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Hume - Il soprannaturale, il miracoloso e la fede

In primo luogo, Hume osserva che non c’è modo di trovare, in tutta la storia, un miracolo affermato da un numero sufficiente di uomini di tale indiscutibile buon senso e cultura da garantirci.
In secondo luogo, la passione per il sorprendente e il meraviglioso, che sorge dai miracoli, essendo un’emozione gradevole, ci fa tendere alla credenza in quegli avvenimenti. Al punto che, anche chi non crede ad essi, ama prendere parte a questa soddisfazione di seconda mano.
Se lo spirito di religione si unisce all’amore del meraviglioso è la fine del senso comune. Un fanatico in materia di religione può essere un invasato ed immaginare di vedere ciò che non esiste, anche con le migliori intenzioni del mondo. E la credulità degli ascoltatori ne alimenta l’impudenza.
In terzo luogo, i racconti soprannaturali e miracolosi si trovano soprattutto tra popolazioni ignoranti e barbare; oppure in un popolo civile che li ha ricevuti da antenati ignoranti e barbari. Un lettore attento penserà che è strano che gli accadimenti prodigiosi non si verifichino più ai giorni nostri.
Come quarta e ultima ragione, Hume osserva che per nessuno di questi prodigi c’è una testimonianza che non sia contrastata da un numero infinito di testimoni oculari.
In materia di religione, tutto ciò che è differente è contrario; è impossibile che tutte le religioni risultino, tutti insieme, stabilite su qualche solido fondamento. Ogni miracolo compiuto in una di queste religioni, come ha per suo scopo quello di conferire stabilità al suo sistema, così demolisce ogni altro sistema. Nel distruggere l’altro sistema, distrugge il credito di quei miracoli: in tal modo tutti i prodigi delle religioni sono in opposizione gli uni con gli altri.
Hume cita alcuni dei miracoli meglio garantiti nella storia: il racconto di Tacito su Vespasiano, che guarì un cieco con la saliva; il racconto del cardinale Retz, quando a Saragozza gli fu mostrato il miracolo di un uomo che aveva perso la gamba. Ma Hume osserva che nessuna testimonianza può avere tanta forza da provare un miracolo, facendone un fondamento sicuro per una religione. 
Hume crede che vi possano essere dei miracoli, e suppone che, a partire dal 1 gennaio 1600, tutti gli autori concordino nel dire che sulla terra vi fu una completa oscurità per otto giorni. I filosofi di oggi, anziché dubitare del fatto, dovrebbero accoglierlo per certo e ricercarne le cause.
Ma supponiamo ora che gli storici siano d’accordo nel dire che il 1 gennaio 1600 morì la regina Elisabetta e che dopo essere rimasta sepolta un mese, riapparì. Hume, in quel caso, non avrebbe la minima inclinazione a credere a un evento così miracoloso. La furberia e la pazzia degli uomini sono fenomeni tanto comuni che Hume preferirebbe credere che gli avvenimenti più straordinari derivino dal loro concorso, anziché ammettere una violazione così rilevante delle leggi di natura.
Bacone sosteneva che bisogna osservare con sospetto ogni racconto legato alla religione, al pari di quanto si trova negli scritti di magia o alchimia. Hume condivide il metodo di Bacone e ricorda i cristiani che hanno difeso la loro religione per mezzo dei principi della ragione umana.
La religione cristiana è fondata sulla fede, non sulla ragione; ed è un modo sicuro di metterla allo sbaraglio quello di esporla ad una prova che essa non è in grado di sostenere. Per testimoniare ciò, Hume esamina la Scrittura, facendo riferimento al Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia), esaminandolo non come parola di Dio, ma come produzione umana di uno storico.
Noi ci troviamo di fronte a un libro presentatoci da un popolo barbaro e ignorante, scritto in un’epoca in cui esso era ancora più barbaro e, secondo ogni probabilità, scritto molto tempo dopo i fatti che racconta. Leggendo questo libro, lo troviamo pieno di prodigi e miracoli.
Hume conclude che la religione cristiana non solo fu accompagnata da miracoli alle origini, ma nemmeno oggi può essere creduta da qualunque persona ragionevole senza un miracolo. La pura ragione è insufficiente a convincerci della sua veracità, e chiunque sia mosso dalla fede è consapevole di un miracolo continuo che avviene nella sua stessa persona, che sconvolge i principi dell’intelligenza e lo spinge a credere a ciò che è contrario alla consuetudine e all’esperienza.
di Domenico Valenza
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