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Abiura in Sicilia


846 processi solo in Sicilia, tutti i casi diversi l'uno dall'altro. 1/3 dei rinnegati viene perdonato: si fanno i processi e successivamente, vengono somministrate delle penitenze spirituali perché sono "sponte comparentes" oppure perché hanno dimostrato in qualche modo di essere sinceramente pentiti e hanno convinto i giudici che in fondo, nel loro cuore hanno sempre mantenuto fede a Cristo e alla chiesa, o perché sono minori di età. Per tutte queste ragioni, 1/3 dei rinnegati vengono puniti in maniera blanda, ma vengono comunque processati e ciò nonostante, vengono rinchiusi nelle segrete per tutto il periodo necessario all'esecuzione.
Esempio: il caso di un processo breve è quello di un certo Francesco Mannarino, che ha probabilmente disegnato sulle mura delle carceri segrete la battaglia di Lepanto; egli è un giovane che va a Palermo a pesca col padre, viene catturato dai corsari tunisino, portato in nord Africa e qui si converte all'islam. È una conversione opportunista, come dice lui, tanto che imbarcato come corsaro dal suo padrone, partecipa all'ammutinamento insieme con gli schiavi cristiani; l'ammutinamento è l'atto di impossessarsi la nave, uccidono il capitano e portano la nave a Venezia. Qui, Francesco si presenta davanti al Sant'Uffizio veneziano, un tribunale molto blando, non ha la serietà paragonata a quella spagnola e infatti lo perdona, dandogli un certificato e dei soldi per poter tornare a Palermo.
Il padre gli consiglia, sapendo bene le regole del Sant'Uffizio locale, di recarsi al tribunale palermitano, dove però lo incarcerano, lo interrogano e, dopo meno di un anno, esce in auto da fé, lasciandolo andare per la sua strada. Questo piccolo processo è interessante perché i tre giudici del Sant'Uffizio non sono d'accordo nel momento della sentenza: uno di questi vota contro, volendo punirlo più severamente, mentre gli altri due sono favorevoli alla blanda punizione in ragione della giovane età (21 anni), non è neanche maggiorenne (25 anni). Viene considerato quindi ragazzo che era stato catturato da bambino, e queste ragioni giocano a suo favore.
Non finisce sempre così, infatti la maggioranza degli inquisiti viene punita molto severamente. Ogni volta che si apre un processo, si apre una pagina di storia individuale ma anche di storia collettiva su quanto accadeva nel Mediterraneo, nel mondo della schiavitù.
Quelli che vengono assolti stanno da un lato (1/3), mentre 13 persone da un altro lato sono condannate al rogo, in mezzo stanno tutti gli altri, la maggioranza dei 2/3 che sono condannati molto severamente.
Mark Block dice che gli storici sono "come l'orco della favola e vanno dove c'è l'odore della carne umana" cioè dove si può venire a contatto con delle esperienze individuali, andando a vedere il passato in maniera estremamente ravvicinata. Esempio di ciò è il racconto di una biografia da cui si deducono una serie di caratteristiche tipiche e non, che fanno capire cosa c'è dentro il mondo dei rinnegati.
Giugno 1627: 5 schiavi salgono sulle mura della città di Catania con delle corde e scappano. Tutte le città di antico regime sono circondate da mura, che proteggono le città e vengono chiuse di notte, guardate da gendarmi; il controllo delle città è di tipo fiscale, perché si controllano le merci che entrano ed escono e sono in forte tassazione, ma è anche un controllo su visitatori indesiderati come vagabondi, malati ecc. Gli schiavi vanno alla marina dove ci sono le barche di pescatori. Rubano una barca, ma all'interno dorme un mozzo, un ragazzino che si portano e fuggono. L'indomani mattina viene dato l'allarme della fuga e si va alla ricerca dei fuggitivi che sono andati verso sud. All'altezza di Capopassero, l 'estrema propaggine dell'isola, i fuggitivi hanno la necessità di rifornirsi d'acqua ma, nel momento in cui scendono dalla nave per rifornirsi, arrivano gli inseguitori soldati e li catturano. Li portano poi a Catania e, naturalmente, poiché si tratta di schiavi di cui due convertiti, tre musulmani, questi tre li restituiscono al loro padrone mentre i due convertiti si pongono il problema di dubitare di un semplice reato di fuga oppure se si tratta di fuga verso l'Algeria. Dunque vengono portati al Sant'Uffizio di Palermo perché accerti l'eventuale reato di abiura. I due schiavi stanno 15 mesi alla Vicaria (?) un carcere della città, poi trovano posto nelle carceri del Sant'Uffizio e comincia un processo nei confronti di quello che conosciamo oggi come Gabriele Tudesco, come il suo padrone, Tudesco di Catania.
