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Diritto consuetudinario albanese

Della storia, della cultura, di quell’unità politica che adesso si chiama Albania, l’occidente conosce molto poco.
Questa astinenza conoscitiva ha reso l’Albania più distante dall’Europa di quanto non sia.
Ci raffiguriamo spesso il modo albanese come un modo crudele, basato sul Kanun, erroneamente tradotto con il termine “onore”: “in nome dell’onore, il Kanun della tradizione, si può perdere un figlio, ucciderlo; l’onore è ferito quando la donna è toccata, sporcata”.
Il Kanun si identifica con l’onore, che l’uomo sia obbligato ad uccidere la moglie o la sorella disonorata.
In realtà, Kanun, non significa “onore”, che in albanese si definisce con il termine nder, ma è il nome di una raccolta di norme consuetudinarie, tramandate nei secoli e messe in ordine agli inizi del XX secolo da un francescano kosovaro: padre Kostantin Shtjefën Gjeçov.
Una raccolta in cui è stabilito che “la donna non cade nella vendetta di sangue” e che “il marito non ha diritto sulla vita della moglie”.
E’ quindi l’istituto della gjakmarrja, della vendetta di sangue, il punto cruciale in cui si insisteva e si insiste tuttora per giustificare la tesi della barbarie regolata dal Kanun.
Il codice albanese non è certamente quello descritto dai politici e dai giornalisti italiani.
Le sue leggi non si discostano molto dalle leggi coeve di popoli ben più civili.
La faida, in albanese gjakmarrje, possiede una sua rigida regolamentazione che favorisce la composizione non violenta tramite “negoziati” e impedisce che dalla violenza altra violenza si generi.

di Stefano Civitelli
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