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Definizione di Napoli "gentile"


Un cronista del Quattrocento definì Napoli, rispetto alle altre città italiane, “gentile”. Tale denominazione è la più ricorrente nell’epoca aragonese da come appare dai vari testi letterari e non. Aurelio Simmaco de Jacobiti, nella sua lirica, dichiara che il popolo napoletano è diventato si gentile ma grazie alla presenza di Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo e presentato come il re possente. La gentilezza, di cui parla de Jacobiti riferendosi alla città, riguarda la dolcezza e la raffinatezza dei costumi come qualità sociale. Ma la Napoli angioina non era certo di meno in quanto a fasto e cultura. Le nuove correnti dell’Umanesimo e del Rinascimento, tra l’altro, già cominciarono ad affermarsi negli ultimi tempi degli Angiò. Lo stesso Boccaccio esaltava la Napoli angioina, contrapponendola alla sua Firenze che al confronto sembrava piena di malinconia. Invece Luigi Pulci, autore del Morgante, aveva un aspro giudizio sulla Napoli aragonese, che visitò nel 1471 e di cui ricorda soprattutto la sporcizia delle strade. Petrarca, a differenza del Boccaccio, lamentava l’insicurezza e la violenza di Napoli, visitata per la seconda volta dopo la morte di Roberto d’Angiò nel 1343.
È facile supporre che questi giudizi negativi dipendessero da elementi personali anche se ciò non vuol dire che fossero privi di fondamento.
Tratto da NAPOLI DAL 400 AL 600 di Gabriella Galbiati
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