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Il pregiudizio nel lavoro educativo

Nella riflessione e nella pratica riguardante il lavoro educativo la parola pregiudizio è collocabile nella categoria dei termini onnotati negativamente e considerati di per sé un limite.
Infatti, il linguaggio dell’operatore è denso di termini quali: neutralità, posizione non giudicante, accettazione e altro ancora. Il pregiudizio, in tale vocabolario, comprometterebbe la neutralità osservativa e operativa e potrebbe limitare la comprensione dell’altro.
Il pregiudizio è un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo.
I pregiudizi sono ineliminabili e presumere di non averne comporta rimanere vittima del più pericoloso tra tutti i pregiudizi, cioè la presunzione di normalità.
Quindi sì, all’atto pratico, a un pregiudizio che comporta una costante autoriflessività, che comprende non solo l’altro ma anche se stessi in relazione con l’altro. Di conseguenza no, all’atto pratico, a un pregiudizio che si trasforma in un’immobilità classificatoria, in una collocazione dell’altro, e di se stessi in relazione con l’altro.
No fatemi lavorare con…fatemi lavorare con…
L’educatore professionale non parrebbe poter essere sfiorato da pregiudizi, intesi come giudizi negativi nei confronti dei potenziali destinatari dei propri interventi. Ma un educatore di questo genere sarebbe inumano.
I pregiudizi costituiscono materiale di lavoro per l’educatore, il quale deve metterli da parte ogni qualvolta che si trova in ambito professionale, per riprenderli al termine dell’attività lavorativa.
di Anna Bosetti
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