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Comunità cinese e e cure all'infanzia

In Cina esistono delle forti differenze tra campagna e città: ad esempio le mamme intervistate raccontano che generalmente in campagna non è importante mandare i bambini a scuola; questo perché i piccoli devono aiutare la famiglia quindi si preferisce mandarli subito a lavorare, inoltre la donna non studia affatto. Questo quadro non è invece attuale nelle città. Le donne prominenti dalla Cina hanno preferito incontri singoli e separati manifestando  così, nell’impossibilità di creare un gruppo di lavoro come è stato per gli altri, tutta la loro solitudine e la loro mancanza di rete sociale di supporto. Nei loro discorsi la madre non è stata mai nominata come figura di riferimento e non è mai emersa una figura maschile in grado di accompagnare le donne nel cammino evolutivo dei figli.  Le mamme intervistate sono nate negli anni 70 quindi nel culmine della rivoluzione culturale e non sono a conoscenza di usi e costumi in vigore antecedentemente, probabilmente a causa della censura del regime che è penetrata anche nello spazio domestico e privato. Nella tradizione cinese la famiglia era centrale e modellava la vita sociale e collettiva con una totale sottomissione al capo della famiglia: il padre, alla cui morte subentrava il figlio maggiore. C’era un organizzazione molto rigida in cui le donne dipendevano dal padre prima e dal marito poi, e in caso di vedovanza, erano sottomesse al figlio maggiore. Per segnare socialmente i confini del destino cinese, cioè il ristretto spazio della casa, a partire dal XIX secolo venne introdotta la fasciatura dei piedi: in tal modo si impediva la crescita corretta ed armoniosa delle bambine limitandone di fatto i movimenti e rendendo difficoltosa la deambulazione extra domestica. È solo a partire dal XX secolo, con la caduta dell’ultima dinastia cinese, che iniziarono i primi cambiamenti grazie all’apertura dell’istruzione primaria e secondaria anche alle donne, ma solo ai ceti elevati. Infatti fino ad allora i maschi giocavano un ruolo fondamentale; quando poi scomparve la netta separazione tra classi sociali con la rivoluzione culturale di Mao Zedong i mercanti iniziarono a fornire un istruzione classica ai propri figli in modo da poter costruire una nuova classe sociale di amministratori statali ma in ogni caso maschi. Fu solo con la legge del  maggio 1950 che venne affrontato questo tema e sostenuta giuridicamente l’uguaglianza tra uomo e donna nel sistema delle relazioni familiari: venne abolito il matrimonio tradizionale in cui le bambine venivano promesse e c’era un accordo con la presenza di un mediatore in cui le due famiglie stabilivano l’ammontare del prezzo della sposa e della dote. Il matrimonio viene quindi fondato sulla libera scelta del compagno, sulla monogamia e sull’uguaglianza dei coniugi. La sistemazione definitiva del diritto di famiglia si ebbe però solo nel 1982 la cui legge impone un solo figlio nella città e massimo due nelle campagne. Da un punto di vista culturale però esiste l’ obbligo morale di avere un figlio maschio, non solo per la rilevanza che ha nella società ma anche e soprattutto per perpetrare la stirpe dei protettori nella famiglia; c’è quindi anche la possibilità di avere altre mogli e concubine per averlo, pena la fine della benevolenza celeste. Almeno questo nella tradizione. Benché con la riforma del diritto di famiglia del 50 venne vietata la poligamia, avere un figlio maschio era ancora  troppo importante. Per questo motivo il regime impose un rigoroso controllo delle nascite, da cui ne derivò un attenzione medica rigorosa alla gravida ma solo a partire dall’82. In Cina infatti esiste il triste  fenomeno, documentato anche da organismi internazionali, dell’abbandono infantile in particolar modo quello femminile. C’è l’usanza di fare più figli e non denunciarli oppure di denunciarli in diverse provincie. La legge pertanto ha dovuto tenere conto di questo dato culturale ed è stato quindi concesso un secondo figlio solo se il primo era di sesso femminile. Inoltre è stato vietato di comunicare il sesso del nascituro probabilmente per evitare interruzioni di gravidanza legate al sesso del nascituro. Da un punto di vista antropologico- culturale esistono poi tutta una serie di riti e tradizioni: ad esempio nei racconti delle mamme intervistate viene riportata la credenza per cui la gravida non può usare ne ago ne coltelli o forbici perché si pensa che questi oggetti siano direttamente legati alla salute del nascituro: l’uso delle forbici è infatti collegato nell’immaginario collettivo alla possibilità di un labbro leporino. In Cina durante la gravidanza non si devono mangiare cibi caldi come la cioccolata e le arance mentre sono consigliate le verdure e il pesce; si copre la pancia con un panno rosa sia per ammortizzare sia per proteggere cioè per non far vedere al bambino cose brutte perché altrimenti potrebbe decidere di non nascere; inoltre accanto alla medicina occidentale c’è anche quella tradizionale e le donne possono scegliere a quale medico affidarsi.  