Natale e la stampa quotidiana: ognuno dei suoi trentatré scritti natalizi, infatti, compare su un periodico prima di essere inserito in raccolte edite dall’autore o postume. La maggior parte dei suoi racconti di Natale esce proprio sul «Corriere della Sera», in terza pagina, come elzeviro o articolo di costume o di servizio. Ma non è questo l’unico giornale che pubblica i suoi scritti natalizi: ne hanno ospitati anche il «Corriere lombardo», il «Corriere d’informazione», «L’Europeo», «Novità», «La parrucca», «L’Illustrazione italiana» e «Arianna».