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Adam Smith

Etica e utilità sociale Smith padre dell'economia politica moderna, ha esercitato una notevole influenza anche sul pensiero etico e politico; egli ha considerato la filosofia politica come la parte più utile e degna della filosofia, affidandole il compito di studiare le regole e le combinazioni dei comportamenti umani più adatte al miglioramento delle condizioni di vita degli individui e delle loro comunità. Smith, che ha molto risentito dell'opera del suo amico David Hume, si chiede se l'utilità sia un criterio bastevole a spiegare l'origine della coesistenza. Certo, egli ammette, "la società può sussistere fra uomini differenti… tale società può essere conservata per uno scambio necessario di buoni uffici, secondo una valutazione di utilità". L'utilità tuttavia non è un principio irrelato e non sancisce una indiscriminata propensione all'egoismo; essa si accompagna da un lato alla fondamentale esigenza del "rispetto di regole generali di condotta" e dall'altro lato agli elementi correttivi della benevolenza. Ciò consente a Smith di prendere le distanze da alcune posizioni di Mandeville, anche se accetta l'intuizione fondamentale di quel pensiero e cioè che la dialettica degli interessi particolari liberalizzati possa tradursi in utilità collettiva. Secondo Smith l'errore di Mandeville consisterebbe nell'aver egli considerato "ogni passione come completamente viziosa" e nell'avere esasperato il principio che tutto ciò che è manifestazione di individualismo abbia necessariamente un carattere triviale e perverso. Anche per lui la logica del particolare ha, in una società moderna, un'incidenza maggiore della logica dell'universale ma il fatto che vi siano azioni umane e correnti della spontaneità non deducibili da astratti principi morali e non aprioristicamente convergenti non significa che esse non abbiano possibilità di valorizzazione etica, oltre che di produttività sociale. Egli cerca di interpretare in senso favorevole alla socialità, all'educazione ed al progresso quella logica della simpatia e della benevolenza già teorizzata da Hume e prima di lui dal Locke. L'individuo è capace di immedesimarsi nel suo simile e di riviverne in se stesso le emozioni come se fossero proprie; c'è un fondo comune di idee umane e di passioni sociali che ci rende consapevoli di poter essere al posto dell'altro e che ci fa quindi partecipare al suo stato esistenziale. Questa disposizione a metterci nella posizione altrui e questa impossibilità di ritrarci completamente dalla sua vita, costituisce nelle attività umane e sociali un efficace antidoto contro esasperate strumentalizzazioni e prevaricazioni nei confronti dei nostri simili. D'altra parte noi sappiamo che l'altro può partecipare alle nostre emozioni e ci preoccupiamo allora di suscitare con i nostri comportamenti una certa sua approvazione e di sfuggire alla sua disapprovazione. Sussiste quindi nella struttura della soggettività una certa capacità di autoriflessione, che l'educazione può sviluppare ed affinare, e quindi una possibilità da parte di ciascuno di porsi come uno "spettatore imparziale" che valuta criticamente le proprie azioni in relazione alla loro attitudine ad essere apprezzate ed a essere accettate dagli altri.

La "grande società"
La preoccupazione di incontrare il favore degli altri non si limita tuttavia, per Smith, a coloro che sono a noi legati da vincoli più intensi ma si estende anche nei confronti di persone distanti ed estranee verso le quali siamo comunque tenuti a comuni obbligazioni di umanità. Il sentimento d'appartenenza a società specifiche fortifica un certo spirito civico che va controllato affinchè non svilisca lo spirito di umanità. Le preferenze di Smith vanno comunque verso l'idea di una "grande società", cioè di una società aperta all'interno e all'esterno che si senta impegnata in una lotta coerente contro forme chiuse di esperienza comunitaria e contro quell'abuso corporativo che è una "cospirazione" contro lo stato, la produzione e la libertà. Il passaggio dalla società chiusa alla grande società implica anche profonde modifiche dei sistemi di moralità privata e pubblica. La moralità propria dei piccoli gruppi non è quella che meglio si adatta a dimensioni più dilatate o complesse della vita coesistenziale; il primo sistema morale può essere chiamato "rigoroso o austero", il secondo "liberale o se si preferisce lassista". Per quanto l'austerità o il rigore abbiano le loro virtù, possono però degenerare nello spirito settario e incrementare autoritarismi, gerarchie e ristagni sociali ed economici mentre un'etica liberale, per quanto soggetta ai rischi dell'individualismo, può rivelarsi meglio disponibile alle esigenze di una cooperazione pacifica tra uomini non legati fra di loro da vincoli specifici di natura affettiva e comunitaria. Lo sviluppo economico, l'estensione dell'educazione, la più diffusa applicazione del sapere scientifico costituiscono per Smith un "grande antidoto al veleno del fanatismo e della superstizione". A questa morale chiusa, corrispondente ad una società chiusa, bisogna guardare con diffidenza perché, oltre certi punti critici, essa porta all'intransigenza ideologica, al parassitismo sociale e all'inefficienza economica. Un'etica "liberale" non ha invece paura di profittare di certi vantaggi non compresi nelle misure tradizionali di un bene pubblico entificato e di accettare una vita sociale più dinamica, quella che per Smith dà il senso di una liberazione e non di un'oppressione, di un'emancipazione e non di un'involuzione. Un'etica aperta è più favorevole alla logica del rispetto e della persuasione di quanto non lo sia un'etica precettistica che con il uso esclusivismo crea nella maggior parte del popolo la malinconia; il compito dell'etica è quello di considerare i rapporti di coesistenza indipendentemente dall'appartenenza degli individui a contesti sociali delimitati e prestabiliti.

