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I tre periodi del Concilio di Trento


La scelta della città di Trento come luogo di riunione dell’assemblea fu il risultato di un compromesso fra il papa e l’imperatore. Città imperiale, che quindi rassicurava Carlo V, preoccupato innanzi tutto di dare una riposta adeguata alle rivendicazioni dei suoi sudditi protestanti, essa era pure di lingua italiana e ciò la rendeva accettabile agli occhi del papato.

I tre periodi (1545-7; 1552-3; 1562-3)

Nel corso del primo periodo i dibattiti si orientarono verso le questioni teologiche già sollevate dai riformatori, come le fonti della Rivelazione (scrittura e tradizione), il peccato originale, la giustificazione, il battesimo e la cresima, oltre che una riforma pastorale che ponesse rimedio agli abusi interni alla chiesa. Fu per sfuggire a una pressione troppo forte della Germania che i legati, col pretesto dell’epidemia di peste che minacciava Trento, decisero nel marzo del ’47 di trasferire il concilio a Bologna. 14 padri conciliari dipendenti dall’imperatore, restarono nella città di Trento e per un momento riapparve l’ombra di un conciliarismo scismatico. Nel mese di settembre si giunse a un compromesso e il concilio fu sospeso. Nel successivo breve periodo ‘51-2 il concilio fu convocato da Giulio III e proseguì ancora la sua opera dettata essenzialmente dalle obiezioni protestanti. Vi si trattarono le questioni dell’eucarestia e della penitenza; in questa seconda fase si raggiunse il numero massimo dei padri conciliari con 65 votanti. Questa fase fu segnata da un evento di rilievo con l’arrivo di alcune delegazioni protestanti che espressero le loro convinzioni mediante le loro confessioni di fede che però non furono discusse. I successi militari ottenuti dalla lega dei principi protestanti tedeschi causarono un nuova sospensione del concilio. Da questo momento fino alla convocazione della terza fase del concilio si susseguono eventi importanti: l’elezione di Paolo IV Carafa, persuaso che una riforma della curia e della diocesi di Roma dovesse precedere quella della chiesa universale; l’abdicazione di Carlo V e gli eventi politici in quegli anni che rendevano ancora più difficile un accordo interno alla cristianità, la cui divisione confessionale sembrava consacrata alla pace di Augusta del 1555; la pace di Cateau Cambrais del 1559 fra Spagna, Francia e Inghilterra. La terza fase, determinata meno direttamente dalla reazione antiprotestante, fu segnata dalla preoccupazione di completare una riforma cattolica in profondità. Da un punto di vista teologico si tentò, senza successo, di portare a termine la trattazione di tutti i sacramenti, specie per quello dell’ordine; ma si accentuò la preoccupazione per la riforma pastorale, con la celebre istituzione di seminari per la formazione di preti e sui diritti e le responsabilità di vescovi e parroci specie in riguardo all’obbligo di residenza. Il concilio decide di affidare al papa l’elaborazione degli strumenti indispensabili alla riforma cattolica. Il concilio di Trento si concluse il 4 dicembre 1563: spettava al papato e ai vescovi il compito di mettere in atto le sue decisioni. In definitiva, il concilio di Trento attuò una relazione fra dogma e riforma disciplinare, o come si diceva, tra dottrina e riforma.
Tratto da LA RIFORMA PROTESTANTE di Alessia Muliere
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