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Il sistema del latifundum

In epoca ellenistica si produce una rottura: possiamo collocarla in Grecia già a partire dal III secolo a.C. Si afferma allora un’organizzazione totalmente diversa nella quale lo schiavo ha un ruolo totalmente nuovo. Ormai esso non è più al servizio delle famiglie di proprietari ma è integrato in unità di produzioni che implicano al contrario la rovina e l’espulsione di queste famiglie: l’ampiezza di questa rottura è accentuata da un altro mutamento: non cambia solo la funzione dello schiavo, cambiano anche i numeri: nel quadro delle gradi guerre che caratterizzano quest’epoca, vengono gettate sui mercati quantità di schiavi senza paragone con la situazione precedente. In Italia l’economia viene profondamente sconvolta da questa rivoluzione. Nelle campagne, la piccola proprietà contadina tradizionale viene confinata nelle zone interne e settentrionali della penisola: la terra vi è lavorata dal proprietario con l’aiuto di alcuni schiavi o salariati stagionali; si tratta anzitutto di un’economia di autoconsumo. In Sicilia e in Italia del sud predomina il sistema del latifundum, immense proprietà lasciate all’allevamento intensivo o lavorate da umili contadini che pagano un canone: tra essi molti sono schiavi. Tuttavia il settore agricolo dominante è il sistema della villa. Questi due modi di sfruttamento complementari, largamente basati sul lavoro degli schiavi modificano radicalmente la situazione delle campagne di circa 2/3 della penisola, emarginando o facendo scomparire i piccoli proprietari e sostituendo a un’economia ancora ampiamente orientata verso l’autosussistenza, un’intensa commercializzazione dei prodotti. Questa rivoluzione dell’organizzazione produttiva riguarda anche l’artigianato. Lo schiavo si trova dunque al centro di un profondo cambiamento economico: la nuova organizzazione del lavoro fa di lui nelle manifatture, un semplice ingranaggio in un processo produttivo che gli sfugge completamente. Un secondo principio essenziale governa l’organizzazione del lavoro: la standardizzazione. Nel quadro del modo di produzione schiavistico, lo schiavo è dotato di una notevole efficienza. È integrato in un’organizzazione che lo priva di ogni iniziativa: la sua dimensione umana è definitivamente cancellata ed egli viene trasformato in una macchina sprovvista della forza che caratterizza le moderne macchina, ma dotata di un’abilita di cui esse sono sprovviste,. Questa trasformazione radicale dell’organizzazione del lavoro è una conseguenza della fine del modo di produzione schiavistico, fenomeno che si compie nel II secolo d.C.
di Alessia Muliere
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