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La rinnegazione


Ultimo reato è quello dei Rinnegati/renegados, (terminologia del Sant'Uffizio, con connotazione negativa) i rinnegati sono coloro i quali hanno abiurato la fede cattolica, sono quindi cattolici battezzati e da questa fede sono passati ad un'altra. Si chiamano rinnegati "apostati" cioè quelli che sono diventati prima di tutto musulmani (la maggior parte), ma anche luterani e calvinisti. La maggior parte del problema dunque riguarda il passaggio all'Islam, perché numericamente è la quantità più consistente di casi che li riguardano.
Il problema dell'antecedente dei rinnegati è quello dei "moriscos" (christianos nuevos de moros) uomini precedentemente mori (musulmani) e poi convertitisi, esattamente come i "conversos" (christianos nuevos de judios) uomini precedentemente ebrei. Entrambi alla stessa stregua, sono le due componenti più consistenti dell'attività del Sant'Uffizio per tutto il '500 e nei primi del '600. Il Sant'Uffizio se ne occupa in successione, perché il problema degli ebrei si pone all'origine, prima. Il Tribunale spagnolo nasce infatti in seguito al decreto sui conversos e poi si sviluppa nei vari decenni, con il problema dei moriscos. Esso nasce perché il 1492 è un anno chiamato dagli storici "annus mirabilis", cioè anno stupefacente perché in quest'anno succedono delle cose tutte insieme che avranno delle gravi conseguenze nei secoli successivi. In ordine cronologico: 1° gennaio 1492 avviene la firma delle "capitulaciones" tra Ferdinando e Isabella e l'ultimo re del regno di Granada, Boabdil, il quale nel dicembre del 1491 si era arreso. C'è stato quindi nel 1491 l'atto finale della reconquista, che risale ad alcuni secoli prima e fa sì che man mano si prenda possesso della penisola iberica, scacciandone i numerosi re saraceni, l'ultimo dei quali appunto Boadbil. Si parla di "resa" del regno di Granada proprio perché il re si arrende, il regno non viene vinto, non è sconfitto sebbene il lungo assedio, non si conclude con le armi vittoriose dei re cattolici che entrano dentro Granada. Probabilmente, se fossero entrati dentro Granada, tutti i musulmani presenti sarebbero stati considerati prigionieri di guerra e li avrebbero schiavizzati. Dal momento che non fu una vittoria, ma ci fu una resa comporta il fatto che le "capitulaciones" firmate sono estremamente favorevoli all'ex regno di Granada che diventa suddito delle nuove maestà cattoliche, ma a cui viene concesso di mantenere il proprio governo, la propria amministrazione (anche giudiziaria), si consente di mantenere la propria lingua e di professare la propria religione. Sono degli accordi molto favorevoli perché i reali cristiani volevano convincerli a restare nella penisola. Ciò nonostante, viene concessa la possibilità di lasciare la Spagna. Questa opportunità verrà colta al volo dal Re e dalla sua corte: in 4.000 lasciano Granada, andando verso il Nord Africa. Gli altri rimangono perché hanno avuto le garanzie che tutto sarebbe rimasto come prima.
Questo non significa che il re non abbia intenzione di farne dei buoni cristiani, perché c'è sempre questo elemento della conversione all'interno della conquista. C'è sempre un intento evangelizzatore, che viene rappresentato in maniera molto persuasiva da un grande arcivescovo di Granada, Hernando de Talalera, che cerca di attrarli alla propria religione attraverso per esempio invitandoli alla messa, dicendo alcune frasi in arabo oppure invitandoli a partecipare alle feste religiose, alle quali essi partecipano con le loro musiche, canti; inoltre si fa il primo catechismo in arabo. C'è questo tentativo da parte dell'arcivescovo perché comprende che l'evangelizzazione passa per il veicolo della lingua.
Questa situazione si protrae per alcuni anni, finché nel 1499 Ferdinando e Isabella arrivano a Granada e restano del tutto sconvolti dal vedere la città interamente musulmana, dove tutto si svolge ancora come se la conquista non si fosse realizzata. Cambiano allora arcivescovo, che diventa Francisco Ximenes de Cisneros, confessore della regina Isabella; i confessori dei reali avevano un grande ascendente su di loro, erano le persone più vicine alla coscienza del re e della regina. Cisneros è un uomo molto intransigente e comincia a fare repressioni che arriveranno fino al rogo dei libri arabi, raccolti nella piazza principale di Granada e darà alle fiamme. Non brucia tutti i libri, perché toglie i libri di matematica, astronomia, filosofia, medicina e se li porta in un luogo dove sta costruendo un'università. Questi libri diventeranno un nucleo molto importante dell'università da lui fondata, ad oggi una delle più prestigiose della Spagna. Brucia tutti quelli di religione. Di fronte a questa stretta su tutti gli aspetti della cultura e delle abitudini quotidiane degli abitanti di Granada, nel 1499 c'è una piccola ribellione di uno dei quartieri più popolari di Granada, Albaicin: da questo momento cominciano una serie di repressioni. Il problema della rivolta è di lesa maestà, perché ci si rivolta contro il re. Nel caso della rivolta di Albaicin, invece è meno grave come invece sarà la rivolta successiva. Certamente, dopo il 1502, come risposta alle rivolte, cominceranno i battesimi forzati: essi sono resi obbligatori perché secondo un decreto di quell'anno, chi non si battezza deve lasciare il regno. Tutta la gente che non vuole andar via da Granada perché lì ha tutta la propria vita, si battezza. In poco tempo si battezzano 50.000 persone, una vera e propria ondata di battesimi forzati. C'erano anche stati battesimi prima, perché con la fine della Reconquista, molte persone dei territori ex saraceni che sono diventati cristiani, si convertono anch'essi anche spontaneamente, dal momento che si trovano in un territorio cristiano e ritengono che sia una buona cosa aderire alla fede del vincitore. Alcuni di questi che si erano convertiti precedentemente al 1492, hanno partecipato alla