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La curia romana a inizio 500

All’inizio del Cinquecento il dramma della Curia romana parla da sé. La corte del papa è uno dei segni dei tempi: è una corte principesca per la sua ricchezza e per il suo splendore, alla pari se non superiore delle principali corti d’Europa. Lo spirito che vi regna non è certo lo spirito del Vangelo: vi prevalgono il sentimento estetico, il culto degli ideali profani attraverso la rievocazione dell’arte classica e dei suoi contenuti mitologici; ne sono esempi papa Alessandro VI, Giulio II e Leone X. Nel 1513, subito dopo l’elezione di Leone X, due monaci camaldolesi inviarono al papa una proposta per la riforma della Chiesa: il Libellus ad Leonem X. Si trattava di una serie di indicazioni originalissime, in cui la Chiesa di Roma veniva esortata a ripensare l’opera di evangelizzazione tenendo conto del nuovo scenario creatosi con la scoperta dell’America. Il Libellus aveva il coraggio di mettere a fuoco i mali della Chiesa: innanzitutto lo scandalo dato dal clero e dai religiosi con la loro vita, e insieme il comportamento dei papi e dei cardinali della Curia, i quali pensavano agli interessi di famiglia e avevano fatto di Roma uno scandaloso lupanare. Il Libellus proseguiva nel denunciare la radice del male: essa consisteva nell’ignoranza dei religiosi e del clero (molti sacerdoti non erano in gradi di leggere il latino dei testi liturgici), nella superstizione dilagante nel culto e in tutte le sfere della vita pubblica e privata, nel disinteresse dei laici per l’istruzione religiosa. Seguivano le proposte positive tra cui va ricordata la riforma della teologia, in modo da avere come riferimento costante la Bibbia e ai Padri della Chiesa; del tutto ardita era l’idea di fare una traduzione in volgare della Sacra Scrittura, secondo la tradizione dell’antica Vulgata e di impiegarla nella liturgia. Purtroppo non mancavano alcune ambiguità: non si dubitava di dover fare uso della forza, se necessario, contro ebrei e musulmani. Il Libellus non ebbe alcuna risonanza, ma di li a poco le proposte formulate sarebbero diventate realtà. Ecco il punto cruciale di Leone X: gli rimane inavvertito il dramma della riforma di Lutero che sta per travolgere la Chiesa e l’Europa cristiana. Nel 1514, nella sessione IX del concilio Lateranense V, si verificava una singolare coincidenza. Mentre si proponeva una riforma della chiesa in capite e in membris, si concedeva ad Alberto di Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo e amministratore di Halbertsadt, la dispensa per aggiungere il vescovado di Magonza, politicamente più importante dell’impero, ai due che già possedeva: un cumulo di dignità ecclesiastiche del tutto inusitato anche per la Germania. Per la dispensa e per il pallio occorreva pagare un’ingente somma, a cui si poteva provvedere mediante la vendita dell’indulgenza a favore della basilica di S. Pietro: fu la scintilla che fece esplodere la riforma. Quando Leone X moriva, nel 1521, la Germania era quasi tutta in fermento e ormai schierata dalla parte di Lutero.
di Alessia Muliere
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