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Lo schiavo e la sua funzione giuridica

Lo schiavo e la sua funzione giuridica


Un altro fenomeno parallelo è la moltiplicazione degli schiavi che svolgono un ruolo importante nella gestione delle proprietà assumendo responsabilità nella sorveglianza, nella gestione del fondo o incaricandosi della conduzione di terre prese in affitto dal proprietario. Così accanto ai vilici tradizionali appaiono vilici che gestiscono la tenuta per conto proprio, in cambio di un canone, che possono gestirla direttamente o frazionarla affidando lotti di terra a schiavi. Nell’ambiente urbano si ha esattamente la stessa evoluzione. L’efficienza dello schiavo come agente è direttamente collegata alla sua funzione giuridica. Il padrone lo può sottoporre a ogni tipo di inchiesta, compresa la tortura. Queste garanzie, che un uomo libero non da, spiegano perché i ricchi ricorrano più frequentemente a schiavi per amministrare i suoi affari. Farsi schiavo diventa un mezzo di promozione sociale. Questa evoluzione contribuisce enormemente ad accrescere l’eterogeneità del mondo servile. Fin dal I scolo il tema dello schiavo ricco e insolente si affianca a quello del liberto che supera l’aristocratico col suo tenore di vita e con la sua potenza. L’indebolimento dell’organizzazione coercitiva che inquadra gli schiavi portò così all’indebolimento della possibilità di controllo dei padroni. Questo valeva per l’élite servile che si occupava di affari ma anche per molti schiavi poveri come i servi quasi coloni ai quali venivano affidate responsabilità amministrative più o meno grandi. Di conseguenza diventò indispensabile trovare nuove soluzioni di inquadramento. Queste soluzioni rivestirono varie forme; la prima è l’importanza del peculio che costituiva per gli individui che godevano di una relativa autonomia uno stimolo ai risultati delle loro attività. Il fine ultimo era per lo schiavo il riscatto della libertà, ma si trattava soprattutto di un’operazione di integrazione come rivela la pratica di lasciare allo schiavo liberato il godimento del suo patrimonio. Da passivo che era, unicamente oggetto di compra-vendite, lo schiavo diventa attivo, in quanto compratore della propria persona. Il processo di integrazione poteva prevedere che alcuni schiavi avessero a loro volta schiavi, i vicarii, che gestivano per loro le stesse funzioni che i primi gestivano per i padroni; i vicarii appartenevano allo schiavo e non al dominus. Il modo in cui i rapporti schiavisti si riproducono in serie all’interno dello stesso mondo servile è la migliore testimonianza del successo della politica d’integrazione delle élite servili. L’efficacia di questa politica si basava anche su un carattere specifico della città romana: quella capacità di apertura agli elementi estranei che la distingue profondamente dalle città greche. Una seconda forma di inquadramento consisteva nel presentare in modo diverso il rapporto padrone-schiavi. Nelle classi dirigenti si affermò la presa di coscienza della necessità di esercitare una pressione morale su quei subordinati sempre meno controllati da una rigida disciplina. C’è un desiderio di rafforzare la schiavitù: riconoscere un’anima allo schiavo permette di localizzarvi la sua libertà, libertà spirituale che nessuno può sottrargli, ma che non intralcia i rapporti sociali, anzi può favorirli, poiché se ben trattato lo chiavo non si accontenterà di obbedire ma mostrerà devozione con le proprie iniziative. La libertà morale dello schiavo può e deve produrre fedeltà. Questo interesse trascurato dal diritto pubblico è invece tipico della legislazione imperiale.
Tratto da L'UOMO NELLA SOCIETÀ ROMANA di Alessia Muliere
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