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L'economia dagli anni '20 alla Seconda Guerra Mondiale

I "Roaring twenties", ruggenti anni '20


Nel 23 la crisi derivante dal primo conflitto mondiale si attenua e si avvia un ciclo breve di espansione, noto con il nome di “Roaring twenties”, i ruggenti anni '20.
Il mondo industrializzato è diviso in tre grandi macroaree economiche: gli Stati Uniti, l'Europa occidentale e l'URSS.

URSS ed Europa orientale


La guerra civile in Russia, iniziata nel 1917, giunge a conclusione nei primi anni '20 e vede la vittoria dei bolscevichi. Il paese, dove vige un regime comunista, viene isolato dalla comunità internazionale, che lo considera una minaccia.
Nella seconda metà degli anni '20 il potere in Russia, dopo la morte di Lenin, si concentra progressivamente nelle mani di Stalin.
Lo stato sovietico punta a un'ottimizzazione del sistema economico, prima con la NEP ( Novaya Ekonomicheskaya Politika, nuova politica economica), successivamente, a partire dal '29, attraverso i “piani quinquennali”. Lo stato controlla l'economia, a partire dall'agricoltura, eliminando la proprietà privata della terra ed espropriando i kulaki. Non esisteva imprenditoria privata ma solamente grandi aziende statali o cooperative.
Nel quadro politico di sistema totalitario, si cerca di accelerare il processo di produzione, sacrificando molto in questo sforzo il tenore di vita dei contadini russi.
L'apparato industriale russo diventa imponente e permetterà all'URSS di reggere il confronto bellico con la Germania nazista. La pianificazione degli investimenti, essendo gestita dallo stato, vede una predilezione dei settori considerati politicamente strategici e non di quelli che meglio avrebbero concorso al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini: i settori privilegiati sono quelli dell'industria industria pesante e degli armamenti, e dopo la Seconda Guerra Mondiale anche il settore spaziale e quello nucleare. In questi settori vengono a crearsi aree di assoluta eccellenza, in grado di rivaleggiare con quelle statunitensi.
Decisamente debole si rivelerà invece, alla luce della storia, tutto l'apparato industriale rivolto alla produzione di beni di consumo, un sistema affetto da elefantismo, pesante, burocratico e inefficiente, non stimolato dalla concorrenza internazionale in quanto il mercato russo era chiusa all'importazione dei prodotti esteri.
Il modello di sviluppo russo, dopo la fine della guerra, sarà esteso a tutta quella parte dell'Europa orientale che nel corso del conflitto erano state invase dall'Armata Rossa, che conosceranno perciò anch'esse uno sviluppo industriale, ma modellato sullo schema russo, con la predilezione cioè dell'industria pesante.
Questa situazione si manterrà invariata sino alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, e alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, due anni più tardi. Il crollo del muro ha l'effetto di aprire i mercati dell'est Europa e di sbloccare i flussi migratori, che contribuiscono a creare un mercato del lavoro europeo.
In una prima fase il mercato dell'Europa orientale è letteralmente invaso, inondato, dai beni di consumo europei e ciò porta al collasso dell'appartato industriale, che, non essendo in grado di reggere la concorrenza, subisce pesanti ridimensionamenti.
In una seconda fase viene invece colta dai grandi gruppi economici europei l'opportunità di delocalizzare in queste aree parte dei loro impianti industriali, potendo così ricorrere a una manodopera tutto sommato qualificata e a costo molto più basso (ad es Fiat ha aperto un importante stabilimento in Polonia, ha acquistato impianti serbi, la Volkswagen ha acquistato la cecoslovacca Skoda, etc). In questo quadro la Russia ricopre essenzialmente il ruolo di paese esportatore di materie prime, soprattutto gas e petrolio.

