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L'economia italiana dopo la prima guerra mondiale

In tutto questo quadro di crisi, l’Italia è un paese che esce dalla I Guerra Mondiale vincitrice, ma con un grosso debito pubblico, triplicato rispetto a quello che aveva prima della guerra, inoltre un debito pubblico che ha superato il debito nazionale. Le spese pubbliche erano coperte solo in parte dalle entrate fiscali, le tasse. Lo Stato italiano per coprire la quota che manca:
- INCREMENTA LE TASSE. Nel 1920 viene introdotta l’imposta sui conflitti di guerra, perché molti imprenditori avevano fatto molti guadagni dalle commesse belliche.
- TAGLIA LE SPESE attraverso l’ABOLIZIONE DEL PREZZO POLITICO DEL PANE, che genera una riduzione nel breve periodo della spesa, ma porta ad un calo della domanda.
- AUMENTA LA CIRCOLAZIONE MONETARIA. Nel dicembre del 1918 la moneta in giro era triplicata rispetto a quella che c’era nella guerra. Nel giro di 5 anni c’è una crescita sostanziale della circolazione monetaria che GENERA L’INFLAZIONE.
A queste componenti si aggiunge la QUESTIONE SOCIALE della:



Nel 1918 vengono congedati 1 400 000 uomini.
Nella primavera nel 1919 altri 400 mila uomini.
Nell’estate del 20 un altro milione.
Tutte queste persone che per 4 anni hanno fatto i militari devono cercare lavoro, ma il mercato italiano non è in grado di ricollocare la forza militare volontaria. A questo si contrappongono le aspettative dell’esercito di essere premiato dopo la vittoria.
Il governo arriva così ad una serie di lavori pubblici, soprattutto per l’area nord est per sistemare il territorio, in modo da occupare questi lavoratori momentaneamente. Infatti nella seconda metà del 1919 la questione sociale diventa pesante nelle campagne, in particolare nella Val Padania e in campo industriale, perché non viene riassorbita la manodopera e avvengono una serie di licenziamenti.

Il sistema economico industriale ha una forte difficoltà a ritornare ad una produzione di pace.
L’emigrazione non funziona più e gli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale chiudono le porte.
La ripresa italiana è quindi segnata da:
- inflazione
- disoccupazione
Questo porta sul piano sociale al BIENNIO ROSSO (1919-1920) dove, sulla spinta dei movimenti comunista e socialista, avviene una forte ondata di scioperi e rioccupazione delle campagne. Ci furono forti proteste nel settore agricolo: veniva chiesta l’assunzione obbligatoria nelle aziende agricole e in modo particolare:
- la riduzione oraria del lavoro senza riduzione del salari
- partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese
L’idea comune di tutti era l’autogestione e collettivazione di fabbriche e terre.

Avvenne una reazione di totale chiusura di fronte all’occupazione delle terre, che riguardava l’area centro meridionale. Inoltre è una reazione padronale che davanti allo sciopero chiusero le fabbriche.
Il risultato congiunto di
- inflazione
- crisi economica
- proteste popolari
è uno spostamento sul piano economico del reddito dalla classe medie urbane, borghesia verso i braccianti, operai e mezzadri.
Nel 1921 con la caduta dei prezzi, anche la borghesia si trova in difficoltà. Questa data è un punto di svolta economica e politica, perché la crisi economica legata all’inflazione e allo spostamento del reddito, con una forte questione sociale, genera l’arrivo di Mussolini.
di Valentina Minerva

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