reconquista come soldati dei cristiani. C'è un fenomeno di conversioni volontarie, alcuni risalenti a molte generazioni precedenti, e c'è un fenomeno di conversioni forzate. Bisogna tenerle in considerazione entrambe, perché i moriscos non sono tutti uguali: quelli che si sono convertiti prima del 1491, hanno spesso incarichi nell'esercito del re o nella corte e sono perfettamente integrati nella società spagnola. Quelli che invece vengono battezzati a forza, rappresenteranno un problema perché in seguito al decreto, le chiese si affollano di persone che vengono battezzate tutte insieme, con dei rami di mirto, come avveniva sulle navi degli schiavi. Gli africani che subiscono questo tipo di battesimo, pensano che sia un rito magico per ridurli in schiavitù, che sia quindi da questo rito da cui parte la schiavitù, quindi non avevano neanche idea e considerazione di cosa fosse il battesimo. Quando qualcuno di questi battezzati a forza si converte e chiede di essere battezzato, la Chiesa risponde dando il battesimo "sub-conditione", con una formula particolare di battesimo che dice "se non sei stato ancora battezzato, ti battezzo io nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo" (il battesimo è un sacramento che viene fatto una sola volta ed ha effetti anche a prescindere dalla volontà di chi lo riceve, tanto che lo possono ricevere i neonati); la Chiesa quindi sa che c'è questo problema del "doppio battesimo" che non può sussistere e dunque escogita questo particolare sistema per aggirare il problema. Molta di questa gente viene battezzata senza essere stata prima indottrinata. Ciò fa sì che i cristiani giudichino continuamente della sincerità di queste conversioni, perché suppongono che le conversioni non siano state sincere, anzi siano state palesemente opportuniste e di conseguenza, i moriscos siano "falsi cristiani" che all'esterno professano la religione cattolica ma che, all'interno continuano a professare quella islamica. All'esterno e all'interno significa pure in pubblico e in privato: in pubblico i moriscos sono obbligati a presenziare la messa o alle processioni, ma nelle loro case in privato continuano ad essere islamici. C'è una componente di dissimulazione dei cripto-islamici. Quando i cristiani accusano i moriscos di dissimulazione, ovviamente non è un'accusa che vale per tutti.
Vi sono tanti problemi alla radice della difficoltà della conversione dei moriscos; il principale è quello della lingua: i moriscos continuano a parlare arabo, che però non è un arabo classico o delle reggenze del nord Africa, ma è un arabo corrotto dal castigliano, parlano un miscuglio di arabo e spagnolo che contiene la maggior parte di vocaboli arabi e anche i caratteri della scrittura. I moriscos quindi hanno già una difficoltà di tipo linguistico per comprendere gli evangelizzatori. Ci sono poi altre difficoltà che attengono al modo in cui la religione islamica intreccia strettamente convinzioni religiose e pratiche non solo culturali o devozioni ma anche -: dal punto di vista religioso, per essere un buono musulmano ci sono degli obblighi da rispettare: per diventare musulmani, basta esprimere la propria adesione attraverso una formula che consiste nell'alzare il dito indice della mano destra disteso verso il cielo e recitare la formula verbale "non c'è dio di Allah e Maometto è il suo profeta"; le regole per il credente consistono nella recita della preghiera ogni giorno, non solo nelle ore stabilite ma rispondendo al richiamo di - che reclama la preghiera, possibilmente nella Moschea, si deve fare con il corpo rivolto in direzione della Mecca, seduti per terra; la circoncisione per i maschi, come nella religione ebraica; digiuno rituale ogni anno (Ramadan dalla prima stella del mattino fino al tramonto) con una data diversa ogni anno, che si basa sul calendario lunare; viaggio alla mecca altro importante principio, il cui si può anche non fare se non c'è la possibilità, ma si deve sostituire con un viaggio in una più vicina città santa; le elemosine che si danno ai più deboli.
Nessuno controlla l'adempimento di questi obblighi. Questo è molto importante ed è la differenza discriminante con la religione cattolica, dove ci sono i preti che controllano gli obblighi e sanzionano chi non li rispetta. Nella religione musulmana non c'è nessuna struttura che sovraintende al controllo dell'adempimento degli obblighi del credente. Da questo punto di vista, questo è pericolo perché si è nell'età della riforma e se c'è una religione, come l'islam, che non controlla i fedeli, significa che il rapporto del credente è direttamente con Dio, per il tramite del suo libro, il Corano e non per il tramite della Chiesa. Proprio nell'epoca della riforma, in Germania Lutero enfatizza il danno che l'apostasia all'islam comporta.
C'è una parte precettistica, e poi ci sono varie regole di comportamento che sono di tipo elementare: come gli ebrei, i musulmani non mangiano carne di animali con il sangue, perché questo è considerato vitale e va tolto. Esistevano infatti macellai che svolgevano questo lavoro di pulizia del sangue, e l'azione si chiamava "degollar a la morisca" cioè tagliare la gola alla moresca, come fanno i mori; inoltre essi non bevevano e non producevano vino, che è stigmatizzato dal corano (in realtà poi lo bevono); usano l'enné, cucinano e si vestono in maniera diversa; hanno musiche e festività con cui esprimono la loro diversità e questa per esempio si vede dal fatto che mangiano carne il venerdì. Il fatto che un cristiano mangiasse carne il venerdì, poteva essere considerato un segno di apostasia. Il fatto che i moriscos mangiassero carne il venerdì, veniva considerato come un segnale della loro non sincerità. Tutti questi sono elementi di vaga provenienza religiosa e sostanzialmente di costume e di tutto questo nella Spagna di allora se ne fa un fascio, per il fatto che ci fossero minoranze che si comportavano in maniera diversa, perché era segnale della loro non sincerità.
