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Locke e nascita della proprietà privata


La descrizione dello stato di natura e dello stato civile sarebbe incompleta senza la descrizione del diritto di proprietà. In Hobbes essa non era un diritto naturale ma nasceva dal diritto positivo; in Grozio ha natura contrattualistica; in Pufendorf non è né l’una né l’altra, ma frutto di un atto consensuale, libero e volontario dei cittadini conviventi. Locke fa invece della proprietà un diritto naturale. La terra è stata donata agli uomini da Dio; a tutti gli uomini. I beni naturali appartengono quindi a tutti. La titolarità del lavoro istituisce il diritto al possesso privato dei prodotti del lavoro, dei mezzi di produzione e della terra. Tutti secondo Locke dovrebbero lavorare per vivere, e nessuno avrebbe diritto ad appropriarsi di beni che incorporano il lavoro altrui, perché così facendo nascerebbero conflitti d’interesse e quindi inevitabilmente guerre.
Ma un aspetto fondamentale per il passaggio dallo stato di natura a quello civile è l’introduzione del denaro. È a questo punto che la società civile perde quell’uguaglianza che nello stato di natura imperava. Ad ogni modo Locke non vede in questa disuguaglianza un sinonimo di iniquità. La stabilità che il denaro conferisce alla società permette al consorzio umano una maggiore organizzazione in gruppi stabili. Ma è vero però che la tendenza alla proprietà illimitata che il denaro dà come possibilità, rende al contempo i rapporti più precari e problematici. Sarà a quel punto che  l’istituzione contrattuale del magistrato giunge a disciplinare i rapporti economici e a dare effettiva protezione alla proprietà e ai conflitti che da essa scaturiscono.
di Carlo Cilia
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