Skip to content

Polimeri: riciclo o biodegradabilità?


In conclusione di tutto questo discorso ci chiediamo se un materiale è meglio riciclarlo o progettarlo fin dall’inizio biodegradabile.

Con la degradazione dei polimeri si ha la produzione di CO 2 e H 2O quindi per quanto riguarda l’utilizzazione del suolo è ottimale, perché non si usa il suolo per biodegradare.
Però si produce CO 2, quindi gas serra, ma se i polimeri derivano da materiali rinnovabili allora la cosa è minimizzata, perché la CO 2 prodotta va a bilanciare la CO 2 utilizzata dalle biomasse per essere sintetizzate (ciclo CO 2 virtualmente neutro).

Dal punto di vista ambientale il riciclo è generalmente la scelta migliore, perché in questo modo non stiamo riemettendo nuove sostanze, ma stiamo recuperando dagli stessi materiali che hanno funzionato per il loro ciclo di vita e stiamo recuperando materiale attraversi i quattro tipi diversi di recupero.
Molto dipende comunque dall’energia coinvolta nei processi utilizzati per la raccolta e il trattamento dei polimeri per il loro riciclo, quindi è meglio considerare più in generale il LCA perché non è detto che il riciclo generi meno CO 2 della degradazione.

I materiali polimeri possono avere una o più di queste proprietà:
- Riciclabilità
- Biodegradabilità in acqua, suolo, discarica
- Biodegradabilità in impianti di digestione anaerobica
- Compostabilità

e a seconda di come vengono sintetizzati e utilizzati e di quale sia la loro fine-vita (bisognerebbe fare un LCA) si possono fare scelte diverse che possono essere più o meno convenienti.

Allora per esempio se un materiale polimerico finisce nel suolo o in un corso d’acqua per un errore (si spera non per un’azione volontario dell’uomo) (da evitare comunque) oppure in discarica (ultima scelta nella gerarchia), ha senso che finiscano in discarica o nel suolo o nei corsi d’acqua soltanto quei polimeri che sono biodegradabili in quel determinato ambiente. Non è detto che tutti i polimeri possano finire in discarica, perché non è detto che i materiali polimerici siano sufficientemente biodegradabili in quell’ambiente, tanto meno nel suolo o nei corsi d’acqua. Gli stessi materiali compostabili, i sacchetti che si usano per la frazione organica, potrebbero creare problemi se buttati in discarica. Cioè per assurdo, qualcosa che è stata progettata per ridurre i rifiuti, potrebbe invece aumentarli, perché in qualche modo se è compostabile è biodegradabile in quella condizione, ma non è detto che sia biodegradabile in un’altra condizione, quindi semmai potrebbe essere un problema.

L’ incenerimento va bene più o meno per tutto, sia polimeri biodegradabili che tradizionale, naturalmente sarebbe meglio se si recupera l’energia con il riciclo quaternario. Se un polimero è stato prodotto per essere biodegradabile probabilmente si sono spesi molti più soldi ed energie rispetto a un polimero tradizionale, e allora diventa uno spreco bruciare qualcosa che è costato di più.

Il riciclo meccanico e chimico (secondario e terziario) sappiamo che vanno usati per determinati polimeri tradizionali, per cui si trattano i termoplastici. Il fatto che ci siano dei materiali biodegradabili a volte può essere un problema, perché se il materiale biodegradabile viene buttato insieme alla plastica riciclabile diventa un problema piuttosto che un vantaggio. In particolare per quello che riguarda il Mater-Bi® risulta che se si superano determinate percentuali compromette anche il riciclo di materiali che di solito sarebbero facilmente riciclabili.

La digestione anaerobica (riciclo organico anaerobico) vale solo per i materiali che sono biodegradabili in quelle condizioni ma non per tutti, mentre il compostaggio vale per i materiali compostabili.
Quindi in sostanza, la domanda finale è: dove butto i materiali di plastica? I materiali, gli impianti e le norme sono in continua evoluzione e talvolta trattamenti e norme sono diversi da comune a comune. Per esempio solo dal 2012 si possono buttare i bicchieri e i piatti di plastica nel contenitore della plastica, se sufficientemente puliti. Il problema sta anche nel capire dove vanno a finire le diverse parti riciclate, se in impianti di compostaggio o in impianti in cui avviene la digestione anaerobica ecc., e il tutto poi dipende da comune a comune.

Tuttavia si possono trovare delle regole generali:
- se la plastica è non biodegradabile va sicuramente nel sacco della plastica (anche se probabilmente buona parte va a riciclo quaternario, probabilmente assieme al “secco”);

- se la plastica è compostabile, come il Mater-Bi® o il PLA, allora va nella frazione umida insieme ai rifiuti organici (solitamente finisce in impianti di compostaggio, non dovrebbero esserci problemi anche se dovesse andare in impianti di digestione anaerobica);

- se è biodegradabile ma non compostabile (PE + ECM)
• frazione umida se questa va a digestione anaerobica
• plastica se non crea interferenze col riciclo (il quaternario dovrebbe comunque andar bene)
• secco se le prime due scelte non sono praticabili

I sacchetti biodegradabili ma non compostabili non possono essere usati per la frazione umida se questa va, come dovrebbe preferibilmente, al compostaggio (per essere compostabile non basta che sia biodegradabile).

Tratto da PROCESSI INDUSTRIALI ECOSOSTENIBILI di Laura Marongiu
Valuta questi appunti:

Continua a leggere:

Dettagli appunto:

Altri appunti correlati:

Per approfondire questo argomento, consulta le Tesi:

Puoi scaricare gratuitamente questo appunto in versione integrale.

Forse potrebbe interessarti:

Politica economica

Appunti delle lezioni di Politica Economica dell'Ambiente a.a. 2009-10.