Cominciano una serie di misure restrittive solo a partire dal 1526, quando Carlo V discendente di Ferdinando e Isabella che avevano firmato le capitulaciones, viene esonerato dal papa dall'obbligo di far rispettare le capitulaciones. Nella misura in cui il re successivo vuole rimangiarsi la parola, c'è un giuramento che deve essere sciolto solo dal papa. Il papa può sciogliere il giuramento delle capitulaciones e, a partire dal 1526 cominciano una serie di restrizioni tra cui quella che l'idea, l'intenzione di Carlo V di far intervenire il Sant'Uffizio contro i moriscos. Spesso c'è la possibilità di negoziare con le intenzioni dei reali, perché i maggiorenti (le personalità più importanti e ricche della comunità morisca) offrono soldi a Carlo V perché dilazioni l'applicazione del decreto di 40 anni e Carlo V lo concede.
Quindi: Carlo V si fa sciogliere dal papa dall'impegno a non rispettare le capitulaciones, vuole le conversioni forzate e vuole che sia il Sant'Uffizio a sovraintendere ai loro errori di fede, dunque si rimangia tutto quello che aveva detto il padre; questo è potuto accadere solo grazie al fatto che è intervenuto il papa a liberarlo dal giuramento. Fatto ciò, Carlo V può procedere in questa sua repressione dei moriscos qualora vengano trovati apostati e vuole far intervenire il Tribunale. I maggiorenti dei moriscos dunque vanno dal Re, chiedendo tempo di abituarsi e convertirsi al cristianesimo; chiedono 40 anni di tempo e in cambio essi danno denaro al Re, in pratica chiedono una dilazione della misura (non la sospensione). I moriscos quindi hanno ancora 40 anni di tempo per potersi abituare alla nuova religione. In questi 40 anni è in corso una politica di "castiglizzazione" perché si cerca di imporre il costume, la lingua, le leggi e l'uniformità sociale e religiosa. Sono anni di relativa tranquillità.
In questi anni continua lo sforzo di evangelizzazione dei moriscos; vengono offerte delle indulgenze per chi si è macchiato di peccati e c'è una politica portata avanti dal Re ma anche dalla Chiesa spagnola.
Tutto ciò però non soddisfa il nuovo Re di Spagna, Filippo II che nel 1567 emana una famosa pragmatica, in cui abolisce tutto quello che di "islamizzante" poteva esserci nel modo di vivere dei moriscos: non possono parlare arabo, non possono praticare le loro usanze, non possono mangiare, pregare in un certo modo, mettere il velo alle donne (che si usa in realtà per proteggerle dal desiderio di altri uomini, cosa utile alla pace sociale) eccetera, cioè tutto quello che riguarda la cultura e la religione dei moriscos deve essere cancellata. L'arabo in verità è la lingua dei cristiani d'oriente e non c'è dunque una identificazione tra lingua araba e islamica, nonostante tutta una serie di argomentazioni molto sensate fatte al re per dissuaderlo dal decreto, e sono argomentazioni che cercano di separare gli aspetti più rigidamente religiosi da quelli prettamente culturali, lui continua. Di fronte alla durezza della pragmatica di Filippo II del 1567, c'è una vera e propria rivolta a Granada: i moriscos insorgono, cominciano a irrompere nelle Chiese, profanano gli altari e le statue, maltrattano i religiosi. È una rivolta che dura 2 anni, per cui si parla di guerra di Granada, piuttosto che rivolta che invece si accende improvvisamente e poco dopo si spegne. I moriscos si organizzano tra di loro e, dopo una prima fase iniziale, si rinserrano nelle montagne vicine e si chiamano "alpujarras" perché diventa una sorta di guerra "partigiana", si danno alla macchia, fanno delle azioni di disturbo non affrontando l'esercito cristiano faccia a faccia, per la troppa disparità militare.
Ci vogliono due anni per scovarli, ci vuole una campagna militare molto impegnativa che il Re fa capitanare da un grande ammiraglio che si chiama Giovanni di Austria, lo stesso che dopo aver combattuto questa guerra di Granada, l'anno successivo, 1471, guiderà la flotta nella battaglia di Lepanto contro l'Impero Romano (l'ultima grande battaglia navale del mediterraneo). Arriva l'esercito che supera le varie azioni di disturbo, arriva in cima alle montagne e da lì, un ultimo gruppo di resistenti si butta dalla rocca.
Le conseguenze di questa guerra di Granada solo molto gravi per i moriscos: quelli che hanno partecipato alle battaglie, sono prigionieri di guerra e dunque schiavi poi venduti in tutti i mercati delle grandi città del sud della Spagna, tanto che questa improvvisa vendita di schiavi fa precipitare il prezzo; la conseguenza più grave è che da questo momento in poi, i moriscos non sono soltanto apostati, ma sono traditori del Re perché essendosi insubordinati, sono diventati colpevoli di lesa maestà. Prima si poteva discutere, perché si trattava di reati di fede mentre ora non si può più discutere perché si tratta del più grave reato esistente, quello contro il re (tradimento). Il tipo di misura che viene presa per condannare i colpevoli di tradimento: ci sono condanne a morte nei confronti dei capi dei moriscos, che vengono chiamati reucci, mentre per gli altri c'è una prima espulsione dei moriscos di Granada che vengono traslocati ma soprattutto dispersi nel regno di Castiglia. A Granada rimangono i moriscos che non avevano partecipato alla rivolta e gli altri spagnoli attratti da questo vuoto nelle professioni, nei commerci e istituzioni si sostituivano ai moriscos.
1468/70 sono gli anni in cui dura la guerra e, finita questa pagina, ricomincia coi moriscos restanti l'azione di evangelizzazione.