Gli USA e la Grande Depressione


Nella prima parte degli anni '20 gli Stati Uniti godettero di un periodo di grande prosperità. In tutto il mondo industrializzato, l’economia americana rimaneva l’unica capace di crescere a passi da gigante; gli USA continuano a vivere un dinamismo non più rintracciabile nell'economia dell'Europa occidentale.
Secondo il modello di Rostow, gli Stati Uniti entrano nella fase dei consumi di massa: grande modernizzazione dell'apparato produttivo (si diffondono il fordismo e il taylorismo) e domanda sempre crescente.
Il settore agricolo statunitense è composto in larga parte da imprese familiari (gli eredi dei pionieri del west) ed è molto moderna.
La società è dinamica, vede aumentare la produzione, la produttività, gli utili e il valore delle azioni. L'aumento del valore delle azioni non è però solamente dovuto alle straordinarie prestazioni delle imprese, ma anche all'effetto di operazioni puramente borsistiche, essendosi diffusa in quegli anni la convinzione che il loro valore sarebbe continuato a crescere sempre → spesso le azioni erano acquistate con denaro preso a prestito. Questo trend ascendente di Wall Street durerà sino all'autunno del '29.
L'economia reale statunitense degli anni '20 è dinamica ma evidenzia un problema nel settore agricolo, che registra una tendenziale sovraccapacità produttiva e una tendenziale discesa dei prezzi (fase dei prezzi declinanti secondo l'analisi dei cicli di Kondratieff) e alcuni farmers, già a partire dal 1928, arrivano al fallimento; questa middle class agricola viene così a trovarsi in difficoltà, e la loro difficoltà si ripercuote sulla domanda dei beni industriali (→ nel 1928-29 la Ford registra un forte aumento delle scorte, dei prodotti invenduti). Questo si ripercuote anche sulle piccole banche di provincia, gli istituti di credito a cui si rivolgevano i farmers, che si trovano con molti debitori insolventi.
Questi campanelli d'allarme sono però ignorati per tutto il '29, anche perchè Wall Street è ancora spumeggiante, sino a quando, ad ottobre, chi ha azioni comincia a vendere: si genera così un “effetto valanga” → il valore delle azioni diminuisce sempre di più e saltano tutti i possibili margini di guadagno per chi aveva acquistato assets con denaro a prestito. Ciò si ripercuote sua volta in un rallentamento della produzione di beni reali.
In 3 anni il PIL statunitense si riduce del 38% e si ha contemporaneamente un consistente arresto dell'attività produttiva che porta a elevatissimi tassi di disoccupazione; la disoccupazione sua volta conduce ad un ulteriore riduzione della domanda e ad un diffuso malessere sociale.
Le politiche anti-crisi messe in atto dagli USA fino al '33 si rivelano del tutto inadeguate se non controproducenti. Già nel '29 il governo statunitense aveva fatto tutto quello che non si sarebbe dovuto fare: all'inizio dell'anno la Fed, con l'intenzione di ridurre il credito facile che causava speculazioni, aveva aumentato il tasso d'interesse, ma l'effetto di questa operazione si traduce in una restrizione del credito verso li imprese in difficoltà, per le quali diventò molto difficile ottenere denaro a prestito proprio nel momento in cui ne avevano più bisogno. Una seconda misura fu quella di ricorrere al protezionismo (1931) con l'intento, blindando il mercato, di proteggere i produttori nazionali → questa spinge anche gli altri paesi ad innalzare barriere doganali, mettendo in difficoltà i prodotti americani sui mercati stranieri; inoltre il problema della non era costituito dalla concorrenza dei prodotti europei ma dal calo della domanda nazionale!

La crisi genera negli Stati Uniti un altissimo livello di disoccupazione e porta a un grande dibattito sulle misure da adottare per risolverla. Nel '32 vince le elezioni presidenziali il candidato democratico Franklin Delano Roosevelt, che definì una nuova linea di politica economica per uscire dalla Grande Depressione, il New Deal → l'idea di base era che la crisi del '29 avesse dimostrato l'inefficacia del mercato nell'auto-regolarsi e che fossero necessarie nuove regole e un ruolo attivo dello Stato, a cui è richiesto un intervento diretto e massiccio nell'economia.
Lo stato interviene quindi spendendo soldi in disavanzo in quanto le entrate fiscali non erano sufficienti a soddisfare le esigenze della spese → si abbandona la politica del “pareggio di bilancio” per adottare quella del “deficit spending”, si cioè ricorre al debito pubblico per dare ossigeno al sistema economico.

