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Cesare Beccaria

Critica del privilegio
L'idea di far progredire i principi illuministici a fianco dell'autorità, perché illuminare i popoli è un interesse dello stesso governo, ispira anche il pensiero di un gruppo di illuministi lombardi come Cesare Beccaria e Pietro ed Alessandro Verri, anch'essi impegnati nel rinnovamento della cultura politica, giuridica e letteraria. Il compito di rischiarare gli oggetti relativi alla pubblica felicità era sentito compatibile con l'ossequio al governo, visto non come strumento di assoggettamento ma come strumento di lotta ai privilegi e di promozione di riforme utili alla generalità dei consociati. Gli interessi dei cittadini non sono in contrasto con quelli dei monarchi se gli uni e gli altri assumono coscienza del comune vantaggio a rendere la vita politica ed economica più moderna e più ragionevole. Il più illustre esponente dell'Illuminismo italiano è Cesare Beccaria, la cui opera principale Dei delitti e delle pene si impose al generale riconoscimento e fu accolta con molto favore in Francia da D'Alembert e Diderot e soprattutto da Voltaire che attribuisce a Beccaria il merito di aver contribuito in modo decisivo a denunciare la barbarie ancora diffusa in tante nazioni. L'obbligazione intellettuale e morale che Beccaria fa propria è di dare tutto ciò che si può per il bene del genere umano, unendo l'amore per la libertà alla compassione per gli infelici, schiavi di tanti errori e di tante pene inutili. E' necessario perciò sottoporre a revisione critica quegli aspetti della vita pubblica e del governo in cui la sofferenza che l'uomo infligge all'altro uomo è più intensa e senza difese; di qui la sua decisione a dire parole severe e profonde in quel campo del diritto penale, il più trascurato dalle riforme, perché neppure i ceti più illuminati si preoccupavano di stabilire i limiti leciti di questo infierire sui colpevoli e consideravano l'umanità criminale e derelitta come oggetto di emarginazione e non di riabilitazione. Gli ispiratori di Beccaria sono Montesquieu, Rousseau e soprattutto Helvétius per il suo sensismo e per la tendenza del suo pensiero a valuta i problemi sociali in termini di utilità. Il suo intento è di sollevare la conoscenza con l'esercizio della ragione e con lo slancio umanistico. Educarsi alla varietà delle idee per scoprire le mutevoli articolazioni della vita sociale ed uscire dal quel circolo di abitudini passive che ostacola la concretezza dei giudizi e il rinnovamento delle azioni; alla liberalizzazione dello spirito critico nella conoscenza deve corrispondere nella politica la lotta contro l'accentramento e il privilegio. Abituarsi quindi alla libera competizione nelle scienze, nelle arti, nelle attività produttive per portare alla ribalta della vita storica tutte le energie utilizzabile.
Si deve rispettare la ragione come "la sovrana nostra" senza peraltro "esserle cortigiano troppo assiduo" perché così facendo essa "t'impiomberà l'immaginazione e ti sforzerà a scavare, mentre tu hai bisogno di scorrere". Non si governa la società con formule assiomatiche e "all'esattezza matematica bisogna sostituire nell'aritmetica politica il calcolo delle probabilità".

Impegno sociale e riflessione interiore

Se è forte in Beccaria il senso della vita intellettuale come impegno, attività, partecipazione, è viva in lui anche l'attitudine alla riflessione interiore e all'esercizio di una spiritualità esistenziale capace di un certo distacco umanistico e non priva di qualche accentuazione relativistica. Egli rivela l'inclinazione ad equilibrare la dimensione pubblica dell'esperienza con l'affinamento di una sensibilità più intima e distaccata dalle cose esteriori: i beni della vita sociale saranno sempre limitati, la competizione per la loro appropriazione sarà sempre aspra e perciò l'uomo deve educarsi a compensare certe difficoltà e rinunce alle quali è costretto nella vita pratica con i beni dell'immaginazione e della vita intellettuale. L'individuo non può vivere solo di ragione strumentale e di azione pratica e deve perciò anche saper creare all'interno di se stesso delle "repubbliche immaginarie" che ci diano la forza di sopportare le condizioni limitative della nostra esperienza. Ci sono tante cose che l'uomo comprende attraverso percezioni e sensibilità non tutte riconducibili né alle misure del puro razionalismo né alle sollecitazioni immediate del mondo esterno. Sono molto significative certe convergenze ideali fra Beccaria e Montaigne, autore che con il suo relativismo umanistico insieme educa a dividere la forza delle passioni affinchè esse non si concentrino tutte su un solo oggetto esterno e possano articolarsi attraverso tanti piccoli desideri. Lavorare quindi insieme agli uomini con il sentimento dei doveri verso i grandi scopi e significati della vita ma anche con la consapevolezza della relatività dei nostri affari e dei nostri sistemi.