Il principale interprete dell'idea, della strategia che si fa strada negli anni '80 del Cinquecento di Spagna, che è quella della espulsione è l'arcivescovo di Valencia chiamato Juan de Rivera, figlio bastardo di un viceré, viene mandato fin da piccolo alla carriera ecclesiastica, quindi studia nell'università più prestigiosa della Spagna dove insegnano in modo molto severo i maggiori teologi dell'epoca; già a 29 anni viene nominato vescovo di Balacoz e, poco tempo dopo, nel 1568 diventa arcivescovo di Valencia (e lo sarà fino al 1611), regno molto grande e ricco, ma soprattutto regno con maggiore densità moresca. Questa concentrazione di moriscos rende la situazione molto complicata, perché i moriscos sono soprattutto contadini e vassalli dei signori feudali, i quali hanno una gran bisogno di questa manodopera poiché particolarmente pregiata. I signori feudali infatti reputano i vassalli e contadini come oro, perché questi lavorano sempre, non hanno vizi o distrazioni, non sperperano denaro e hanno capacità tecniche molto antiche della loro cultura, come le opere idrauliche e impianti agricoli specializzati. Una agricoltura irrigua però è pregiata perché prevede molti investimenti di comunicazioni di cannamele, infatti i moriscos sono bravi nel sistema di irrigazione che produce "las huertas", gli orti.

I moriscos inoltre vivevano nelle zone montagnose, più isolati proprio perché avevano scarse esigenze nei confronti degli stessi cristiani che non volevano andare a vivere in luoghi isolati e selvatici, per cui quando si tratta di comunità selvagge e isolate che non sono in rapporto coi traffici commerciali, si continuerà a parlare arabo fra loro: quando ci sono comunità così isolate piccole e povere, non c'è un parroco che possa avere il necessario per abitare in questi luoghi, dunque erano senza parrocchia. In assenza di parrocchie, erano scuola di dottrina, senza strumenti di evangelizzazione e senza pratica dei sacramenti. C'è sempre un rimbalzo di responsabilità tra chi dice che essi non sono stati bene evangelizzati e chi invece dice che, nonostante gli sforzi e le prove, il loro cuore è chiuso alla parola di Dio e dunque non si lasceranno mai convertire.
Comincia nel 1580 circa tutta una pubblicistica molto critica e contraria alla presenza dei moriscos in Spagna: essi erano virtuosi ma le loro virtù si trasformano in vizi, cioè vengono raccontati e descritti come se fossero dei vizi. Per esempio, non speculano denaro, quindi significa che sono "la spugna delle ricchezze del paese" nel senso che accumulano il denaro che non spendono e non lo mettono in circolazione; altra cosa che viene loro imputata è il fatto di fare più figli degli spagnoli cristiani e, soprattutto, muoiono di meno perché gli spagnoli a differenza loro, prendono i voti divenendo preti e frati oppure vanno in guerra, viaggiano nel nuovo Mondo. Per i moriscos, come gli ebrei, il nuovo Mondo era interdetto, per evitare che disseminassero con la loro presenza le loro eresie religiose.
Si comincia a declinare un'immagine negativa del morisco, e molte notizie di allora circolano ancora oggi.
Si crea una situazione in cui ci sono una serie di personaggi illuminati, che pensano che bisogna risolvere questo problema in modo pacifico, per esempio consentendo la "permixtio" cioè di mischiare moriscos e cristiani, è una politica che incentivi i matrimoni misti e quindi queste sono proposte coniugali; inoltre ci sono le proposte di togliere loro i figli, metterli nei collegi perché questi bambini sin da piccoli possano essere sottratti all'alimentazione che soprattutto le madri nell'età della prima infanzia impartiscono ai loro figli allattando. Nonostante il dibattito tra chi considera i moriscos delle "piante novelle" cioè a ci bisogna dare del tempo per crescere, affinché diano i frutti, e chi invece considera i moriscos come "alberi vecchi" che non hanno mai voluto dare i frutti: c'è un gioco della pubblicistica tra pareri favorevoli e contrari; sono molti di più i contrari. Ma tra i favorevoli ci sono i due confessori di Filippo II: egli infatti non sarà mai d'accordo con l'espulsione dei moriscos, di cui si comincia a parlare già con un Consiglio di Stato a Lisbona nel 1582. Vivo Filippo II, non si procederà mai all'espansione ma si procederà a campagne di evangelizzazione (piani per cercare di riconvertire).
Di fronte a un problema del genere, l'arcivescovo De Rivera avrebbe dovuto tenere informato il papa, che a sua volta era un estremo assertore della necessità di progredire all'evangelizzazione dei moriscos.
De Rivera propone tante cose come prendere i moriscos in schiavitù, metterli nelle galere, ecc trovando sempre una chiusura da parte del Re, finché nel 1609, con una operazione anche subdola, De Rivera scrive al Re che tutti gli insuccessi che la Spagna affronta in questo periodo sono tutti dovuti all'ira divina per il fatto che dentro la Spagna ci sono gli infedeli.
1588 c'era stato il fracasso dell'invincibile armata contro l'Inghilterra, ma finisce con una sconfitta; nel 1602 c'è un tentativo di passare Algeri ma anche qui sconfitta: tutte queste sconfitte militari, per Rivera, sono gli effetti dell'ira divina nei confronti del Re che non tiene la nazione "limpia" cioè pulita dall' "immondizia" dei moriscos. Il Re desiste dall'espulsione.
Nel 1609 invece il nuovo re, Filippo III che ha un confessore favorevole all'espulsione, decide di espellere i moriscos, per una serie di considerazioni di politica internazionale e dà il merito a Rivera; in realtà scarica la responsabilità su di lui di un atto che il Re assume per ragioni piuttosto di politica internazionale: è un momento negativo per i rapporti internazionali con la Spagna, essa deve fare un trattato con l'Inghilterra, trattato non favorevole per la Spagna, ma soprattutto con le Province Unite, cui cui c'era stata la guerra delle Fiandre, in cui la Spagna deve lasciare il governo di sudditi cattolici. È una dura sconfitta questa per la Spagna dal punto di vista dell'immagine, per chi ha sempre costruito la propria politica sulla difesa della fede.