Cominciano una serie di interrogatori che servono a raccogliere le "informationes". A divulgare le informazioni sul giovane sono i padroni, che ricostruiscono la storia di un bambino di 9 anni, di nome Muhamet (Maometto) detto Amhed che scappa da Algeri per sottrarsi ad un padre violento, si imbarca ma tutta l'imbarcazione viene catturata dalle galere del granduca di Toscana, che ha una flotta corsara terribile, sono i famigerati corsari cristiani dell'ordine di Santo Stefano, temuti per la loro bravura in mare e crudeltà. Corsari cristiani pari a questi cavalieri di Santo Stefano sono i cavalieri di Malta, "dell'ordine di San Giovanni di Gerusalemme" che a Malta, a partire dal 1595 la loro sede. Questo bambino incappa nei corsari del granduca di Toscana, che catturano tutto l'equipaggio, portano la nave a Messina e li vendono come schiavi. Il bambino viene acquistato dal primo padrone, che lo battezza e gli dà nome Gabriel. Sta circa 11 anni a Messina, facendo da cocchiere al padrone, poi ad un certo punto, per una ragione indefinita, qualcuno ruba dei soldi e il padrone è talmente indispettito che decide di vendere tutti quanti i suoi schiavi, liberandosi anche di Gabriel che viene poi acquistato dal barone Tudesco a Catania; a questo gli farà ancora da paggio e cocchiere e lo accompagnerà in tutti i suoi possedimenti siciliani.
È quindi uno schiavo battezzato, di cui i padroni non parlano male, semmai dicono che è ozioso. Insomma, per quanti sforzi facciano gli inquisitori, non riescono a trovare l'abiura di Gabriel. L'accusa di abiura di tiene solo sulla sua fuga verso -- dove Gabriel dice di non essere diretto, ma essere diretto a Roma, perché lì vuole presentarsi dal papa per ottenere la libertà. Tutti gli interrogatori vertono sul fatto che lui è stanco di essere schiavo e vuole essere libero. A un certo punto, quando dice che forse voleva andare in Bargheria era per vivere da cristiano e per restare libero. È molto complicato giudicare un caso di questo genere. Alla fine Gabriel viene sentenziato e gli viene detto che uscirà nell'auto da fè assieme agli altri. Da questo caso, gli imputati non dovevano avere contezza della condanna che gli era stata loro riservata perché, dopo essere usciti in auto da fé, salgono uno ad uno sul tablado e devono inginocchiarsi davanti all'inquisitore che legge la sentenza e lì gli inquisiti devono pronunciare una frase di pentimento. Probabilmente in questo momento Gabriel comincia a rendersi conto che lo stanno condannando e non lo stanno lasciando libero e comincia così ad avere un comportamento esagitato, guarda gli inquisitori con occhiatacce quasi volesse ucciderli, non vuole inginocchiarsi davanti agli inquisitori, rompe la candela spenta che ha in meno. Per questi motivi gli devono mettere le manette, ma con le manette non possono assolverlo e dargli la condanna, dal momento che inginocchiarsi e pentirsi dovrebbe essere un atto spontaneo. Con le manette invece si è costretti a fare tutto ciò, per questo viene letta ugualmente la sentenza ma non con lui inginocchiato: la sentenza è a 5 anni di galera. A questo