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La struttura in tre atti della sceneggiatura

Secondo i manuali statunitensi, gli elementi fondamentali di una sceneggiatura sono due: la centralità del personaggio e della sua azione, e la struttura in tre atti, uno schema narrativo basato sulla drammaturgia dell’antico teatro greco, così come teorizzata da Aristotele. Per questo motivo, il modello statunitense è stato battezzato neo-aristotelico.

La storia deve ruotare attorno a un personaggio principale, un eroe attraverso il quale passa l’identificazione dello spettatore. La psicologia del personaggio deve essere definita da una motivazione profonda, un need, un bisogno. Tale bisogno all’inizio della storia è latente, nascosto tra le pieghe della coscienza del personaggio che vive in una situazione di equilibrio.

A un certo punto, al personaggio succede qualcosa: un incidente o un evento che lo pongono di fronte a una scelta. In Il Grande Lebowsky i protagonisti vanno in cerca dell’uomo per cui sono stati scambiati. Ne deriva una catena di complicazioni che conducono al primo punto di svolta.

Il punto di svolta chiude la prima parte della storia e la fa ripartire in un’altra direzione; contemporaneamente, è un momento di presa di coscienza da parte del protagonista. Il primo plot point chiude il primo atto del racconto e finisce a circa trenta minuti dall’inizio del film (pag. 30). Dopo di esso è come se calasse un sipario immaginario rilanciando la domanda su cosa succederà.

Il costituirsi di un obiettivo implica sempre la delineazione di un antagonista. Ciò porta a una situazione di conflitto che si sviluppa nella seconda parte del film. Comincia così il secondo atto, che sviluppa del primo le premesse drammatiche in una durata di circa sessanta minuti, da p. 30 a p. 90. E’ la fase più difficile di una sceneggiatura: inventare ostacoli credibili che si frappongano fra il protagonista e il suo obiettivo, facendo ripartire la storia e tenendo vivo il conflitto.

Per Linda Seger il conflitto del secondo atto prende linfa da tre tipi di elementi narrativi: le barriere, le complicazioni e le svolte. Le barriere sono ostacoli che impediscono al protagonista di ottenere il risultato voluto: il protagonista procede per tentativi. La complicazione è un’azione la cui conseguenza sarà visibile in seguito, ad esempio l’ingresso di un nuovo personaggio.

La svolta è un elemento che capovolge la direzione della storia. Diversamente dai cortometraggi, nei lungometraggi non può essere giocata come conclusione a sorpresa. E’ una svolta anche il punto di non ritorno collocato a metà film, cioè a metà del secondo atto, a un’ora dall’inizio: il protagonista ora si trova davanti a un evento che gli rende impossibile tornare indietro.

La posta in gioco si alza: il personaggio farà qualcosa di impensabile che lo cambierà per sempre. In E. T. l’extraterrestre sente nostalgia di casa. Il punto di non ritorno è un evento cruciale quasi quanto i due turning point: ma se quelli cambiano la direzione degli eventi, il punto di non ritorno li accelera. Esso apre la seconda metà del secondo atto (da p. 60 a p. 90): il conflitto si radicalizza.

Questi eventi sempre più concitati conducono al secondo punto di svolta, in cui l’ennesimo ostacolo sembra chiudere ogni possibilità. Tale punto di svolta introduce al terzo atto, la risoluzione. Cambia il ritmo narrativo: il conflitto si intensifica, aumenta la velocità. Alla fine, attraverso una lotta titanica in cui aumenta il climax della narrazione, il conflitto si estingue.
In questo processo il personaggio subisce un cambiamento interiore (character’s arch: l’arco del personaggio), una maturazione che gli consente di raggiungere l’obiettivo. Ad esempio, in Manhattan, il protagonista torna dalla vecchia fidanzata e impara a fidarsi della gente.

di Domenico Valenza
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