Il Re Filippo III studia la possibilità dell'espulsione, Rivera dice che i moriscos sono "apostati", non può essere che vengano espulsi dal re per reato di fede, cioè l'apostasia, un reato di cui il papa dovrebbe occuparsi. Dunque si costituisce una campagna di opinione in cui i moriscos appaiono come traditori del re, in quanto "quinta colonna" dell'Impero Ottomano in Spagna; la quinta colonna è il nemico interno, cioè chi dall'interno della Spagna trama e complotta contro il nemico esterno, cioè il sultano di Instabul che però è lontano quindi per renderlo credibile si dice che i suoi emissari sono i corsari delle reggenze barbaresche con cui i moriscos sarebbero in contatto: intelligenza dei moriscos con i corsari delle reggenze barbaresche e con il sultano del regno del Marocco (più vicino alla Spagna).
I moriscos sono dunque traditori da questo punto di vista perché sono pronti a far trovare 150.000 uomini armati qualora arrivasse una flotta dall'esterno. Di fronte a questa minaccia il re deve cedere alle armi e espelle i moriscos: comincia con un decreto di espulsione del 1609, iniziando proprio dal regno di Valencia, regno dove c'è la maggiore affluenza morisca. Dopo di ché ci saranno altri decreti su altri regni, come quello di Castiglia dove in realtà non c'era bisogno di espellere i moriscos dato che essi erano lì dal 1570 quindi avevano già perso usi, costumi dei moriscos ma erano di fatto castigliani. Vengono anche espulsi dal regno di Mursia, ultima espulsione del 1614. Dal 1609 al 1614 i moriscos vengono espulsi: è una espulsione di 500.000 persone (mezzo milione), una cifra incredibile e spaventosa. I moriscos devono lasciare i regni entro 3 giorni, devono lasciar tutto e portare solo le cose addosso. Viene chiamato l'esercito e la flotta tutta per scortare i moriscos sulle navi dove li accompagneranno in Nord Africa dove molto spesso li gettano sulle coste e poi vengono assaltati dai beduini del deserto e vengono violentati, uccisi, finché il Re di Algeri non decide, con le prime ondate, di mandare dei soldati che li scortino fino ad Algeri.
Spesso i moriscos si installano a gruppi di comunità, infatti intere città di trasferivano assieme nello stesso posto, in Marocco, in Algeria, in Tunisia fino a Istanbul. Qui porteranno le loro conoscenze tecniche, per esempio quelle dell'agricoltura. Diventano mercanti di cuoio, di cui hanno il monopolio a Tunisi, e ricominciano a partecipare alla guerra da corsa, diventando famosissimi corsari. Che siano bravi corsari lo si può immaginare dal fatto che vanno soprattutto a razziare le coste spagnole, a loro ben conosciute. I più famosi corsari del Mediterraneo di questo periodo provengono tutti da una città chiamata Ornacios, perciò sono gli "ornacieros" che si installano tutti a Salè, città del Marocco dove creano una repubblica corsara. Da Salè la guerra da corsa raggiungerà non solo le coste del Portogallo e Francia, ma raggiunge l'Inghilterra dove spogliano una serie di porti, e raggiunge anche l'Islanda e perfino la penisola di Terranova (Canada).
I moriscos quindi diventano famosi corsari ritornando ad essere musulmani. Quando fanno la guerra da corsa, significa che in nave battono le coste del Mediterranei dove incontrano i corsari cristiani, che spesso li catturano. Quando li catturano, li portano davanti al Sant'Uffizio che li giudica come "rinnegati": moriscos che non sono stati creduti della loro conversione al cristianesimo, anzi sono stati cacciati da uno stato cristiano; poi di nuovo catturati e giudicati dal Tribunale per una cosa di cui comunque la Spagna è stata complice a creare, ovvero il ritorno alla loro religione musulmana (il Tribunale, per condannare i rinnegati, avrebbe allora dovuto credere alla loro conversione all’inizio e non li avrebbe dovuto espellere).
Una volta tornati in Nord Africa ad essere musulmani, una volta che sono "in corsa" quindi corsari, una volta catturati dai cristiani corsari, vengono ridotti in schiavitù e condotti di fronte al Tribunale come rinnegati, perché è noto che, essendo stati battezzati, si tratta di apostati.
Nei confronti dei "rei", i rinnegati sono cristiani battezzati che per una serie di ragioni della loro esperienza, si sono trovati a ripudiare, abiurare la religione cristiana per aderire e convertirsi ad altre religioni. Per lo più, i rinnegati di cui si parla sono convertiti all'islam, ma non è sempre così perché ad esempio ci sono cristiani che, durante le lotte religiose, in Europa sono diventati calvinisti e anglicani o, ancora, c'è il caso di un ebreo che diventa cristiano, poi diventa turco, quindi torna ebreo e infine torna cristiano.
I passaggi di religione sono qualcosa di estremamente consueto in questo periodo, anche per la mobilità geografica: una persona si sposta da un posto a un altro, spesso per sempre e quindi finisce per aderire ed inserirsi nel contesto che lo ospita. Quando si parla di rinnegati, si parla di una categoria di rifinizione del Sant'Uffizio. Per il Tribunale rinnegare la fede è un peccato/reato: peccato nel foro della coscienza e reato nel foro esterno.
Stante che la maggioranza sono cristiani che diventano musulmani, la provenienza di questo contingente è dei moriscos: coloro i quali vengono considerati "cristiani nuovi" e vengono espulsi tornando quindi all'Islam, vanno in corsa contro i cristiani e quando vengono presi dal Tribunale, vengono inquisiti perché hanno abiurato.
