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L’obiettività del giornalista

L’obiettività viene in genere definita semplicemente come descrivere la realtà come essa si presenta o descrivere la realtà come essa è e non come vorresti che fosse. 
Ma, in un sistema in cui le fonti sono sempre più “smaliziate”, esiste un sempre maggior numero di soggetti e di strumenti in grado di influenzare lo spin dei media, non è più tanto facile distinguere le informazioni dagli pseudoeventi ⇒ se l’obiettività è solo un mito, non è cioè realmente praticabile, bisogna però considerare che tale concetto ha giocato un ruolo fondamentale nella storia del giornalismo, soprattutto di quello anglosassone: l’ideale di obiettività è diventato un alibi dietro cui coprirsi, per giustificare quelle derive del sistema e tutto quel complesso gioco di pressioni fin qui descritto. 
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L’obiettività si è sviluppata prima di tutto come un’arma dei giornalisti per difendere la propria autonomia, il proprio ruolo e il proprio prestigio nella società americana: non si tratta solo di un ideale filosofico, ma anche di un rituale strategico e operativo (= fatti separati dai commenti e dalle opinioni personali). Seguire questa pratica oggi significa per i giornalisti rassegnarsi a divenire strumenti delle fonti e destinatari passivi delle notizie. 
L’applicazione troppo rigida del “mito dell’obiettività” ha portato alla formazione di un giornalismo pigro e superficiale: nel timore di essere giudicati faziosi e poco obiettivi, con il conseguente rischio di perdere lettori, i newsmedia si fermano alle verità ufficiali delle fonti politiche, senza indagare la realtà e, soprattutto, evitando di prendere una posizione. 
La globalizzazione della politica e dei conflitti chiama in gioco attori provenienti da quadranti geopolitici e culture di riferimento completamente diverse; in questa nuova situazione, i mass media devono dare una risposta alla questione dell’oggettività. 
I media mantengono in ogni caso una duplice natura che, se da un lato li spinge ad una presentazione delle notizie priva di partigianeria, dall’altra li lega indissolubilmente al sistema di valori della propria audience ⇒ un medium riflette sempre la visione della cultura di cui è parte e, al tempo stesso, partecipa alla sua creazione. 
È opportuno richiamare la distinzione operata da Bechelloni fra: 
1 − professionalità tecnica = l’apprendimento delle modalità di lavoro all’interno delle organizzazioni giornalistiche, attivato da un processo di socializzazione che fa introiettare tempi e forme specifici delle logiche produttive del settore 
2 − professionalità politica (o relazionale) = la capacità del giornalista di inserirsi in diverse reti di rapporti sociali, assicurandosi l’accesso e la partecipazione a differenti sfere della società civile 
3 − professionalità culturale = la mediazione interpretativa necessaria per dare un senso agli eventi, per poter raccontare i processi sociali e spiegare il cambiamento. Quando si parla di interpretazione giornalistica bisogna pensare alla relativizzazione del punto di vista personale, per assumere quello degli altri. Per fare questo, il giornalista deve spogliarsi delle proprie appartenenze ⇒ il giornalista si fa orientare da valori, ma tale guida deve informare lo spirito del suo lavoro, senza mai cadere in scelte faziose. Questo aspetto conduce al discorso sull’obiettività, sempre rimosso nel giornalismo italiano. 
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La professionalità culturale del giornalista è esaltata dal riconoscimento della funzione di ricostruzione della realtà piuttosto che di rispecchiamento svolta dal giornalismo. 

L’interazione tra questi 3 livelli di professionalità influenza il lavoro di selezione, gerarchizzazione e presentazione dei fatti. È da questa articolata interazione che si sviluppano la legittimazione e la credibilità del giornalismo = la sua capacità di dialogare efficacemente con fonti e pubblico. 
Per avere e mantenere fiducia nel giornalismo occorre che l’opinione pubblica sia convinta della sua assoluta imparzialità nel tessere i propri rapporti con i diversi interlocutori. 
La centralità sociale acquisita dal giornalismo comporta una maggiore attenzione, nell’opinione pubblica, ai modi e alle forme del suo funzionamento. Tuttavia, la facilità di accesso alle informazioni rischia di abbassare la soglia di preziosità del “bene” ⇒ ciò può produrre una svalutazione dello status professionale di coloro che veicolano informazioni; la sazietà può portare alla delusione e ad una conseguente caduta di fiducia. 
Sempre più spesso, nei rapporti con tutti i suoi interlocutori (dalle fonti al pubblico) il giornalista rappresenta la testata per cui lavora, ma garantisce con il proprio nome ⇒ il “patto di fiducia” non si realizza più con il sistema astratto, ma con il singolo giornalista: il giornalista diventa un elemento di garanzia nel contratto informativo che si instaura fra emittente e destinatario, la fiducia nel giornalista può diventare un criterio di scelta da parte del pubblico ⇒ un criterio di rilevanza per la redazione. 
MA, in questo modo, il giornalista perde il ruolo di mediatore e diventa parte in causa: anziché cercare le notizie, fa notizia. 

Tratto da I MEDIA E LA POLITICA INTERNAZIONALE di Elisa Bertacin
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