La mano invisibile
Anche nelle sue teorie sociali ed economiche Smith sostiene che la formazione dei beni e delle ricchezze presuppone un'intensa attivazione delle energie creative ed una forte disposizione a vincere stazionarietà e ristagno. La coesistenza richiede rispetto delle regole generali di condotta e queste riflettono valori comuni e sentimenti condivisi ma il compito di queste regole è di garantire la giustizia come limite essenziale posto alla forza e alla violenza e non quello di fare della giustizia uno strumento equo e razionale rivolto a promuovere una solidarietà sistematica contro la logica dell'interesse personale. L'uomo ha bisogno dell'aiuto degli altri ma lo aspetterebbe invano dalla sola fiducia nella benevolenza e nella ragione; avrà invece molte più possibilità di ottenerlo volgendo a suo favore l'egoismo altrui, cioè dimostrando il vantaggio che gli altri otterrebbero facendo ciò che egli concede loro. Se l'uomo pretendesse di perseguire un interesse pubblico e universale aprioristicamente determinato, il rischio sarebbe o un immobilismo della vita sociale o un sovvertimento indiscriminato. Se ciascuno segue invece il proprio interesse in base alle sue possibilità di produzione e di assimilazione, l'incontro di questi interessi liberalizzati moltiplica i vantaggi e benefici della vita sociale. Questo incontro è reso possibile da una "mano invisibile", espressione appunto di una logica involontaria di combinazione e di mediazione. La mano invisibile non è tuttavia una sostanza predeterminata, non personifica una ragione più profonda che strumentalizza le inconsapevoli volontà particolari, volgendole verso fini da loro ignorati ma che essa ben conosce. Smith rifugge dall'entificazione di uno spirito assoluto che, alla maniera hegeliana, muove la storia all'insaputa degli individui. La mano invisibile è per lui il risultato di una molteplicità di combinazioni di volontà e di interessi particolari, capaci di mediarsi perché umanamente e socialmente dotati, malgrado i loro orientamenti individualistici e utilitaristici, di una loro intrinseca attitudine coesistenziale. Essa esprime il formarsi spontaneo di una forza collettiva che supera come potenzialità creativa e come ascendente simbolico la somma delle singole componenti, sempre riconosciute e tutelate comunque nella loro rilevanza individuale. Queste forze collettive sostengono anche delle finalità pubbliche che non sono però date e conosciute a priori e si formano invece esse stesse nella mediazione di volizioni e di attività particolari. Le oggettivazioni sociali, nella "grande società", riescono meglio se le convergenze delle azioni non sono il prodotto di programmi deliberati e se il loro ordinarsi spontaneo non è ostacolato da opposizioni di interventi potestativi esterni. La forza collettiva non è il puro collettivismo ed esclude perciò la centralizzazione dei comportamenti sociali ed il loro assoggettamento a obiettivi pubblici presupposti come anteriori e superiori agli interessi e agli scopi delle singole parti.

Le funzioni dello stato
Il perseguimento della giustizia sociale non rientra per Smith nei doveri essenziali né dell'ordinamento politico né di quello economico. L'economia ha un grande compito da svolgere: "consumo a basso prezzo e incoraggiamento della produzione". Si progredisce incrementando le disponibilità sociali attraverso libere iniziative produttive; lo stesso vantaggio delle classi inferiori dipende da un'economia libera anche se ciò non è bene inteso dai lavoratori, sollecitati e condizionati da esigenze più immediate. Occorre liberalizzare le attività economiche (non solo quelle legate all'agricoltura, come chiedevano Quesnay e i fisiocrati, ma anche quelle artigianali, manifatturiere e commerciali) chiedendo al governo di garantire a ciascuno il perseguimento del proprio interesse in concorrenza con gli altri. Non spetta allo stato sovraintendere alle iniziative produttive dei privati e indirizzare autoritariamente le risorse sociali verso gli impieghi reputati più conformi all'immagine del bene comune che esso ha definito. Lo stato ha solo tre compiti essenziali da svolgere: 1) proteggere la società dalla violenza e dall'invasione delle altre società indipendenti; 2) proteggere, per quanto possibile, ogni membro della società dall'ingiustizia e dall'oppressione di ogni altro membro della società stessa, cioè il dovere di stabilire un'esatta giustizia; 3) erigere e conservare certe opere pubbliche e certe pubbliche istituzioni. La fiducia di Smith è nelle possibilità creative e innovative di un ordine sociale spontaneo in cui la libertà possa agire senza eccessivi impedimenti da parte dell'autorità e in cui, d'altra parte, i sentimenti umani ispirati ad un'etica della simpatia possano trasformare gli stessi egoismi in strumenti di cooperazione.
di Viola Donarini
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