Molti dei rinnegati sono moriscos, che poi diventano corsari e vanno nelle coste spagnole sia per spirito di vendetta sia perché conoscono la zona. Non è questa la categoria più importante, perché il fenomeno dei rinnegati ha una sua matrice particolare, legata alla guerra da corsa: essa è un'impresa con caratteristiche economico-militari, militari perché sono azioni di guerra; economiche perché andare in corsa è un buon affare per tutti i secoli dell'età moderna. Infatti, come affare, coinvolge tutta una serie di persone: gli armatori, cioè i proprietari/ padroni delle navi e delle imbarcazioni; per armare e mettere in corsa una imbarcazione ci vuole un finanziatore, colui che investe del denaro per sopperire alle necessità dell'equipaggio, per pagare i soldati che devono essere sfamati; infine ci vuole un raìs, il capo-ciurma dell'equipaggio che è composto da schiavi messi al remo e da salariati, quelli che svolgono alcune funzioni. I soldi dunque servono per armare la nave e per imbarcare l'essenziale, perché le navi da corsa sono navi leggere, non portano cannoni come invece le galere o i galeoni, non hanno ponte e non hanno niente in stiva se non il necessario per sfamare l'equipaggio durante le crociere, cioè la durata della corsa che dura da maggio ad ottobre (6 mesi). Il cibo a bordo deve essere leggero e non deperibile perché deve durare 6 mesi: sardine salate, salumi di tonno, biscotto (pane senza lievito) che indurisce senza ammuffire e che al momento giusto può essere diviso con l'equipaggio.
L'unica cosa che prende spazio in navi simili, dove è importante che siano tanti uomini, è l'acqua potabile che si trasforma negli otri (botti) e che quando finisce, obbliga le navi a fermarsi per fare "l'acquata" cioè ci si ferma all'acqua dei corsari, luogo in cui i corsari si fermano per rifornirsi di acqua. Sono luoghi conosciuti da marinai e però rappresentano un elemento di fragilità, debolezza, perché devi fermare la nave far scendere le scialuppe e prendere l'acqua. È un momento in cui, contro i corsari, la popolazione del luogo può avere una reazione.
L'affare delle corse viene legalizzato davanti a un notaio: il finanziatore/i e il rais vanno dal notaio e descrivono i loro investimenti (chi investe cosa) e, in base a quanto investono, anche come divideranno i loro profitti. Nella divisione del profitto, il primo di tutti è quello che va al Re, e il profitto si chiama "il quinto": il Re guadagna dall'impresa corsara, dove poi guadagneranno in proporzione tutti, dal capitano al singolo soldato imbarcato, perché la parte del bottino è divisa per tutti. È una impresa economica, legale, autorizzata, riconosciuta, tutti cercano di fare questo tipo di imprese, è vista di buon occhio da tutti i governanti poiché la corsa serve per pattugliare delle coste molte lunghe e non protette da soldati né dalla marina: una volta che si sa che certe acque sono battute dai corsari cristiani, quello è un elemento di tranquillità per le popolazioni e per la nazione di appartenenza.
Dopo l'arrembaggio e dopo aver catturato una nave intera piena di mercanzie, passeggeri ecc, la crociera si interrompe e si ritorna nel porto di provenienza; una volta arrivati, la prima cosa che si fa, dopo l'esultanza della popolazione, è l'arrivo di funzionari della dogana, incaricati di fare l'inventario di tutto ciò che è stato preso. Dall'inventario, viene subito tolto il "quinto" del bottino che appartiene al re del posto. Tutto questo avviene in maniera identica, tanto per i paesi cattolici quanto per i paesi nord africani: c'è una forte reciprocità nella corsa mediterranea, e quindi nella schiavitù: i musulmani si comportano verso le navi e passeggeri cristiani esattamente come i cristiani si comportano nei confronti delle navi e passeggeri musulmani, non ci sono buoni o cattivi, perché tutti sono buoni se si assume la logica del tempo, sono oneste persone che fanno gli affari loro e tutti sono buoni, se si assume la logica di ora, per cui andare in corsa, aggredire navi e prendere prigionieri lo reputiamo un comportamento cattivo.
Di fronte a fatti di questo genere, parliamo di pirateria: è una corsa non autorizzata, i pirati sono quelli che vengono chiamati a ragion veduta "i briganti/ ladroni del mare", e se non trovano nulla perché non trovano navi nemiche, fanno razzia nelle stesse coste cristiane. Se vengono beccati, vengono puniti di conseguenza. La corsa è legale mentre non lo è la pirateria. I pirati, ma anche i corsari, giocano l'arma della sorpresa, quindi possono avere ragione militarmente. Tra i beni saccheggiati nelle navi troviamo anche uomini e donne.
Il viaggio in mare è il più sicuro rispetto a quello sulla terra, anche quello più veloce, per questo per mare si muovono tanti, soprattutto mercanti, diplomatici che vanno in missione diplomatica, traduttori. Le persone poi vengono ridotte in schiavitù e venduti come schiavi, nella pubblica piazza dove la merce umana è esposta, poi viene assegnato un prezzo dal banditore in base alle caratteristiche delle persone: prezzo più alto se si tratta di giovani, di donne e altissimo se si tratta di bambini, più basso se si tratta di vecchi. Le donne non vengono vendute in piazza, ma vengono portate in una casa privata dove vengono vendute più riservatamente, dal momento che quando si vende una persona, bisogna guardare da vicino cosa si compra. Gli schiavi vengono denudati, poi vengono guardati i denti come indicatore della salute e le mani per una ragione intuitiva perché le mani dichiarano l'appartenenza sociale dello schiavo (mani morbide, famiglia agiata perché non si fa nessun lavoro manuale) ma anche per una ragione legata all'epoca perché dalle mani si legge il futuro, quindi venivano osservate le mani per capire la personalità dello schiavo (se ribelle o tranquillo o ad esempio se lo schiavo è angosciato e depresso e potrebbe facilmente suicidarsi), è una sorta di chiromanzia che viene praticata.
