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24: il tempo è stile


Surnow (autore insieme a Cochran) afferma che 24 nasce prima come struttura: prima venne l’idea di riprendere la struttura del telefilm americano (22-24 episodi) e di produrre 24 episodi, ognuno dei quali raccontasse in tempo reale l’ora di un giorno; poi venne il contenuto quindi è il tempo il vero antagonista di Bauer e questa centralità del tempo è ancora più visibile se si pensa alla grafica del telefilm: lo schermo si divide in più finestre (split screen), rendendo visibile la contemporaneità degli eventi, guidando lo spettatore, creando connessioni tra personaggi e luoghi; inoltre un orologio digitale ci ricorda lo scorrere del tempo. È come se fosse il contenuto a seguire la struttura.
Il tempo reale di 24 è anche manifestazione di:
    •    iperserializzazione: è un serial (ha dei rimandi tra una stagione e l’altra) anche se deve avere per forza una chiusura narrativa entro le 24 ore
    •    complessità: le principali trame narrative al centro di cui c’è Bauer sono 2 (vita professionale e vita privata), a cui si aggiungono delle sottotrame parallele, contemporanee e frammentate, portate avanti da un cast multiplo e complesso per numero e legami dei personaggi.
Gli ingredienti base sono 2:
    •    real time: l’uso del tempo reale permette di ottenere una regolarità temporale evolutiva palpabile, una regolarità che è già propria della trama che il telefilm racconta (24 episodi, ogni episodio un’ora di una giornata); dato che la storia è narrata in tempo reale, si suppone che tempo della storia e tempo del discorso coincidano (mettere in scena la realtà così come accade) e il cuore del racconto, che è sempre centrale, viene moltiplicato e frammentato. Il tempo diventa iperreale perché è esperienza di una visione in cui il tempo subisce una forte intensificazione (il tempo è il nucleo della storia ed è esperienza di visione) e moltiplica gli stimoli in quanto finestra sul mondo, diretta e informazione costante, bombardamento di eventi (live  tv), contenuti nello split screen, per cui lo stile televisivo diventa lo stile della serie; ma il tempo è anche interattivo, perché, anche se manipolato, lo spettatore deve accendere collegamenti e creare una sorta di interazione con il testo.
    •    Split screen: è l’elemento videografico che permette l’espansione del tempo a tutto lo schermo, la sua emersione quale elemento principale, la sua moltiplicazione ansiogena e la sua trasformazione in elemento complesso e multiplo; che guida l’impaginazione delle linee narrative; che apporta senso; e che crea il racconto. Questo elemento videografico ha diversi effetti sulla storia:
    •    è segno di contemporaneità, molteplicità e velocità, di un tempo che si fa diretta e che è tipico dei nuovi mezzi di comunicazione che raccontano ciò che accade here and now con un aggiornamento continuo; ricordandoci che stiamo vivendo un’esperienza reale;
    •    è organizzazione narrativa, dato che impagina i diversi plot, ne sottolinea la contemporaneità e ne rilancia il significato; permette il passaggio da una linea narrativa all’altra (prima di ogni pausa pubblicitaria, lo schermo si divide in 4 e solo dopo la pausa scopriremo quale diventerà quello dominante, perché un riquadro si allargherà fino a coprire tutto lo schermo) illudendo lo spettatore di essere testimone di tutto (quando una finestra diventa dominate sulle altre, abbandoniamo quella storia e non ne siamo più testimoni);
    •    dona incertezza, perché è come se la narrazione potesse cambiare direzione da un momento all’altro;
    •    unisce e separa i personaggi a seconda delle loro emozioni (i riquadri si avvicinano e i personaggi si uniscono emotivamente, anche se fisicamente lontani; i riquadri si allontanano quando persone che si trovano nello stesso spazio hanno diverse intenzioni ed emozioni).
Tratto da LA TELEVISIONE COME TESTO ESPANSO di Francesca Masciadri
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