punto Gabriel comincia a urlare "galera a mi? Dio non è giusto". Viene preso e riportato in carcere. Dopo qualche tempo in carcere, sarà istituito un secondo processo che bisognerà preparare per bene. Viene utilizzato il sistema, usato spesso, che sarebbe mettere dei compagni di cella che facciano da spia sul comportamento del carcerato. Prima di fare questo, succede che il medico del carcere va dagli inquisitori dicendo che Gabriel lo ha trovato nella sua cella per terra, nudo e senza polso e vuole lasciarsi morire, dicendo delle cose senza senso. Per il medico sarebbe meglio metterlo nell'ospedale nuovo, al reparto dei matti. Comincia ad apparire l'ipotesi, avanzata dal medico del carcere, che Gabriel "es loco", la "locura" cioè la pazzia è la malattia mentale. Se Gabriel fosse davvero matto, il Sant'Uffizio non lo potrebbe processare. In effetti, Gabriel comincia a fare cose da pazzi: si toglie la camicia dei carcerati e se la mette come fosse la "garbeia", la tunica araba che usano gli uomini, si fa un turbante con uno straccio, e dice che "tunica e turbante sono vestiti santi"; inoltre, cancella una madonna dalla parete e imbratta coi propri escrementi due crocifissi disegnati nel muro, fa cioè una dissacrazione stercoraria (utilizza lo sterco in maniera blasfema). L'enormità dell'azione è tale che gli inquisitori gli mettono in cella un medico molto famoso Geronimo Reitano, in carcere per negromanzia. È il secondo dottore che osserva da vicino il comportamento di Gabriel e che però riferirà agli inquisitori che, secondo la sua scienza, il ragazzo non è pazzo perché mangia e dorme e quindi, dormire dipende dall'umidità del corpo mentre la follia dipende dal calore del corpo (il corpo e il temperamento di Gabriel è umido, non caldo, quindi non è pazzo). Secondo questo dottore, Gabriel fa il pazzo per finta, finge di esserlo. Un terzo dottore, che viene mandato per fare anche lui un consulto, gli ausculta il polso e dice che quello "è il polso di un uomo di giudizio", cioè ragiona. L'unica cosa che dice il terzo medico è di non torturarlo perché se per caso Gabriel avesse una follia latente, la tortura lo farebbe ammalare di più, stimolando questa follia. Naturalmente, una volta che i medici si pronunciano per la sua sanità mentale, il processo continua per blasfemia e proposizioni ereticali, arrivando al secondo Auto da Fé.
A Gabriel sono attribuite delle blasfemie ereticali perché dice di non essere stato creato da Dio, nomina gli organi sessuali dei genitori, dice che Cristo non è venuto a salvarlo perché non lo conosceva, non esiste per lui inferno o paradiso perché nessuno è tornato da lì a raccontarlo, perché nessuno è tornato dall'inferno coi piedi bruciati, ecc. Tutte queste blasfemie fanno tendere il Sant'Uffizio verso la condanna. Contro di lui testimoniano tutti quelli del carcere, quelli che l'hanno visto guardare gli inquisitori con occhi assassini, quelli che l'hanno visto non volersi inginocchiare, quelli che l'hanno visto imbrattare le mura del carcere. È lo stesso Sant'Uffizio che testimonia per incolpare il ragazzo una seconda volta.