Il miglior offerente utilizza poi gli schiavi per uso domestico oppure per lavorare in agricoltura o ancora, se li compra un rais, li porterà con sé come remieri, dal momento che gli schiavi sono il motore delle marinerie europee. Il Re invece utilizza gli schiavi per le sue galere, ma anche per i "lavori pubblici" (erigere mura, fare fossi, lavori nel regno). Gli schiavi del Re vivono nei "bagni": il bagno è la residenza degli schiavi pubblici, il luogo dove gli schiavi vengono condotti la sera, dopo una giornata di lavoro ed escono la mattina, incatenati al piede per una giornata di lavoro. I bagni sono grandi capannoni, nel più grande bagno di Algeri ci stavano 20.000 schiavi nei primi decenni del '600.
Le donne vengono guardate perché devono essere apprezzate, vengono portate in una casa privata, dove un pubblico minore di compratori, solo quelli interessati, le comprerà. Vengono utilizzate per il servizio domestico o come concubine se sono giovani e belle.
[schiavitù femminile nelle reggenze barbaresche] Il musulmano può avere anche 4 mogli e un numero indefinito di concubine, in base alla possibilità di mantenerle tutte alla stessa maniera. Quando le schiave diventano concubine del padrone, capita frequentemente che facciano dei figli. Nel diritto islamico non c'è nessuna differenza tra figlio naturale e figlio legittimo. Nelle società barbaresche, il figlio naturale del padrone con la sua schiava che diventa concubina, diventa figlio legittimo del padrone che vive coi suoi altri figli naturali.
Anche lo statuto della concubina cambia perché, mentre prima era una schiava e poteva essere venduta in qualunque momento, quando dà un figlio al padrone, anche la sua definizione cambia e non si chiamerà più schiava ma si chiamerà "madre del figlio" cioè colei che ha dato un figlio al padrone. Lo status della concubina migliora, sale di livello al punto tale che non potrà essere venduta, non verrà allontanata dalla casa e separata da suo figlio e inoltre, alla morte del padrone, verrà manomessa cioè sarà considerata donna libera, madre di un musulmano libero, suo figlio. La manomissione è l'affrancamento, cioè liberazione dalla condizione di schiavitù, restituzione di libertà. Ancora un'altra possibilità, abbastanza frequente, è quella che il padrone sposi una sua concubina ma questo è sempre preceduto dalla abiura della donna dalla religione di provenienza e della sua conversione all'islam. Questo succede anche tra gli uomini ed è quindi motivo per cui molti rinnegano e abiurano.
Siamo di fronte a una società, quella barbaresca, caratterizzata da una forte mobilità sociale (la gente cambia di condizione) e che non è ascrittiva, cioè non ascrive una persona ad uno status sin dal momento della nascita. La società barbaresca quindi non concepisce, come tutte le società europee, l'idea che chi nasce povero o miserabile, debba necessariamente morire nella stessa condizione in cui è nato, viceversa l'aristocratico è tale per nascita e così resterà sempre. Di contro, tutti gli altri sono umili, non nobili per nascita e non possono nobilitarsi: ognuno è prigioniero della propria posizione sociale, al contrario di quello che succede nelle reggenze barbaresche che sono meritocratiche (merito militare nella guerra da corsa, o della bellezza nel caso delle donne, o le capacità relazionali o il possesso di particolare expertise/capacità). Per la grande mobilità sociale, vi è un flusso volontario di persone che spontaneamente vanno nelle reggenze barbaresche.
La guerra da corsa insomma ha caratteristiche di reciprocità e la schiavitù ha caratteristiche di essere effetto di una cattura ma, nello stesso tempo, di essere anche qui reciproca: cristiani in mano a padroni musulmani e musulmani in mano a padroni cristiani.
Quando i cristiani vengono catturati, divengono "captivi" (termine latino per indicare i catturati).
Degli schiavi nei bagni si sa molto perché essi scrivono tanto. Esempio, lettera nel 1593 di uno schiavo siciliano Vincenzo di Caro, dove chiede alla madre di toglierlo da quell'inferno e trovare dei soldi per poter pagare il padrone e toglierlo quindi dalla condizione di schiavo. Chi è schiavo, si sente abbandonato perché la famiglia non ha più notizie; appena possibile, dopo molti mesi, lo schiavo scrive o fa scrivere una lettera per avvertire che è vivo ed è in un certo posto: è un segnale di esistenza in vita. Dopo di che, nella lettera viene raccontano il disagio in cui vive lo schiavo, la condizione di povertà, la fame, le malattie, è una continua lamentela per queste persone. Da una situazione di tale brutalizzazione della persona, si chiede di essere riscattati: è una cosa peculiare della schiavitù mediterranea, cioè il fatto che lo schiavo venduto può essere ricomprato dai suoi familiari, teoricamente allo stesso prezzo, ma in pratica ad un prezzo maggiorato di quello che il padrone ha speso per lui. Tutte queste lettere ritrovate infatti hanno come unico obiettivo quello di convincere i parenti a trovare i soldi. Altra cosa importante è la concezione religiosa della schiavitù: tutti dicono di essere in quella situazione per volontà di Dio, che non ha voluto fare loro il peggio, non li ha destinati cioè alla morte. Tutti pensano che sia una condizione che hanno meritato per i loro peccati, perché Dio li ha messi in questa situazione per purgare i loro peccati; per questa ragione l'atteggiamento di tutte le lettere è quello di avere pazienza nel sottoporsi alla volontà di Dio, è una convinzione generale. Molti scrivono lettere ma non hanno mai risposta.
Spesso nelle lettere si trova scritta la richiesta di comprare un altro schiavo musulmano e di scambiarlo con il richiedente: questo succede spesso quando i richiedenti sanno di parenti del loro padrone rimasti nei regni in Italia, quindi esiste la possibilità di riscatto quando si trova qualcuno da scambiare. La cosa più generale che succede invece è quella di mettere insieme i soldi oppure, se si è in condizione di povertà, di chiederli alla "deputazione del riscatto dei captivi" un istituto fondato a Palermo ma molto diffuso, un'associazione di misericordia e beneficenza che si occupa del riscatto dei captivi. Per il riscatto dei captivi esistono numerosissimi lasciti testamentali: quando uno muore ma ha cose da lasciare fa testamento e la prima clausola di tutti i testamenti è "per l'anima mia", cioè le cose che si fanno per la salvezza della propria anima, sono lasciti "ad pias causas", per cause pie, di religione. Prima di tutto, alla propria anima si lasciano messe, cioè denaro per celebrare messe in proprio onore, in suffragio della propria anima. Dopo l'anima, ci sono una serie di beneficenze che vengono fatte da tutti i testatori, a seconda delle loro preferenze e alla propria sensibilità: molte nobildonne ad esempio, lasciano soldi per dotare donzelle povere che, senza dote non sarebbero prese in spose, oppure vengono lasciati soldi per i malati, per gli ospedali, per l'assistenza ai carcerati.
