Iconografia e iconologia dei santi di Bolsena

Tesi di Laurea

Facoltà: Beni culturali

Autore: Marco Castracane Contatta »

Composta da 53 pagine.

 

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Anteprima della Tesi di Marco Castracane

Anteprima della tesi: Iconografia e iconologia dei santi di Bolsena, Pagina 3
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La predominanza figurativa di S. Cristina su S. Giorgio attesta forse la maggiore venerazione dei vulsiniesi verso una santa originaria della cittadina, a differenza del santo guerriero ritenuto, a torto o a ragione, proveniente da altri paesi. Infine, per cercare di rispondere ad un’altra domanda e comprendere che cosa possa legare tra di loro S. Cristina e S. Giorgio ed entrambi al miracolo eucaristico, bisogna ripercorrere la storia di Bolsena. Secondo gli storici classici i[1] la città, importantissimo centro etrusco, si chiamava Volsinii (o Vulsinii) ii[2] e fu costruita sulle rive del lago dopo la distruzione dell’abitato originale chiamato dagli archeologi Vulsinii Veteres (il plurale nei nomi di città è ricorrente nella toponomastica antica). iii[3] Il console romano Marco Fulvio Flacco nel III secolo a.C. distrusse la Volsinii antica, capitale religiosa degli etruschi, sebbene le guerre etrusco – romane iv[4] fossero finite da qualche tempo. Il fatto avvenne non per cause militari o per egemonia commerciale, ma per motivi politici. A Vulsinii antica nel III secolo a.C., erano avvenute cose che, così come narrano gli scrittori antichi, ci lasciano sorpresi. v[5] Lo storico bizantino Giuseppe Zonara, che riprende le cronache di Dione Cassio, narra che nella città, “uno dei centri etruschi più antichi ed importanti”, il ceto popolare aveva preso il sopravvento su quello aristocratico, accusato di debolezza verso i dominatori romani e si era impossessato delle ricche terre dell’Etruria centrale. Questa rivoluzione poteva essere un pericoloso precedente per gli altri territori controllati dai romani, senza dimenticare che molti patrizi etruschi erano imparentati con i romani e mal sopportarono la rivolta. Il Senato aveva inviato allora il console M.F. Flacco con un potente esercito che pose sotto assedio Vulsinii Veteres fino a costringere gli abitanti alla resa. I romani saccheggiarono il centro etrusco; portarono a Roma ben 2000 statue d’oro e di bronzo, vi[6] di cui una parte fu esposta in un “donario”, fatto erigere da Flacco nel Velabro, a poca distanza dal Campidoglio Lo storico greco Metrodoro di Scepsi, citato da Plinio il Vecchio, cui era noto il fatto, accusò i romani di aver effettuato il saccheggio solo per la cupidigia delle ricche offerte conservate nel tempio. vii[7] Tale notizia ebbe conferma nel ‘900 quando, durante una campagna di scavi, nell’area nei pressi della chiesa di S. Omobono, tra il Palatino e il Campidoglio, è stata ritrovata, studiata e pubblicata un’iscrizione dedicatoria dall’archeologo Mario Torelli. Distrutta la città, il console romano fece trasferire gli abitanti nel sito attuale, vicino al lago, in una zona più accessibile in caso di rivolta che fu chiamata Vulsinii Novi. Il console inoltre, aveva spostato a Roma, per mezzo dell’istituto della “evocatio” il culto del dio Volturno, venerato a Vulsinii. Cioè veniva trasferito il culto del dio con tutti i suoi ex voto, dalla sede precedente ad una nuova che ne assorbiva i poteri e ne garantiva il culto. viii[8] . Del tempio dedicato a Volturno a Roma, però non si è trovata traccia. Si sa che nel periodo cristiano l’edificio del donario venne sostituito dalla chiesa di S. Omobono, e probabilmente al posto del tempio del dio etrusco sull’Aventino venne eretta un’altra chiesa. ix[9] La rivoluzione sociale di Vulsinii era stata probabilmente appoggiata da una parte della stessa classe patrizia per contrastare lo strapotere degli amministratori romani e alcuni archeologi, per esempio W. Von Vacano, sono convinti che la presenza dei plebei nella dirigenza di Volsinii, che era la capitale religiosa dell’Etruria, li avrebbe successivamente autorizzati a rivestire le cariche sacerdotali e, infine, a gestire anche le attività militari. E’ risaputo che le leggi etrusche consentivano il passaggio ereditario attraverso le donne e se, come dice Plinio, c’erano stati matrimoni tra esponenti della nobiltà e del popolo, quest’ultimo avrebbe potuto vantare diritti anche sui latifondi, creando un pericoloso precedente. La fondazione di una nuova città nel sito sulla riva del Lago fu voluto dai romani per consentire una radicale rifondazione e una rinnovata gerarchizzazione sociale, naturalmente sotto il controllo dei vincitori. Secondo molte testimonianze, a seguito di ciò i patrizi etruschi cedettero ai romani i terreni siti presso la vecchia Vulsinii e si trasferirono nell’Urbe per sfuggire ai pericoli insiti nel sito della nuova città, impervio, insalubre per le di paludi alimentate dalle acque del lago e infine soggetto a spaventosi fenomeni vulcanici – come abbiamo testimonianza dagli scrittori romani. x[10] Se per gli archeologi è evidente che Vulsinii Novi corrisponde all’attuale Bolsena, qualche problema resta per l’identificazione del sito abbandonato con la forza: la Vulsinii Veteres. 3