Viene deciso che verrà rilasciato in quanto "relapso": chi ricade, dopo essere stato giudicato e condannato una volta, vi ricade nello stesso una seconda volta è chiamato appunto relapso cioè ricaduto. I relapsi vengono affidati al braccio secolare, cioè al boia per essere bruciati. Quando decidono questo, mandano a Madrid l'esito del processo e e la Suprema dice che Gabriel non può essere condannato al rogo. Anche i giudici, a loro volta, erano controllati dalla Suprema quindi dovevano stare attenti. La Suprema chiede se gli inquisitori abbiano accertato con documenti il battesimo di Gabriel oppure si sono basati sulle parole del padrone; inoltre, sono arrivate delle lettere dagli schiavi captivi ad Algeri che dicono che proprio ad Algeri, ogni volta che viene bruciato qualcuno, lì gli schiavi vengono trattati male, vengono sottoposti a torture, chiedono di non bruciare uno qualunque perché il tipo di conseguenze che la loro condanna comporta per loro erano gravi. Da Algeri arriva questo monito che la Suprema prende con grande considerazione e dice di interrogare tutti quelli che l'hanno conosciuto da bambino e poi da giovane. Si apre una specie di supplemento al processo in cui di nuovo vengono chiamati i padroni e altri servi della sua casa: viene fuori che Gabriel era un ragazzo sempliciotto, di poche parole, ma non possono dire nulla di male su di lui. Essere di poche parole è importante perché molti schiavi, anche centro africani di altre destinazioni vengono definiti così, oltre che idioti (non sanno leggere e scrivere). Questo però fa sorgere una domanda: che lingua parlano questi schiavi? Chi insegna a questi a parlare la lingua del posto? In verità, dimenticano la propria lingua di origine e apprendono una lingua del linguaggio stretto e povero della schiavitù: gli ordini che impartiscono i padroni, le poche frasi che scambiano con gli altri servi, hanno una vita sociale estremamente ridotta e dunque le acquisizioni linguistiche non hanno fonti per essere implementate.
Lo stesso problema si pone con un'altra domanda, quando agli inquisitori viene raccontato che Gabriel cantava in arabo, ma che arabo può ricordare un bambino rapito a 9 anni? Che musulmano sarebbe? Come si indrottrina uno schiavo senza che parli la lingua del paese?
Gabriel, dopo quest'altra raccolta di prove, viene condannato ed esce in auto da fé, questa volta si inginocchia e ascolta la condanna a 7 anni di galera (5 di prima + 2 ora). Dare 2 anni a un bestemmiatore eretico è pochissimo, quindi significa che il Sant'Uffizio lo sta condannando senza aver potuto davvero provare il tipo di eresia, il tipo di reato perché se avesse trovato l'eresia, avrebbe dovuto condannarlo in maniera molto più severa di soli due anni. In entrambi i processi, Gabriel viene sottoposto alla tortura della corda. Durante la tortura però, Gabriel non regge il dolore e confessa per porre fine ad essa.
A questo punto, viene portato nel carcere del Sant'Uffizio dove l'indomani mattina verrà qualcuno a prenderlo per portarlo alla galera. Così accade ma, un paio di settimane dopo Gabriel torna nelle carceri del Tribunale. Stavolta succede che, dato che chiunque salga sulla galera viene rapato per evitare parassiti, Gabriel invece si fa lasciare il "sierro", dicendo di essere moro. Il barbiere lo dice subito al frate sulla nave, che a sua volta lo accusa al capitano e lo restituisce al Sant'Uffizio. Quando gli viene chiesto perché, lui dice che questo codino è un "flor de amor", cioè l'avevo fatto come atto di amore floreale; dice di essere "cristiano fra i cristiani, e moro tra i mori", quindi è uno che si professa contemporaneamente sia moro che cristiano, dipende dal luogo in cui sta. È stato tra i cristiani, si è fatto battezzare e si è comportato da cristiano, ma nelle galere dove ci sono tanti mori, diventa moro. Cominciano così una serie di sue interazioni molto strane, difficili da verbalizzare per il notaio, in cui egli sostiene che "todas leyes son buenas", tutte le religioni sono buone per raggiungere la salvezza. Si fa portatore di un relativismo religioso che per il Sant'Uffizio è una affermazione molto grave. Così, per tutte le affermazioni fatte in questo terzo processo, Gabriel è considerato relapso, rinnegato che viene condannato ad essere rilasciato al braccio secolare. Entra nel carcere nel 1627 e ne esce 1636, 9 anni dopo uscirà in auto da fé, questa terza volta non salirà sul tablado ma verrà bruciato.