I soldi lasciati dal riscatto dei captivi ci sono in molti testamenti del '500/600 e questo denaro è riportato tra le misure ad pias causas. Un'altra risorsa molto importante è che alcune corporazioni di mestiere, nei propri capitoli, mettono che raccoglieranno soldi per riscattare eventuali membri della propria arte. Ci sono anche Chiese che hanno piccoli fondi da utilizzare in questo modo. Il massimo è quello di chi dispone del denaro per il riscatto dei captivi ed è il maggiore organismo di redenzione del mediterraneo meridionale, assieme a due ordini religiosi, nati rispettivamente nel 1100 e 1200 per il riscatto: l'ordine di Santa Maria della Mercé e l'ordine della trinità (trinitari e mercedari) Dunque ci sono due ordini religiosi nati proprio per occuparsi del riscatto, istituzioni laiche e una miriade di iniziative private che comportano a strappare i captivi dalle braccia degli infedeli per restituirli alla Chiesa.
Il riscatto viene fatto per evitare l'abiura e quindi il riscatto diventa un business all'interno dell'affare della guerra da corsa: i barbareschi vogliono solo valuta pregiata, quindi solo oro o argento, monete spagnole e veneziane. La moneta deve essere raccolta e mandata; per trasferire l'enorme flusso di moneta pregiata che dall'Europa si riversa nelle casse barbaresche vi è il tramite delle lettere di cambio (una sorta di assegni), stipulate dai banchieri, che erano ebrei sefarditi, che erano stati buttati fuori dalla Spagna nel 1492 e che poi si erano insediati nelle città mediterranee con maggiore traffico mercantile (a Livorno furono particolarmente graditi e accolti dal Granduca di Toscana che ha consentito loro di avere le sinagoghe ecc, tanto di far parlare di Livorno come la nuova Gerusalemme). Sono proprio gli ebrei sefariti di Livorno che garantiscono questo traffico. Gli ebrei emettono le lettere di cambio, che i loro corrispondenti (sempre ebrei) insediati nelle coste barbaresche (Tunisi, Algeri, Fetz, Viserta) finanziano poi per il riscatto. Raccogliere denaro, cambiarlo e trasferirlo incide per il 30% del prezzo del riscatto, percentuale che va pagato in contanti entro 3 mesi. È dunque un affare redditizio nell'immediato e a breve termine, che coinvolge sempre più persone. Il riscatto è un grande affare sulla corsa, perché esso diventa una speculazione finanziaria, tutti lo fanno e ci provano, il riscatto quindi entra in tutte le transazioni commerciali che prevedono l'acquisto o vendita di beni, oltre che il riscatto dei captivi. Diventa un elemento dei prezzi, ad esempio di nolo delle navi: se devo affittare una nave, una parte del prezzo comprende il riscatto. Tanto è vantaggioso, che perfino i captivi lo usano: è apparentemente un paradosso ma serve a capire la capillarità del meccanismo: se uno dei captivi che ha fatto vendere ai parenti tutto ciò che aveva, ciò nonostante non raggiunge la cifra che gli consente di essere riscattato ma ne ha solo una parte, allora il captivo investe la sua parte nel riscatto di qualcun altro captivo, aiutandolo a riscattarsi e, una volta che questo torna nel suo paese, gli darà subito non solo quello che gli ha prestato ma il 30% in più: il riscatto diventa una componente del modo in cui i captivi provano loro stessi a mettere insieme il prezzo del riscatto. La maggioranza dei captivi di cui si ha notizia rimangono in schiavitù per 5 anni, ma c’è chi rimane 10, 20 anni.
La caratteristica di questa schiavitù è la temporaneità: si parla di schiavi per un determinato periodo di tempo, che è limitato. È una caratteristica inesistente nella schiavitù atlantica, quella degli africani che invece è a vita e per le generazioni successive.
Il fatto che si è schiavi a tempo determinato implica una piccola conseguenza, quella della reiteratività della schiavitù, cioè si può essere schiavi per più volte. Reiterare significa ripetere un'azione: chi viene liberato, torna nella propria città ma essendo di mestiere ad esempio un marinaio, torna in mare e ha quindi la possibilità di essere nuovamente preda dei corsari barbareschi. Sono frequenti i casi della doppia caduta in schiavitù.
Se questi schiavi non possono riscattarsi perché abbandonati dai parenti o comunque non hanno speranza di trovare da soli gli strumenti per riscattarsi, abiurano: ecco chi sono i rinnegati. Questa è la ragione per cui si cerca di riscattare immediatamente i bambini, per la stessa ragione per cui invece i barbareschi non li vogliono mollare, e per questo il loro prezzo alto. Il prezzo molto alto rende difficile il loro riscatto ed è fatto apposta perché i bambini sono merce preziosa, si convertono facilmente, imparano facilmente la lingua, si inseriscono in una società di cui poi faranno parte a pieno titolo. Per le stesse identiche ragioni c'è molta fretta a riscattarli. I bambini si trovano spesso nelle navi perché già a 8/10 anni vengono imbarcati come mozzi nelle navi.
C'era l'idea che un bambino imbarcato e arruolato molto presto, aveva la possibilità di "farsi il piede marino", cioè abituarsi a stare sulla nave.
di Federica Palmigiano
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