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La celebrazione del culto del popolo romano

La celebrazione del culto del popolo romano


La celebrazione del culto assumeva essenzialmente due forme:
- l’offerta dei sacrifici: durante i sacrifici i celebranti esprimevano col gesto con la parola un solenne omaggio alla divinità invocata nell’occasione di un pasto consumato in sua compagnia e secondo severe regole gerarchiche; questo atto d fede riconosceva la supremazia e la superiorità del dio sia attribuendogli le parti vitali della vittima ma anche attraverso una differenziazione del modo di consumazione. Un dialogo si instaurava nel corso di un banchetto, durante il quale la comunità per bocca del sacrificante poteva ringraziare la divinità per i favori ricevuti o sollecitarla ad alti favori. Un sacrificio comprendeva numerosi ritisecondari e durava molto tempo includendo talvolta giochi, corse, ugualmente presiedute dai sacrificanti.
- la presa degli auspici: il magistrato ed eventualmente gli auguri consultavano i responsi di una divinità, soprattutto Giove, riguardo vari atti del governo; il consultante osservava i segni celesti, in particolare il volo degli uccelli o anche il comportamento dei polli scari nel quadro di una rigida procedura che gli lasciava poca libertà. Gli atti cultuali dei romani sono sempre espressione di una volontà oggettiva, quella del popolo romano, dietro la quale la figura del sacerdote deve scomparire. Il rigido formalismo del culto esprimeva questa volontà comunitaria e garantiva la pietà pubblica contro goni intrusione dell’individuo, per es. contro i sentimenti personali del celebrante. Il carattere puramente formale della presa degli auspici, o il ricorso a un assistente per portare a termine l’atto della consultazione non devono sorprendere. La partecipazione di aiutanti cultuali agli atti sacri erano un elemento costante del culto e dell’atto sacerdotale. Colui che assumeva una responsabilità sacerdotale aveva per funzione principale l’esercizio della propria autorità ovvero l’espressione di quella del popolo romano: fissava le date e le modalità della liturgia, presiedeva ai riti e pronunciava tutte le parole d’autorità. I gesti materiali che il culto implicava a eccezione di quelli che manifestavano la volontà e l’autorità del celebrante erano spesso affidati a degli assistenti d’età o di rango sociale inferiore. In questo modo le diverse categorie della società romana partecipavano al culto, ciascuna secondo il suo rango e le sue funzioni e si definivano così sotto l’occhio stesso della divinità.
Non è il gesto scaro in sé che definisce il ruolo sacerdotale, ma il gesto sacro d’autorità: come indica il termine stesso il sacerdos (colui che fa l’atto sacro nel diritto pubblico) agisce per il popolo, ha per suo ius permanente o su richiesta di un magistrato, il potere e l’autorità sul pinao sacrale come il magistrato lo ha sul piano puramente umano. Questa sapere sacerdotale, questo diritto sacro, pur frammentato fra vari collegi, occupa un posto centrale nella cultura romana, non solo perché è direttamente collegato alla nascita del diritto romano, o perché rappresenta una funzione tipicamente sacerdotale, ma perché racchiude una rappresentazione globale della realtà. I sacerdoti romani, soprattutto i pontefici, erano uomini di diritto e uomini di lettere. I loro scritti non contenevano rilevazioni metafisiche, ma la registrazione di ogni evento che potesse interessare gli atti pubblici degli uomini e degli dei, e la compilazione di tutti i decreti e i responsi data dai sacerdoti: insomma tutta una giurisprudenza sacra. Officianti e giuristi, i sacerdoti e i magistrati potevano adempiere a un’altra funzione rituale: alcuni a causa del loro ruolo permanente, altri a seconda delle circostanze, potevano rappresentare le funzioni di una divinità, la loro divinità. Tra i sacerdoti essenzialmente votati a questo compito, i flamini occupavano il primo posto; il più venerabile dei quali era quello di Giove, la sua funzione inizia dal giorno della sua investitura da parte del pontefice massimo. Il flamine di Giove è molto attivo nella vita della città; non solo partecipa al posto d’onore ai sacrifici dedicati alsuo dio ma è l’unico fra i sacerdoti che abbia diritto di sedere in senato; non poteva passare una notte al di fuori della città né dormire per 3 notti consecutive fuori dal suo letto coniugale; ma in realtà è la coppia, flamine e sua moglie la flaminica ad essere oggetto scaro: la sacralità non deriva dall’essere sacerdote ma dai suoi insoliti comportamenti, essa è agita; il flamine mette la città in comunicazione col mondo degli dei. Si ha l’impressione che tutti questi ruoli sacerdotali complementari formino ciascuno una momentanea rappresentazione del sacerdozio in quanto tale frammentato nell’insieme dei cittadini, conformamene all’abitudine molto romana di rappresentare l’universo in parti ben distinte l’una dall’altra per controllarlo
meglio.
Tratto da L'UOMO NELLA SOCIETÀ ROMANA di Alessia Muliere
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