Anteprima della tesi
Tipologia degli atti del Presidente della Repubblica nell'ordinamento costituzionale italiano
di Michele Bernabei
INTRODUZIONE
Alla caduta dellAntico Regime, attraverso la Rivoluzione francese, furono sovvertite le pretese assolutistiche dei sovrani per diritto divino, i quali non ritenevano affatto di dover rendere conto del proprio operato agli uomini, secondo la formula princeps superiorem non recognoscens.
In questo modo, una delle maggiori questioni organizzative del costituzionalismo dellEuropa continentale riguardava la nuova funzione e il ruolo da assegnare alla figura del Capo dello Stato, la quale veniva ritenuta comunque necessaria, forse anche per un innato organicismo antropomorfo, ossia lidea, tuttora parte della nostra cultura, che ogni istituzione posta dagli uomini per condurre gli affari comuni non possa non avere un capo, una testa, a somiglianza del corpo umano e quindi la necessità di attribuire ad una figura di vertice una forma consona di preminenza; a tal proposito, risalendo nel tempo, nellXI secolo, questo concetto era efficacemente espresso da Ugone di Fleury1, celebre glossatore del diritto longobardo e giudice presso il sacro palazzo a Pavia, con queste parole: sicut caput in corpore, ita rex in regno suo principatum debet optinere.
In seguito, la progressiva affermazione del principio rappresentativo, ad esempio, nel Regno Unito manifestatosi nella Gloriosa Rivoluzione, e linesorabile avanzata del principio democratico, poneva come ineliminabile la discussione sul ruolo del Capo dello Stato in un ordinamento giuridico ispirato al sistema parlamentare, il tutto sollecitato dal fatto che, a cavallo fra Ottocento e Novecento, in Europa, con le sole eccezioni svizzera e francese, vi erano tutte monarchie ereditarie. La sottrazione a queste di importanti prerogative provocò, ovunque, resistenze comprensibili: infatti, la questione non era unicamente riconducibile alla ritrosia dei sovrani che non intendevano rinunciare al potere politico, ma anche alla presenza di malumori che si registravano nella società civile, soprattutto da parte dei ceti nobili, preoccupati che laffermazione della rappresentanza, specie nella sua forma democratica, potesse minare i loro diritti, in particolare il diritto di proprietà. Dunque, una situazione generale di questa natura, segnata da crescenti tensioni sociali, rafforzava i propositi dei sovrani, riluttanti a cedere potere e prerogative proprie, cercando di imporre un difficile equilibrio fra legittimità e sovranità nazionale. A causa di ciò, si sarebbe dovuto attendere
1 NEUMANN, Lo Stato democratico e lo Stato autoritario, Il Mulino, Bologna, 1973.
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