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I luoghi e i tempi della cura d'infanzia

L’inserimento del bambino al nido è una possibilità o una scelta che la maggior parte dei genitori autoctoni discute e programma con largo anticipo elaborando così sin da subito timori, attese, la paura del distacco e le motivazioni che spingono ad usare un servizio in grado di essere luogo di cura e di socializzazione. Per le famiglie immigrate invece l’inserimento al nido non è una scelta ma una necessità. Gli orari di lavoro, le condizioni alloggiative precarie, la mancanza di reti parentali o amicali. Ci si avvicina spesso con una rappresentazione mentale del servizio sfocata, incerta ma che si vorrebbe come sostegno e prolungamento delle cure materne nel nuovo paese. Un luogo sicuro, tranquillo, protetto al quale affidare al figlio ma anche le proprie ansie e ridurre paure e dubbi. Si distinguono così due momenti: uno in cui i genitori e soprattutto le mamme immigrate hanno necessità urgenza di affidare il loro figlio per poter lavorare e un'altra in cui si rilassano comprendono che il bambino è al sicuro in un luogo a cui pian piano danno rilevanza educativa anche perché con la maggior fiducia si intensificano le comunicazioni tra servizio e famiglia. È in questa seconda fase che emergono dubbi, domande sui bisogni di cura e sulle scelte educative visto che ormai la sicurezza del luogo è data per scontata e il benessere del figlio confermato ogni volta che questo torna  a casa. Ci si può quindi soffermare sulla qualità delle relazioni del piccolo, sui traguardi della sua autonomia e quindi la possibilità concreta di pensarsi genitore in un contesto diverso in relazione ad altri partner educativi. Così da luogo incerto, dai confini confusi l’immagine del nido diviene sempre più nitida; un servizio nel quale trovare risposta ai quotidiani bisogni di cura e di protezione. Così come cambiano le rappresentazioni delle famiglie immigrate nei confronti del nido cambia anche l’immagine che il servizio si è fatto su quella famiglia quindi si giunge ad una vera e propria alleanza educativa: dare spazio all’ascolto e all’osservazione di riti e gesti che rassicurano i piccoli, sedimentano abitudini, consolidano ancoraggi e riferimenti. Attraverso questo tipo di feedback si restituisce alle famiglie una comunicazione basata sul rispetto che si traduce in tranquillità. All’inizio si tende a “non voler fare brutta figura” perché si teme di essere considerati diversi quindi discriminati: le informazioni che i genitori immigrate forniscono all’asilo sono quindi stereotipate, condizionate. In genere però si tratta di paure e timori che col tempo vengono superate.
Ogni famiglia è un mondo culturale singolare e unico, qualunque sia la sua storia. Così come è impossibile catalogare comportamenti, emozioni, atteggiamenti dei genitori e dei bambini italiani come se fossero un gruppo omogeneo allo stesso modo non è possibile farlo per le altre culture. Per rendere il multiculturalismo una scelta pedagogica quotidiana, una prassi della società reale occorre fare attenzione, affinare lo sguardo e avere flessibilità di azione e pensiero: i genitori stranieri devono essere messi nella condizione di condividere con gli autoctoni il ruolo sociale di genitore insieme ad altri genitori e non essere relegato in quello di emigrato, appartenente ad un'altra cultura.
di Barbara Reanda
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