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Modelli di cura e differenze culturali


Margaret Mead diceva che “in qualsiasi società, in qualsiasi popolo il modo come uomini e donne trattavano i loro bambini è una delle cose più significative nella formazione del carattere dell’adulto.” Ciò significa che non esiste un solo modo che possa essere considerato giusto  di crescere i bambini ma tanti modi quante sono le culture e quanti sono i bambini perché come ogni genitore sa ciò che è adatto per un figlio potrebbe non esserlo per un altro. Le pratiche di accudimento dei bambini variano a seconda delle condizioni ambientali, climatiche, economiche sociali e culturali: pratiche allevanti basate sulle cure a basso contatto sembrerebbero non adatte alle caratteristiche della specie umana ma piuttosto a quelli frenetici delle società post industriali. Capire i modelli di cura delle altre culture non significa importarle per utilizzarle in modo acritico come fosse una moda esotica ma stimolare una riflessione più ampia sui saperi allevanti che oggi stentano ad essere diffusi se non a livello di informazione superficiale e nozionistica sicuramente a livello di scambio relazionale. Si tratta di confrontare pratiche di infant care con le scoperte scientifiche contemporanee per una giusta alleanza tra tradizione e modernità; occorre interrogarsi sulle pratiche parentali proprie e altrui andando alla ricerca dei significati che le sottendono adottando un decentramento culturale che ci permetta di fare una rilettura critica delle nostre pratiche di puericultura e dei saperi allevanti come se essi fossero “una formula tra le altre” (Stork, 1986 in Balsamo, Favaro ecc pg 157).
Analizzata nel contesto dei fenomeni migratori la maternità appare come un fenomeno complesso; dal punto di vista clinico la nascita di un figlio un momento in cui padre e madre si confrontano con un Io narcisistico che li spinge a trovare nel piccolo parti di sé e a volere che la sorte del bambino sia diversa da quella dei suoi genitori (Riviera, 1999 in Balsamo, Favaro ecc pg 161). Attualmente sappiamo che i primi anni di vita si inseriscono in fasi precostituite che ogni bambino passa chiaramente in accordo con le coordinate culturali e in base alle esigenze personali. Indubbiamente l’esperienza della maternità deve ricollegarsi al significato che ogni cultura attribuisce a questo momento ma comunque è un esperienza universale perché almeno potenzialmente tutte le donne possono attraversare questa esperienza; chiaramente avere un figlio assume diverse valenze a seconda del contesto in cui questo accade. Il pendolarismo, fenomeno critico e complesso che si inserisce in quello più ampio della migrazione, deve anch’esso essere letto in quest’ottica per cui esso non è sempre vissuto in modo negativo per esempio le mamme cinesi si separano in modo più rilassato rispetto a quelle magrebine per cui l’assenza di reti familiari di supporto è così essenziale da far preferire una separazione che assume tratti drammatici. Ad ogni modo anche all’interno di una stessa cornice culturale si distinguono situazioni diverse: che si tratti di paesi diversi facenti parte della medesima area geografica o all’interno dello stesso paese possono esserci notevoli diversità a seconda se si tratti di città o compagna. In questo caso si è voluto analizzare la maternità delle donne marocchine ed egiziane entrambe provenienti dalla zona del  Maghreb, entrambe accomunate da una stessa religione L’islam e la stesso lingua l’arabo. Per le donne marocchine la separazione dal figlio è un evento più che traumatico laddove sull’onda dell’urgenza madre, bambino e famiglia allargata rimangono senza la possibilità di un elaborazione dell’esperienza cosa che tende a rendere colpevolizzante e destabilizzante il vissuto materno. Ad esempio una donna intervista racconta di aver dovuto portare a casa dei suoi il piccolo che al momento del rientro in famiglia non solo non riconosceva la madre ma girava per casa alla ricerca di volti conosciuti. La madre dal canto suo non conosce la figlia se non per dei video che possono rappresentare “ la vita del mammifero umano”  ma non certo la relazione. Le cause che soggiacciono alla scelta del pendolarismo sono diverse: di ordine economico, a causa della mancanza di una rete di supporto, l’assenza di relazioni significative nel contesto ospitante, la padronanza di una lingua incomprensibile, l’incontro con i servizi pubblici non in grado di rispondere ad esigenze così complesse. Spesso si decide, almeno per le madri marocchine intervistate, di portare il figlio nel paese di origine e svolgere li tutte le feste più importanti come quella del settimo giorno o la circoncisione non solo perché assumono un significato diverso all’interno di un quadro culturale e sociale condiviso ma perché rappresentano rituali che contengono le ansie  e condividono con la comunità di appartenenza il nuovo ruolo genitoriale. Le mamme marocchine dunque privilegiano la famiglia allargata perché da sicurezza e contenimento ma soprattutto perché a differenza dell’asilo è un logo fisico e simbolico in cui vengono mantenute le tradizioni, con figure in grado di raccontare ai propri figli storie della cultura magrebina e dove la lingua araba trova il suo spazio. Il nido dunque dovrebbe configurarsi come un servizio in grado non solo di ascoltare chi viene da lontano ma anche un luogo in cui si parlano lingue diverse e che sia in grado di costituirsi come luogo di diffusione dei saperi allevanti fungendo da vera e propria rete di supporto alla genitorialità sia per le mamme italiane che quelle straniere in modo da prevenire anche il fenomeno del pendolarismo salvaguardando l’integrità psicologica della madre e il futuro del bambino. le mamme egiziane invece sono più chiuse e tendenti all’isolamento sociale: rimangono spesso chiuse in casa senza amiche per cui la maternità rappresenta un obbligo da svolgere entro i primissimi anni di matrimonio altrimenti è una vergogna. Esiste dunque un mondo interiore tutto al femminile e uno esterno dove il marito fa da mediatore culturale con tutti i problemi e gli imbarazzi già evidenziati.
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