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Internazionalizzazione

Internazionalizzare vuol dire espandere le proprie attività economiche oltre i confini nazionali.

Grazie alla nascita delle multinazionali americane, le esportazioni sono state sostituite via via dagli IDE (investimenti diretti esteri) per difendere i propri vantaggi competitivi nei mercati europei.

Negli anni '70 prende piede la globalizzazione, dove per essa intendiamo il processo di espansione dell'impresa tramite il quale le attività della catena del valore sono frammentate e gestite su scala globale. Le diverse attività della catena del valore o vengono gestite da una sola società a livello globale o vengono gestite da più società tramite alleanze internazionali che permettono all'impresa di accedere a risorse complementari.

La formazione di queste reti lunghe porta a molti vantaggi:

1) creazione e sfruttamento di economie di scala;
2) creazione e sfruttamento di economie di ampiezza e di esperienza;
3) benefici derivanti da divari di produttività e costo dei fattori produttivi;
4) avere accesso a mercati geografici nuovi caratterizzati da risorse/competenze eccellenti e specifiche.

Vi sono 4 modalità di entrata in un mercato estero:

I. le esportazioni;
II. gli accordi contrattuali;
III. le joint venture;
IV. gli IDE.

I. le esportazioni. È la modalità più semplice e diffusa; le esportazioni nascono per diversi motivi: la società viene contattata da un cliente estero; oppure, lei stessa decide di sfruttare delle opportunità presenti in mercati esteri. In base al grado di controllo che l'esportatore vuole detenere e in base alle risorse richieste per effettuarle, vi sono 3 tipi di esportazione:
• esportazione “indiretta”: l'esportatore effettua una semplice transazione sul territorio nazionale poiché la vendita e la distribuzione sono affidate alla società estera. È un metodo veloce e a basso rischio per le imprese che non vogliono internazionalizzarsi o sono alla loro prima esperienza di contatto estero. L'impresa che esporta non ha nessun controllo sulla vendita o distribuzione e non recepisce informazioni inerenti i consumatori stranieri ed il mercato;
• esportazione “collaborativa”: l'impresa esportatrice stringe un accordo con un'altra impresa per la vendita e distribuzione dei suoi prodotti. È un metodo più rischioso rispetto al precedente; c'è un controllo maggiore sulle attività di vendita. L'impresa alla quale ci si appoggia è o un consorzio oppure un'impresa che ha un suo canale distributivo che mi conviene sfruttare;
• esportazione “diretta”: quando l'impresa possiede una sua organizzazione di vendita; metodo che richiede un investimento estero poiché l'impresa vuole un controllo diretto sulle attività di vendita e distribuzione e vuole raccogliere informazioni inerenti il mercato ed i consumatori.
Esempio. Geox per entrare in Giappone prima ha iniziato con il cedere in licenza il marchio ad una sua alleata; dopo, ha creato una sua filiale riducendo l'esclusività della licenza e aumentando il controllo.

II. gli accordi contrattuali. Essi sono utilizzati quando gli IDE sono impraticabili ed intendiamo: il mercato estero è troppo piccolo per giustificare l'investimento, il rischio paese è elevato, il paese non permette IDE in determinati settori (Esempio: in Cina ancora oggi non sono permessi IDE da parte di stranieri nei settori delle telecomunicazioni e dei media). Gli accordi contrattuali si dividono in:
• Contratti di produzione: viene data ad una terza impresa la responsabilità della produzione mentre tutte le altre funzioni aziendali rimangono in capo all'impresa prima. I vantaggi: la prima impresa rimane flessibile, ha controllo, non ha barriere all'uscita. Gli svantaggi: legati a comportamenti opportunistici dell'impresa estera e ad elevati effetti di spillover.
• Licensing: la prima impresa trasferisce a quella estera la tecnologia di prodotto – processo per produrre un determinato bene; quest'ultima può sfruttarla per produrre, pagando una somma alla stipula del contratto e poi delle royalties. Metodo usato maggiormente dalle imprese proprietarie di brevetti. Inoltre, chi si vede concedere la licenza potrebbe essere obbligato ad acquistare comunque un bene intermedio dal suo licensor. Svantaggi per il licensor: il licensee potrebbe appropriarsi della tecnologia e divenire un concorrente; i comportamenti del licensee potrebbero danneggiare l'immagine del licensor (ecco perché, nonostante i vantaggi, la società prima sostiene comunque dei costi di transazione per monitorare il rispetto del contratto).
• Franchising: metodo che prevede la gestione e vendita in capo al franchisee; il franchisee può utilizzare il marchio, ditta e format del franchisor pagando delle royalties. È un contratto usato maggiormente da imprese che si occupano di servizi; il franchisor può imporre degli standard di qualità ai quali il franchisee si deve uniformare.
 
III. Le joint venture. Esse vengono create quando si vuole trasferire all'estero una porzione di catena del valore senza sostenere i costi e i rischi legati ad un vero e proprio IDE; una joint venture è un'entità che viene creata da più imprese che collaborano ed è usata per realizzare degli investimenti diretti. Vi sono 3 motivi per creare una joint venture:
• la joint venure con la società estera è l'unico modo per entrare nel mercato estero;
• avere accesso a risorse e competenze della società estera (come i canali distributivi o la conoscenza dei mercati);
• la joint venure potrebbe essere la via principale se vi sono alti rischi legati all'insediamento e quest'ultimo ha un tempo di ritorno troppo elevato. Per rischi intendiamo: il paese soffre di instabilità politica – economica oppure la risposta del mercato ad un'entrata diretta non è certa.
Le joint venture, se create correttamente, sono il metodo più usato nei mercati emergenti; molte volte, però, falliscono perché vi sono difficoltà nel lavoro congiunto. Se viene superato il primo periodo, dove i due partner si conoscono e si adattano, il periodo stabile di una società è di 3 – 5 anni; dopo, l'interesse dei due partner scema. Per evitare che ciò accada, le due società devono rivitalizzare la loro partnership e allargare la cerchia degli obiettivi da raggiungere.

IV. gli IDE. Sono investimenti fatti direttamente all'estero in termini di stabile organizzazione, impianti di produzione, uffici commerciali (Esempi: Luxottica, Stavanato Group). Si ricorre ad esso quando si vuole mantenere un controllo ferreo sulla propria catena del valore e non correre rischi di opportunismo. Gli IDE possono essere:
• Greenfield: cioè costituisco ex novo una consociata estera;
• Brownfield: cioè compro una società estera già esistente.
A differenza degli IDE brownfield, quelli greenfield comportano alcuni problemi: bisogna rispettare le norme inerenti la costruzione degli impianti e degli standard di sicurezza da rispettare; la fase più critica è data dalla gestione ed integrazione delle risorse umane.


di Adriana Capodicasa
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