In questo processo ci sono molti problemi irrisolti: il primo è quello che avanza anche la Suprema, perché si chiede se davvero Gabriel non fosse un pazzo, non c'è certezza della sanità mentale dell'uomo dal momento che, a vedere il comportamento, è talmente stupido soprattutto nel terzo processo quando decide di dire di essere moro. Il comportamento ragionevole è di "negare semper", o quello di ammettere subito un reato e chiedere misericordia. A giudicare dalle pochissime cose che dice (non sa, non ha cosa dire, ripete le parole dell'inquisitore) perché egli non discorre, non mette insieme un ragionamento logico, e questo viene interpretato come una persona stupida, ingenua, non addestrata a vivere in una circostanza drammatica. Inoltre, è possibile che la sua adesione all'islam per le cose che fa, in realtà non sia all'islam ma a un'adesione nostalgica ai suoi trascorsi in terra musulmana: ripensa a quand'era bambino, quindi per lui l'islam è quello che ricorda vagamente.
Non avendo potuto provare nulla in due precedenti processi, ciò nonostante l'inquisizione si è accanita nei suoi confronti come dissimulatore e lo ha mandato al rogo.
Questo è l'esempio peggiore che si potesse fare per il procedimento inquisitoriale, perché indica un accanimento dei giudici nei confronti della persona che hanno catturato, che fa sì che lo sottopongano a tre processi più un supplemento di istruttoria richiesto dalla Suprema, quindi teoricamente ha quattro procedimenti per poter raggiungere l'obiettivo, ovvero quello di condannare una persona inquisita.
Quando si parla di 13 casi di persone finite al rogo, questi sono cristiani passati all'islam e profondamente persuasi della giustezza della nuova religione, oppure che non vogliono rinnegare l'islam per disgusto nei confronti della società cristiana. Per esempio, c'è una donna che chiamano Lara/Arabìa che viene presa, venduta come schiava, finisce con un padrone napoletano che gli promette che se si fosse convertita l'avrebbe manomessa. Lei si converte, viene battezzata e aspetta di essere manomessa ma il padrone non lo fa, quindi trasferitasi a Palermo, comincia a comportarsi da musulmana e viene accusata dalle altre serve di casa che appunto l'accusano di essere una rinnegata. A questo punto la donna è così schifata del fatto che non si mantenga la parola data, una promessa formulata apertamente e pubblicamente che decide che non può aderire a questo tipo di religione che consente lo spergiuro. Dunque, viene bruciata. È una persona senza una particolare cultura o adesione come molti altri, ma viene ugualmente condannata.
C'è un medico delle galere dell'impero ottomano che viene catturato a Lepanto, è un grande intellettuale che conosce molto bene la sua "nuova" legge e rifiuta di rinnegarla perché è convinto che la legge dei turchi sia quella migliore.
I 13 bruciati sono persone che non vogliono rinnegare la "nuova" fede. Sono una sorta di "martiri" dell'islam: ex cristiani ormai profondamente convertiti che non vogliono rinnegare la nuova religione.
Un altro problema lasciato dai rinnegati è questo: si può vedere nei rinnegati la nascita dell'individualismo moderno, cioè la capacità che ha ciascuno nel segreto della propria coscienza di decidere liberamente a quale religione asserire, senza il condizionamento da parte di apparati ecclesiastici o di quelli repressivi. Ciascuno decide in piena libertà di coscienza quello a cui credere. Questa cosa è impensabile per la religione cattolica, quella che attraverso il controllo dei comportamenti esteriori, giudica la correttezza dell'adesione a materia cristiana.
Il passaggio da una religione a un'altra è qualcosa di estremamente malvisto da parte della religione cattolica, ma anche di quella musulmana: si è visto come i padroni cercassero di impedire il passaggio dei cristiani all'islam.
Quando i cristiani si convertono all'islam, comincia la strada della loro manomissione e affrancamento e, in questo aspetto non c'è nessuna reciprocità nel senso che per la religione cattolica lo schiavo musulmano che si converte (si battezza), resta schiavo. La religione cristiana non è una strada o strategia per l'affrancamento degli schiavi.