Sovranità e diritti individuali
La fama di Beccaria è legata al suo impegno di critica politica e giuridica dispiegato con straordinaria efficacia nel suo capolavoro Dei delitti e delle pene. Egli muove dal convincimento che la giustizia umana è sempre una relazione e che le leggi variano a seconda delle diverse necessità o utilità sociali. Il problema della riforma delle leggi, in particolare di quelle penali, si impone a suo giudizio come impegno fondamentale di una politica consapevole che i sistemi normativi del passato o sono stati per lo più lo strumento delle passioni di pochi o hanno assunto un carattere fortuito. Il tremendo diritto di punire affidato allo stato deve trovare una legittimazione più plausibile di quella tradizionale, ispirata a principi barbari e inumani: lo stato deve punire ma rispettando le fondamentali obbligazioni che la sua sovranità,non illimitata e incondizionata, ha nei confronti degli esseri umani. Bisogna che gli individui sacrifichino una parte della loro libertà affinchè il resto possa essere goduto con sicurezza e tranquillità. La sovranità dello stato è la somma di tutte queste porzioni del proprio bene che l'individuo sacrifica con l'intendimento appunto di formare un'autorità centrale al di sopra delle parti. L'aggregarsi di queste concessioni dei cittadini allo stato costituisce un diritto di governare e punire, un diritto fondato perciò sulla garanzia che la maggior parte della libertà rimanga al cittadino. Il principio che la sovranità risulti dalla cessione di porzioni minime di libertà individuali non è conforme alla linea di Rousseau, alla quale per certi aspetti Beccaria si ispira. Mentre il ginevrino chiede un'alienazione totale della libertà alla comunità, perché è questa che deve socialmente qualificarne la natura e l'esercizio, il riformatore italiano muove da forme più esplicite di contrattualismo. L'uomo ha tutto e dà allo stato solo una minima parte di ciò che ha; evocando l'idea di una cessione limitata e parziale di potere dei cittadini alla pubblica autorità, Beccaria si riferisce soprattutto al diritto di punire. Il diritto di punire, come lo propone Beccaria, implica un intendimento più liberale dello stato: solo le leggi possono stabilire quali sono i delitti ed esse devono essere generali ed obbligare tutti i membri della società. Chi decide sui reati è il magistrato e non l'autorità sovrana e il magistrato deve obbedire ad un sillogismo perfetto: c'è la legge, c'è un fatto e si deve valutare se questo fatto è conforme o difforme rispetto alla legge e se è quindi punibile o non punibile. Non spetta al giudice inventare la legge né interpretarla a suo capriccio; l'ordine normativo deve essere fisso, tassativo, inequivocabile, preciso. Dev'essere principio fondamentale del diritto penale che ciascuno sia reputato innocente prima della condanna e possa perciò valersi di tutte le garanzie riconosciute ai presunti innocenti. Egli si oppone,come Pietro Verri, all'antica e selvaggia pratica della tortura che ancora ai suoi tempi era compresa in quasi tutti gli ordinamenti giudiziari e chiede l'abolizione della pena di morte, riforma attuata per la prima volta in Toscana dal granduca Leopoldo con il codice del 1786. L'argomentazione di Beccaria è che avendo gli uomini dato solo una minima porzione della loro libertà al potere, non si può accettare che quest'ultimo sottragga loro la massima libertà che è la vita. La pena dev'essere pronta e sicura ma non troppo aspra e inesorabile; rimane come principio fondamentale che è "meglio prevenire i delitti che punirli". In una legislazione giusta si dovrebbe bandire il diritto di grazia e di clemenza dell'autorità sovrana, comprensibile quando le leggi sono assurde e brutali.

Le trasformazioni sociali
E' del tutto arbitrario per Beccaria considerare corrotto e decadente il suo secolo solo perché esso ha scoperto la felicità e chiede che la legislazione contribuisca a perseguirla. I tempi passati, che a torto si considerano semplici e basati sulla buona fede, conoscevano in realtà implacabili superstizioni, vessazioni tremende del potere, violenze inaudite e strumentalizzazioni inaccettabili che il "secolo illuminato" cerca di denunciare e controllare. La disuguaglianza dev'essere progressivamente attenuata dalle leggi e in ogni caso non deve essere una disuguaglianza di ceti e di classi ma piuttosto di individui. Bisogna che le leggi disciplinino le condizioni essenziali della coesistenza ma lascino nella vita interpersonale e collettiva vasti spazi di non impedimento e che esse valorizzino non la logica della repressione ma quella della libertà.
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