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Le categorie legali della classificazione dei lavoratori

Il sistema di classificazione dei lavoratori è dunque un sistema misto derivante dalla combinazione delle categorie legali e delle categorie contrattuali.
Quanto alle categorie legali, esse sono contemplate direttamente dal legislatore al fine di collegare la classificazione professionale dei lavoratori alla struttura gerarchica dell’organizzazione del lavoro nell’impresa.
Tuttavia, a tale finalità originaria si è sovrapposta quella ormai prevalente di individuare i destinatari di determinate regolamentazioni disposte dalla legge medesima.
Al fine di individuare nel concreto la distinzione tra le categorie di cui all’art. 2095 c.c., la stessa norma, al secondo comma, prevede che le leggi speciali e le norme corporative (alle quali ora corrispondono i contratti collettivi), determinino i requisiti di appartenenza alle indicate categorie (c.d. inquadramento collettivo).
Per la categoria impiegatizia (e per quella operaia) tali requisiti sono tuttora fissati dalla legge sull’impiego privato (r.d.l. 1825/24), le cui norme si applicano “quando le leggi o le norme corporative” non dispongono in materia e, quindi, in via sussidiaria della contrattazione collettiva.
Questa non solo è libera di determinare i criteri di appartenenza alle categorie legali, ma può anche costruire e definire proprie categorie sia all’interno delle categorie legali (ad esempio, i funzionari all’interno della categoria impiegatizia) sia mediante l’aggregazione o accorpamento di qualifiche appartenenti a diverse categorie legali (ad esempio, ciò è avvenuto con l’introduzione dell’inquadramento unico).
Il sistema di classificazione dei lavoratori è il risultato di un processo dinamico, sotto la spinta delle tendenze della contrattazione collettiva e dei cambiamenti della tecnologia e dell’organizzazione del lavoro.
Per effetto di questa evoluzione la distinzione tra categorie legali e categorie contrattuali si è profondamente modificato a vantaggio delle seconde.

di Stefano Civitelli
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