In Italia invece le donne cinesi spesso non si fidano dei medici tradizionali e preferiscono affidarsi a quelli italiani ma comunque solo quando è strettamente necessario; ci si rivolge infatti al pronto soccorso ospedaliero altrimenti ci si fa spedire dalla Cina degli speciali preparati di erbe che producono le farmacie mandarine. Il parto in Cina avviene per lo più nelle strutture ospedaliere e anche in questo caso è un affare di donne. Nella tradizione il cordone ombelicale non veniva tagliato ma separato con il fuoco che aveva l’effetto di cicatrizzare le ferite; v’era poi credenza per cui al bambino appena nato si somministrava un forte purgativo per aiutarlo ad eliminare le negatività causate dal veleno del feto. Questi riti rimandano, se ci si sofferma a rifletterci su, ai nostri rituali contadini per cui anche in Italia non più tardi di 50 anni fa si usava conservare il cordone ombelicale per poi restituirlo agli elementi naturali come l’acqua o il fuoco. (Falteri P. La quarantena è una cosa sacra. Puerperio, ciclo di vita femminile e mutamento culturale,  estr. da Pecorelli S., Avisani R. (a cura di) Puerpera, puerperio, assistenza. Atti del convegno (Brescia, 11 Ottobre, 1997.) Ad oggi le mamme intervistate raccontano che in Cina le donne di città godono di permessi lavorativi ma solo per il primo anno di vita mentre per il secondo e solo nel caso in cui il primogenito sia maschio, hanno solo 15 giorni di permesso pertanto usufruiscono spesso dell’asilo nido del luogo di lavoro. I cinesi infatti lavorano molto: si pensi alla ristorazione per cui le mamme lavorano fino a tarda sera. Ad ogni modo non si affiderebbero mai ad una babysitter italiana sia perché costa troppo sia perché necessitano di una base culturale da trasmettere ai figli che rappresenti la propria identità culturale di origine. Se la donna non lavora invece, soprattutto nelle campagne, il bambino viene cresciuto dalla famiglia allargata. La famiglia cittadina è di stampo nucleare invece e tende a fare affidamento solo sulle proprie forze e, quando proprio non c’è soluzione,  allora l’ultima spiaggia è quella di affidare i bambini alle proprie famiglia di origine ma fino al compimento dei 5/6 anni o comunque fin quando non si siano risolti tutti i problemi. Tutto ciò comporta che spesso i bambini vengono cresciuti in Cina e, una volta in ricongiunti in Italia in piena età scolare, devono fare i conti con una realtà totalmente diversa e con una lingua difficile da imparare, in un paese in cui si sentono completamente disorientati. Forse è per questo che nel ‘95 la maggior parte delle richieste di ricongiungimento familiare erano da parte delle comunità cinesi. Oltre a queste problematiche ci sono anche quelle legate alle identità e al progetto migratorio: le persone di nazionalità cinese spesso vogliono vivere in Italia a lungo quindi ritengono opportuno che il bambino si integri e parli tre lingue: il mandarino, il dialetto e l’italiano. Si tratta della dialettica tra mondi che si gioca “nel latte buono che nutre e nella lingua segreta che esclude” : la compresenza delle due lingue evidenzia una doppia strategia; da un lato si vuole di rinsaldare la memoria e l’appartenenza alle radici mentre dall’altro attraverso la lingua italiana si cerca l’integrazione, è utile a mangiare appunto. Le donne intervistate evidenziano negli atteggiamenti e nei dialoghi un’ identità di genitore spezzata da un regime che ha tolto loro la capacità di memoria: risulta complicato ricordarsi perfino i giochi per non parlare delle relazioni con i propri genitori. Esiste una vera e propria interdizione collettiva a ricordare e trasmettere i modelli educativi del passato perché relativi alle generazioni precedenti e considerati come contrari al cambiamento rivoluzionario. La mancanza di ricordi interiorizzati fa sentire da un lato la mancanza di radici culturali forti e dall’altra l’esigenza di ritrovare queste radici nella lingua e nelle regole ferree che vengono trasmesse tramite le fiabe i racconti e i cartoni animati. In Cina tutte le fiabe hanno la morale. Pertanto le mamme cinesi sono invece preoccupate dell’invasione dei cartoni giapponesi sia nelle tv cinesi che italiane perché ricche di eroi violenti e negativi mentre le loro fiabe non contengono figure orrorifiche.

di Barbara Reanda
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