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Comunita' tunisina e cure all'infanzia

La costituzione tunisina al primo articolo recita: "la Tunisia è uno stato indipendente che ha come religione l’islam" ciò a sottintendere la sfida moderna di mantenere contemporaneamente la laicità dello stato con l’appartenenza alla religione islamica; dualità che nel tempo ha permesso numerose riforme come per esempio la legalizzazione dell’aborto nel 1967, l’innalzamento dell’età minima per contrarre matrimonio e l’abolizione del diritto arbitrario e solo maschile di ripudio e matrimonio poligamo. Nella tradizione tunisina la famiglia patriarcale con la compresenza di due o tre generazioni fonda l’organizzazione sociale. L’insieme dei componenti della famiglia allargata costituisce il nucleo abitativo o gruppo familiare. Il matrimonio combinato è un normale contratto e non un sacramento tra il padre della sposa e quello del futuro sposo; contratto che si sviluppa in tre tempi: promessa, fidanzamento, matrimonio. La figlia femmina dovrebbe essere considerata come un dono perché l’uomo versa la dote alla famiglia della sposa ma in realtà è vissuta come una perdita perché non potrà essere più parte della vita della famiglia di origine che quindi non potrà più contare sulla sua presenza. Dopo il fidanzamento ufficiale c’è tutta una serie di rituali legati alla preparazione peri il matrimonio: la fidanzata viene preparata con bagni profumati e truccata con l’henné; c’è poi un incontro festoso con le amiche e il saluto della casa paterna. I festeggiamenti per lo sposalizio durano sette giorni in cui la casa dello sposo è aperta a tutti gli amici e parenti in modo che possano ammirare i dono ricevuti per il fidanzamento. La vita normale riprende solo dopo 40 giorni dal matrimonio. La famiglia e in particolare le donne si occupano della donna incinta e dopo la aiutano nella crescita del piccolo, tanto che in Tunisia non ci sono asili nido: infatti per esempio quando il neonato ha sei mesi, se la donna continua a lavorare, sarà la sua mamma o la suocera o una sorella ad occuparsi del bambino. Il rientro in famiglia dopo il parto è molto rapido anche il giorno dopo questo perché a casa vengono altre donne (madre, sorella, suocera..) che aiutano la donna nei lavori domestici in modo che ella debba occuparsi solo dell’allattamento che è ha un valore simbolico molto forte. Sette giorni dopo la nascita c’è la festa del settimo giorno che sancisce l’entrata ufficiale del bambino nel mondo religioso e si da il nome al neonato. La circoncisione poi avviene da un mese fino ai 5 anni e siccome in Italia è vietata viene fatta nei paesi di origine. Nella migrazione il marito viene ad assumere un ruolo particolare: in Tunisia la donna sarebbe stata attorniata da tutta la rete familiare mentre in Italia è profondante sola, per questo si appoggia molto sul marito che spesso conosce meglio di lei la lingua e può fare da mediatore. Questa nuova complicità viene vista sia come un fattore di dipendenza ma anche come nuova opportunità. Qui la donna si ritrova da sola ad affrontare i cambiamenti del proprio corpo e dei ritmi di vita ma il non poter condividere i mesi dell’attesa con il gruppo tradizionalmente garantito delle donne di casa può produrre una perdita del significato condiviso dell’esperienza. Tuttavia il senso di appartenenza alla comunità è molto forte, almeno per le donne intervistate, tanto da permettere loro di superare il senso di solitudine legata alla condizione di immigrate attraverso forme di mutuo-aiuto: alcune donne connazionali si danno aiuto reciproco costituendo così importantissime reti di solidarietà. Come si è già detto per i credenti islamici Se la mamma lavora i bambini vengono cresciuti da un'altra donna della famiglia e solo raramente da altre donne estranee in ogni caso non vengono mai portati fuori dall’ambiente familiare. (chinosi 2002 pg 126). I bambini quindi crescono nell’harem domestico sempre insieme alle donne adulte ed ai coetanei condividendo regole, ritmi, indicazioni della famiglia allargata. La compresenza di diverse generazioni è molto importante perché invia messaggi immediati del rispetto della gerarchia mentre l’antica divisione domestica degli spazi pubblici (esclusivamente