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Le politiche di allestimento museale in base al patrimonio culturale

Le politiche di allestimento museale in base al patrimonio culturale


Nel convegno organizzato da Smithsonian Institution e Fondazione Rockefeller sulle poetiche e le politiche dell’allestimento museale si è data speciale attenzione al patrimonio culturale di popoli e gruppi diversi. Il problema di come rappresentare, comunicare, allestire una cultura, diventa emblematico di come mostrare, più in generale, le cose nel museo. Se è vero, come sostiene Victor J. Papanek, che «reagiamo a ciò che ha significato», è anche vero, come afferma Svetlana Alpers, che l’ordine che imponiamo alle testimonianze materiali è nostro e non necessariamente loro proprio, che il nostro modo di vedere può aprirsi a cose molto diverse da quelle che ci sono familiari ma resta comunque un nostro modo di vedere, un punto di vista molto angolato e filtrato da ciò che siamo e dalla società in cui viviamo. Le culture altre vengono così trasformate in qualcosa che noi possiamo guardare. E se i materiali esposti sono oggetti, artefatti, fuori dal contesto in cui sono stati prodotti, essi diventano opera d’arte e vengono osservati in quanto forma, poiché il museo tende spesso a evidenziare e dar conto di una differenza visiva, non necessariamente del suo significato culturale. I materiali sono interpretati a diversi livelli e da protagonisti diversi. Michael Baxandall ne individua tre: chi produce l’oggetto, chi lo espone e il visitatore. Chi produce cerca di soddisfare un bisogno e produce un oggetto di cui ha una conoscenza immediata e spontanea. Chi cura la mostra cerca di appropriarsi di questi oggetti per avvalorare una teoria derivante dalle sue ricerche. Chi visita la mostra è incuriosito dalla forma dell’oggetto e, probabilmente, interessato a capire come funziona: capirà, a suo modo, un oggettoraccontato dal curatore, a sua volta costruito per rispondere a una necessità o funzione presumibilmente lontana dalle nostre abitudini. James Boon vede il museo come un luogo che raccoglie frammenti disparati saccheggiati a popolazioni esotiche per essere messi in mostra, suscitando meraviglia e risonanza (termini ben chiariti da Stephen Greenblatt). Mentre la sua visione sembra totalmente pessimista, tanto che intitola il suo intervento «Perché i musei mi mettono tristezza», Giampiero Bosoni, negli stessi anni, riferendosi alla situazione dei musei in Italia e alla stessa idea di frammento, ne da una visione meno allarmante e forse più costruttiva. La mostra è vista come «opera aperta, frammento del discorso interrotto, in cui verificare i nuovi linguaggi, decifrare i nuovi codici, entro cui cristallizzare per un attimo l’utopia del progetto moderno. L’allestimento come istantanea testimonianza di un pensiero, di una ricerca, frammento in vitro della complessità, luogo privilegiato per una lettura trasversale delle meta-narrazioni sempre più frammentarie e dissonanti». Anche secondo Duncan Cameron, il museo non può più essere visto come un tempio, con una funzione universale e sovra-temporale perché gli oggetti non possono essere considerati modello obiettivo della realtà che intendono rappresentare. È interessante notare come la discussione assuma valore politico e come i diversi autori esprimano in modo chiaro ed esplicito la propria posizione. Se si intende il museo come foro, come un luogo adibito al confronto, alla sperimentazione e al dibattito, é però necessario chiedersi chi siano i protagonisti che lo abitano e che partecipano alle sue attività. I curatori riconoscono spesso che il loro è uno dei molti punti di vista possibili e, anzi, sostengono che le mostre svolte da angolature diverse possono dimostrarsi molto valide. Secondo Karp e Lavine, l’affermazione risulterebbe
vera se le opportunità espositive fossero molte e se le mostre non si prendessero il carico di essere rappresentative di un intero gruppo. Al contrario, capita che tali gruppi contestino il lavoro fatto chiedendo di poter partecipare concretamente alla creazione dei contenuti, controllando il risultato per far valere le proprie ragioni sul piano sociale, economico e politico. Gli autori giungono alla conclusione che le competenze dei musei per culture non occidentali e minoritarie vadano ampliate e vada promossa una maggior sperimentazione di progetti espositivi che consentano prospettive multiple. Sono, inoltre, favorevoli al rafforzamento delle istituzioni che permettono alle diverse popolazione di esercitare un certo controllo sui contenuti messi in mostra dai musei. Il dibattito è tutto americano e strettamente collegato alle problematiche di una società multiculturale e interculturale che si interroga sul suo stesso pluralismo. Il progetto è culturale e politico insieme.
Tratto da LA CULTURA MUSEALE di Alessia Muliere
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