Questa linea viene sistematizzata nel 1936 dall'economista inglese John M. Keynes nell'opera “The general theory of employment, interest and money”: perno centrale delle teorie keynesiane è il del raggiungimento della piena occupazione e lo stimolo della domanda aggregata attraverso la spesa pubblica.
Un altro corollario della politica economica del presidente americano, che era stato eletto anche con l'appoggio dei sindacati, fu la battaglia per l'aumento dei salari: essendo il problema principale quello del crollo della domanda interna e non della competitività dei prodotti, un aumento dei salari avrebbe permesso uno stimolo della domanda; tale politica fu portata aventi con l'emanazione, nel
1935, del Social Security Act, finanziato grazie a un'imposta progressiva, con il quale vennero introdotte per la prima volta negli USA l'assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia .
La politica rooseveltiana portò a risultati positivi e questi avvenimenti, assieme allo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale, porteranno Roosevelt a diventare uno dei presidenti più popolari della storia americana e fu l'unico presidente che verrà eletto 4 volte, nel '32, nel '36, nel '40 e nel '44 (dopo di lui il limite sarà fissato a 2 mandati).
Tuttavia sarà solo la Seconda Guerra Mondiale che completerà la ripresa e farà uscire definitivamente gli Stati Uniti dalla depressione: lo sforzo bellico assorbirà completamente tutta la forza lavoro ancora disoccupata e porterà la produzione a raggiungere, e superare,i livelli precedenti la crisi.


L'Europa e l'ascesa della Germania nazista


L'economia dell'Europa occidentale negli anni '20 era in difficoltà rispetto a quella americana e una delle cause della sua relativa ripresa era stato l'afflusso dei capitali statunitensi nel corso di tutto il decennio, sino al 1929, anno in cui i capitali ritornano negli USA.
Nel 29 i paesi europei occidentali non godono più del supporto degli Stati Uniti e hanno problemi di crollo dei valori borsistici, di deflazione delle materie prime e di calo della domanda.
L'Europa patì gli effetti della crisi dell'economia americana in ritardo, a partire dal 1930 e il paese che ne risultò più colpito fu quello che già versava in maggiori difficoltà, la Germania, dove il calo dei prezzi fu generalizzato, si raggiunsero livelli record di disoccupazione e si accentuò l'instabilità politica.
In questa situazione di crisi si crearono le condizioni per l'ascesa al potere del Führer, che venne eletto democraticamente nel '33, raccogliendo oltre 1/3 dei voti.
L'arma propagandistica di Hitler fu l'affermare che i governi della Germania non erano stati in grado di salvaguardare l'orgoglio e la dignità nazionale all'estero, e neppure l'economia.

Da un punto di vista economico il governo nazista si dimostrò capace di sconfiggere la crisi, utilizzando la spesa pubblica per creare lavoro e rilanciare l'economia: negli anni 1934-35 si creano soprattutto infrastrutture (molte autostrade), mentre a partire dal '36 gli investimenti sono destinati al riarmo della Germania e ne sono coinvolti coinvolge tutti i grandi gruppi della siderurgia, della meccanica, delle attività estrattive. L'economia tedesca riesce a risollevarsi in tempi rapidissimi e Hitler potè presentarsi come il grande leader che aveva sconfitto la crisi e che aveva riportato la Germania ad essere rispettata nel mondo.
Sul piano mondiale i recuperi delle economie avvengono a partire dal '33, in un contesto di limitatissima cooperazione internazionale → ovunque vengono adottati provvedimenti di tipo protezionistico.

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