per i maschi) e privati o harem domestici (di esclusiva preminenza delle femmine e dei bambini fino alla pubertà) organizza da subito il limite e delle regole da rispettare. Nella casa Tunisina c’è spesso un patio nel giardino interno dove si affacciano le altre stanze in modo che i bambini possano giocare sotto gli occhi vigili di tutta la famiglia. Lo spazio della casa dunque è l’unico in grado di garantire la protezione e la coesione del gruppo familiare: si cerca quindi di mantenere questo senso di famigli anche nel paese ospitante attraverso gli odori, i sapori le immagini ( la tv satellitare, le videocassette..) perché infondo c’è sempre la speranza di tornare a casa. La trasmissione delle regole oltretutto passa attraverso la narrazione: i bambini devono imparare i versetti del corano tramite storie e racconti degli adulti, oppure tramite le avventure e le storie di vita di nonni, cugini, zii…così i bambini imparano a conoscere un mondo lontano attraverso il racconto e sono in grado di riconoscere le persone di famiglia attraverso il telefono le videocassette ecc. proprio perché di loro gli si è sempre parlato. I bambini si preparano così ad un eventuale rientro a casa sempre auspicato.  In Tunisia la scuola dell’infanzia comincia a tre anni ma è solo per 4 ore al giorno (due la mattina e due il pomeriggio) a sottolineare la famiglia come centro educativo fondamentale, mai sostituito da una proposta istituzionale. L’apprendimento dunque transita per una relazione significativa con la famiglia allargata e con la madre in modo particolare. Le donne tunisine intervistate confermano la dimensione collettiva delle cure per l’infanzia. Collettiva perché troviamo accanto alla famiglia estesa la comunità intera di credenti chiamata ad organizzare messaggi omogenei nei vari ambiti attraverso cui passa il percorso educativo. Da questa armonia di messaggi si articola l’intreccio dei legami affettivi che permettono l’interiorizzazione delle norme e delle regole e la scelta della loro esportazione consapevole nei paesi di origine (ivi pg 127). Sembra esistere una netta differenza tra i modelli educativi italiani e quelli tunisini: mentre i primi apparirebbero agli occhi delle mamme tunisine intervistate sarebbero tesi ad allevare i bambini come un piccoli despoti di una corte adorante (pg 128) i secondi sembrerebbero ai loro stessi occhi più attenti alle regole “ è difficile spiegare ai nostri bambini il senso del rispetto delle regole se poi vedono i loro coetanei fare l’esatto contrario”.  Per quanto riguarda alcuni metodi di puericultura tunisini va ricordato che le fasce erano usanza tipica anche del nostro paese fino a 50 anni fa: nell’Italia del secolo scorso infatti fungeva da prevenzione contro il rachitismo infantile anche se  poi questo fu condannato come superstizione popolare. Inoltre c’è anche il massaggio con olio di oliva che viene praticato la sera prima di coricarsi su tutto il corpo e in particolar modo sul pancino del piccolo per evitare la formazione del gas delle coliche dei bambini. Il massaggio è un momento fondamentale nel rapporto madre/bambino: come testimoniato dalla letteratura scientifica infatti “ durante il massaggio si crea un legame profondo tra il bambino e la sua mamma e tra i due si instaura una forte comunicazione che passa attraverso il tatto, lo sguardo e la parola” ( Rollet, Morel, 2000 in Chinosi 2002 pg 133). Per le cure mediche il pronto soccorso ospedaliero si configura come negli altri casi l’unico canale di accesso alla sanità pubblica. La compresenza di medicina occidentale e quella tradizionale fa si che le donne possano fidarsi dei consigli del pediatra ma fanno anche riferimento ai consigli delle donne della famiglia o di quella che in Tunisia vengono chiamate le donne sagge. (pg 135) L’abitudine alla condivisione femminile delle paure e delle gioie ha organizzato un sapere condiviso che le sostiene nella gestione quotidiana dei malanni dei loro piccoli: attraverso la solidarietà delle connazionali possono gestire questi momenti importanti che altrimenti sarebbero caratterizzati da un forte senso di solitudine rispetto alla mancanza della propria rete familiare di sostegno.

di Barbara Reanda
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