Però la Chiesa si occupa moltissimo della conversione degli schiavi musulmani, esattamente al contrario delle ingerenze barbaresche dove nessuno fa proselitismo: fa proseliti, gente che arruoli sotto le tue stesse ideologie e iniziative. I cattolici invece fanno proselitismo religioso. Sono soprattutto gli ordini religiosi cattolici ad occuparsene con grande insistenza: la Chiesa di Roma organizza dei veri e propri istituti, che si chiamano "case dei catecumeni", di coloro che poi verranno avviati al battesimo. Anche i padroni cristiani si sentono in qualche modo stimolati dal guadagnare "posto" in paradiso. Si ha quindi una attività conversionistica molto intensa nell'Europa cattolica, rivolta verso gli schiavi musulmani. Non si ha solo questo, perché la Chiesa cercherà di costruire un modello di santità adatto alla conversione degli schiavi: i santi sono simboli di - spesso raffigurate nell'iconografia degli stessi santi. Essi servono a lanciare un messaggio a chi guarda, messaggio che passa attraverso il modello di santità, da imitare. La chiesa si pone il problema di non far vedere santi Re o santi benestanti, perché questi non ispirerebbero gli schiavi di poche parole, illetterate, difficili da raggiungere. In questi anni quindi, la Chiesa decide di fare un santo schiavo: è una cosa rivoluzionaria, si trovano una serie di schiavi che entrano nel terzo ordine francescano (i terziari sono quelli che non hanno fatto voto di vita religiosa come uomini e donne dei primi due ordini, ma sono nel mondo vivendo nei conventi seguendo le regole dell'ordine, in questo ordine entrano anche persone sposate o schiavi); uno di questi, figlio di schiavi, nero africano di nome Benedetto, un eremita con particolari doti e virtù di taumaturgo (guarisce dalle malattie). Questo schiavo nero con il saio francescano attira migliaia di persone, tutti gli chiedono di essere guariti dalle malattie di cui soffrono. Egli muore a Palermo nel 1589; è stato eletto patrono della città nel 1652 e questo santo raffigurato con un bambino in braccio diventa un modello di evangelizzazione degli schiavi in tutta Europa, prima mediterranea e poi nel Nuovo Mondo, dove la tratta negriera porterà tutti gli africani per le piantagioni. Un santo nero serve per far sentire non disprezzati gli schiavi che si avvicinano alla religione, non disprezzati perché hanno un rappresentante della loro "razza" sull'altare. San Benedetto il Moro diventa l'emblema della vittoria della Chiesa cattolica nella conversione degli schiavi infedeli tra i musulmani oppure calvinisti, pagani senza nessuna religione, che vengono condotti grazie alla schiavitù, verso la vita eterna: grazie alla schiavitù significa che la Chiesa cattolica considera la schiavitù provvidenziale. È la provvidenza che fornisce questo mezzo, questa via, perché gli infedeli possano ascoltare la parola di Dio e possano salvare le loro anime. La campagna religiosa ha una vittoria di una religione che viene considerata l'unica depositaria della verità nei confronti di tutte le altre religioni, considerare sette, eresie e che sono da scacciare. Il Sant'Uffizio rappresenta tutto questo; il Sant'Uffizio ha come simboli la croce, la spada e l'ulivo e dice "surge domine et causa": il Sant'Uffizio giudica in nome di Dio, è Dio stesso che giudica; il segreto è la caratteristica principale del tribunale perché esso è giustificato dal fatto che il tribunale rappresenta il giudizio di Dio, ed esso si esercitò per primo contro i nostri genitori Adamo ed Eva con cui Dio non parlava. Dio non parlò con nessuno di questo suo giudizio, pertanto il giudizio rimase chiuso nel segreto tra Dio e Adamo ed Eva. Allo stesso modo, il giudizio sarà rinchiuso nel segreto tra i prigionieri e gli inquisitori. Siamo all'interno di una istituzione molto complicata dal punto di vista culturale, non si tratta solo di cattiveria ma è un sistema complesso che ha un'implicazione teologica, giuridica e poi anche quella legata al piano umano.
di Federica Palmigiano
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