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Disciplina degli aiuti di Stato tra solidarietà e concorrenza

Le ragioni profonde che giustificano l’esistenza di una politica europea degli aiuti statali, e le ragioni che ne giustificano l’accentramento in capo alla Commissione sono esposte nel primo rapporto sulla politica della concorrenza del 1972.
Da esso emerge che il controllo sull’erogazione degli aiuti statali trova la sua giustificazione fondamentale nella necessità di evitare due pericoli: che gli aiuti concessi da uno Stato riducano l’efficacia delle politiche di altri Stati membri, e che essi scatenino reazioni nella forma di una competizione tra Stati nell’erogazione degli aiuti.
La Commissione non nega che l’intervento statale sia talvolta necessario, sottolinea invece che esso non possa essere il risultato di decisioni unilaterali, ma che debba prendere forma in un contesto comunitario in modo che ciascuno Stato tenga conto degli interessi degli altri Stati.
Non è dunque sufficiente creare regole sopranazionali; occorre che le misure nazionali siano soggette ad un procedimento autorizzato a livello centrale piuttosto che a sanzioni ex post a livello decentrato.
Lo scopo della disciplina degli aiuti statali non è dunque soltanto quello di sanzionare violazioni del trattato, ma, come giustamente si è rilevato, di “controllare” ed “orientare” l’erogazione delle sovvenzioni.
Le due dimensioni della concorrenza e le due dimensioni della solidarietà giocano quindi un ruolo cruciale in questa ricostruzione.
Se è vero che l’oggetto principale della politica europea degli aiuti statali è il mantenimento di una concorrenza “ad armi pari”, in cui i termini della competizione non vengono alterati dall’intervento pubblico, è vero altresì che a tale obiettivo si affianca lo scopo di limitare la portata e gli effetti dannosi della concorrenza regolativa.
La disciplina degli aiuti statali si inquadra inoltre in un’ottica di solidarietà fra Stati membri: essa mira ad evitare che il perseguimento di politiche nazionali non vanifichi le politiche di altri Stati.

di Stefano Civitelli
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